sinceritàààà

Senti, Luca Carboni: io riconosco la tua buona volontà, lo so che nelle tue intenzioni era un omaggio, ma certe cose per me te le puoi anche risparmiare. Non ti vengono bene per niente. Con questo non sto a dire che devi cambiare mestiere, ci sarà pure qualcuno che ti apprezza, ma ti inviterei a limitarti a miagolare i pezzi che ti scrivi tu, anziché deturpare certe pietre miliari della musica mondiale.

Per dire: adesso mi strazi dalla radio tutti i giorni con quella canzone lì che sembra il lamento di uno uscito un po’ alterato dall’osteria. Fatta da te, dico.

Invece quando la cantava lui faceva piangere dalla commozione. Ecco: la riconosci la differenza, tra piangere per lo strazio e piangere per la commozione?

Scusa la franchezza, ma qualcuno te lo doveva pur dire.

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campioni di fioretto

Ieri Lorenzo (il magnifico, il paciere, il neo sciatore) doveva fare la prima confessione e aveva il serio dilemma se ammettere la grave colpa di non andare a messa la domenica.

Il fatto è che lui non va a messa perché noi non ce lo portiamo, il che solleva la spinosa questione del motivo per cui due genitori scellerati impongano ai pargoli un percorso sacramentale di un certo tipo se non sono convinti affatto dell’utilità di certe cose. Dico genitori ma intendo la mamma, ché spesso son le mamme che si occupano di ciò. Nella fattispecie infatti è la mamma, cioè io.

La cosa è complicata.

Credo che l’umanità si divida in due gruppi: coloro che hanno bisogno di credere in una forza soprannaturale che abbia funzione di conforto/supporto/supervisione e quelli che invece questo bisogno non ce l’hanno. Io personalmente ce l’ho.
Ho anche un ottimo rapporto con la divinità in questione: è con la religione che ho qualche problema. Per non dire della Chiesa. Per non dire del paparatzinger con cui non riesco a condividere neanche uno straccio di opinione. Quindi, ecco: non mi direi propriamente una cattolica osservante.
Però ho detto che male vuoi che gli faccia, al pargolo, se va a catechismo da ‘sta suorina che gli racconta le quattro acche su gesù che io non ho la passione né la pazienza per tramandargli? Che ne so che non abbia bisogno, lui che non è me, di conoscerle? Tutto sommato gesù ha detto un sacco di cose che condivido. E così è andata: ieri si va alla prima confessione.

Ora, tu credi che sia un appuntamento di un’oretta: venti bambini cosa avranno mai da confessare? Eh, già, ma la parrocchia (che tra parentesi non è la nostra parrocchia, troppo facile, sarebbe) ha organizzato un pellegrinaggio in piena regola con tanto di via crucis e messa prefestiva, intervallate da brevi interruzioni per ristoro e corsa in cortile che, lo capisco presto, servono essenzialmente per impedire che i bambini si addormentino sul banco della chiesa, visto che una noia mortale pervade gli astanti già dalla seconda stazione di quello che da me viene vissuto come un calvario in piena regola. I canti devono avere più o meno l’età della suorina (sui 70, direi): erano già vecchi ai miei tempi e oggi suonano del tutto anacronistici. Perfettamente in linea con la tendenza reazionaria del santopadre, quindi.

Per tutto il tempo trattengo gli sbadigli maledicendo la mia pavida mancanza di una vera posizione riguardo l’argomento; mi dico che non è possibile che si ammorbino delle creature di nove anni con certe maratone che avranno la sola conseguenza di renderle insofferenti verso qualunque appuntamento religioso per i giorni a venire; giuro che è l’ultima volta: non ci fregano più.

Intanto però Lorenzo esce stremato dalla sfacchinata liturgica, ma con l’aria soddisfatta di chi si è liberato di un fardello.
“Non l’ho mica detto che non vado a messa” mi fa lui. “Hai fatto bene”, gli dico io. E lo penso, anche. Ché io con la divinità in questione ho un ottimo rapporto nonostante la latitanza quasi trentennale con le questioni penitenziali. Vorrà ben dire qualcosa.

 

prove tecniche di democrazia

Lorenzo: – Sai, la mia classe dell’anno scorso non era tanto equilibrata, secondo me

Mamma: – Ah, no, e come mai?

L: – Beh, hanno eletto Leonardo paciere…! Ci pensi? Uno che dà calci e pugni a tutti!

M: – E allora?

L: – E allora abbiamo dovuto tenercelo: l’avevano eletto, capisci. Anche se io non l’avevo votato… Io, poi, l’anno scorso non mi ero candidato.

M: – E quest’anno?

L: – Quest’anno no: hanno eletto me, Margherita, Camilla e Emma. Io ho votato Camilla e Margherita perché so che sono persone calme. Avrei votato anche Emma ma poi mi hanno detto che potevo autovotarmi.

M: – E tu ti sei autovotato, allora?

L: – Sì: penso di essere un buon paciere.

 

a.a.a. guida turistica cercasi

Non lo so perché, ma io e Milano abbiamo sempre avuto una sorta di incomunicabilità, per cui io non l’ho mai considerata una vera città, di quelle da visitare con la curiosità del neofita; lei dal canto suo mi ha sempre snobbata.

Con la Michi l’altro giorno ho appuntamento in Piazza Duomo. Ho in mente una macchia di viola e infatti eccola lì, sui gradini: viola. Entusiasta e sorridente come sempre.

Andiamo a vedere Magritte e poi ci diciamo che sì, forse siamo un po’ deluse, non tanto da Magritte, quanto dal fatto che non ci abbiamo capito niente; che ci stava sulle balle l’idea che senza un’audioguida non ci potessimo capire niente: lei che insegna storia dell’arte e io che dell’arte ignoro quasi tutto ma che insomma, non ho mai avuto difficoltà col Surrealismo.

Insomma, fuori dalla mostra ci guardiamo negli occhi e io dico dove andiamo? Milano non la conosco: forse sono un po’ prevenuta.

Lei mi dice guarda, forse sono più prevenuta di te.

A me questa cosa piace subito: di trovare qualcuno che condivida la mia incomunicabilità con Milano; ma al tempo stesso mi ripeto che questa cosa non ha senso, che una città non può essere solo bella o solo brutta; che devo astrarmi dagli stereotipi. E allora penso agli stereotipi. Quali sono? Cosa so, io, di Milano? Pressoché nulla, se non che è la capitale della Borsa, della moda e dell’happy hour. Forse merita uno sforzo.

Per fortuna abbiamo una cartina perché siamo del tutto prive di riferimenti topografici e toponomastici. Decidiamo che andiamo vagamente verso sud perché non sappiamo minimamente dove vogliamo dirigerci ma intanto cerchiamo S. Lorenzo, che ci interessa per qualche motivo. Per un momento, confesso, se non ci pensi – che sei a Milano, che nei due negozi in cui sei entrata i commessi erano più stronzi che a Vicenza (il che è tutto dire), che c’è un traffico della madonna ovunque (ma perché, a Roma no?), che questa città si merita la palma per la peggior metropolitana dell’europa occidentale, anzi dell’ europa tutta – se non ci pensi, dicevo, riesci anche a godere dell’aria di primavera, che ha la capacità straordinaria di sovrastare lo smog; dei marciapiedi delle zone pedonali che in certi posti sono larghi e comodi e piacevoli; delle persone che, è il bello delle metropoli, sono tante e diverse e potresti guardarle per ore.

Però poi, lo devo dire. Sono tornata a casa e mi è tornata quell’idea lì, che Milano sia una cosa estranea e incomprensibile; ma forse sono io a non piacere a lei.

Allora visto che nella blogosfera i milanesi sono milioni di milioni, metto un annuncio: ho tanta buona volontà. Ho superato i pregiudizi. Adesso cerco qualcuno che me la faccia capire, Milano.

 

 

One

Ci sono volte in cui una persona fa per te delle cose che tu per tanto tempo hai cercato di fare per lei con risultati mediocri.

In questi giorni io quella fatica l’ho avvertita, con gli occhi, con il naso e con la pelle; l’ho raccolta come una coperta con cui avvolgermi tutta. In silenzio: non per sminuirne il peso, ma anzi per darle tutto lo spazio che meritava, dentro.

A me mancano le parole, ma non mi manca l’unica che mi serve davvero. Stasera magari la tiro fuori da una tasca e gliela regalo, al mio amore.

quando non avevo il blog

Quando non avevo il blog ero grafomane lo stesso. Forse anche un pochino di più.

Avevo l’abitudine di indirizzare missive virtuali eccessive e probabilmente sconclusionate ai due o tre disgraziati che mi davano retta. Ogni tanto mi sbrodolavo in teorizzazioni del tutto inconsistenti su questo o quell’ argomento di portata epica, che puntualmente dopo due o tre giorni riacquistava la sua dimensione straordinariamente quotidiana.

Finché un amico mio, probabilmente per indirizzare la mia logorrea verso luoghi più consoni, ha ospitato la mia prima esternazione blogghistica.

Siccome oggi un altro amico mio mi ha mandato un regalo musicale e mi ha fatto tornare in mente la cosa, ne approfitto, con due avvertenze.
1: è un po’ lungo. Da leggere solo se avete tempo.
2:  parla molto di me. Da leggere solo se vi interessa.
La trovate QUI

guerra e pace

Guarda, proprio non so cosa sia, ma stamattina mi sono svegliata così. Poi ho realizzato che l’ultima cosa sensata di cui ho parlato ieri è stata “La guerra di Piero” raccontata ai miei figli mentre guidavo e forse nella mia testa le rimembranze musicali si sono mischiate ai significati, e sarà che Lorenzo mi ha raccontato che stanno preparando la giornata della pace e insomma in giro di pace ce n’è così poca… fatto sta che questa canzone a me piace tantissimo e stamattina a colazione avranno pensato che sono un po’ pazza perché gliel’ho cantata a voce alta e poi avevo voglia di riascoltarla ma io ce l’ho solo in vinile e allora per fortuna che esiste youtube che in un secondo ti fa risentire e rivedere anche, se vuoi.

E dell’effetto che fa magari parliamo un’altra volta, per oggi la riascoltiamo e basta, ok?

ci si può astrarre da un bel culo, se serve

Vi assicuro, quella volta non fu per cattiveria: Eva si trovava per caso sotto il melo, e sfido chiunque a resistere a un pomo biologico senza baco (c’era il serpente, questo è vero, ma non si vedeva ancora). La mela voleva mangiarsela lei, ma poi pensò alla noia di trovarsi in compagnia di quel babbeo di Adamo che sarebbe rimasto, lui solo, ignaro delle cose del mondo e quindi un morso lo concesse anche al tapino. Perché Eva già intuiva che gli uomini se non ci fossero bisognerebbe inventarli; ma così come sono: con tutto il bene e con tutto il male.

Gli uomini, ho deciso, sono una fonte continua di stupore. Non ti stancheresti mai di studiarli. Prendo spunto da una delle illuminate esternazioni dello Splendido. Secondo me nessun maschio al mondo sarebbe disposto ad ammettere che sia possibile un vero rapporto di amicizia tra uomo e donna. Forse uno o due che lo pensano, sulla terra, li troviamo: ma sarebbero additati come bizzarre creature se lo estrinsecassero in pubblico e quindi probabilmente possiamo dire che nessun maschio si è mai azzardato ad ammetterlo. Fin qui, niente di strano. Gli uomini riescono a confinare le loro certezze antropologiche in compartimenti stagni e beati loro.

Il problema nasce quando tu con uno di questi maschi costruisci esattamente quello che si potrebbe catalogare come un puro, sano e immacolato rapporto di amicizia. E allora ti viene da chiedergli, a ‘sto maschio, ma voi uomini non dite sempre che non si può essere amici? Che c’è sempre sotto un interesse di altro genere? Che il sesso rimane l’unico vero motore del mondo? E qui che altro genere di interesse c’è? Io la so la risposta.

La risposta è ma io sono l’eccezione che conferma la regola. E loro lo pensano davvero.

Io ai maschi glielo vorrei dire. Che l’amicizia tra persone dello stesso sesso è una bella cosa: ti conforta, ti rassicura ma non ti fa capire il mondo. Che, posto che un amico sia uno con cui potresti tranquillamente dividere il letto senza che succeda niente di irreparabile, non significa che costui sia un essere ripugnante, che non ti piaccia per niente. No. Significa che le cose che ti interessano di lui sono altre, anche se è caruccio, ha un sorriso stupendo e magari anche un bel culo. Non importa. Ci si può astrarre da un bel culo, se serve.

È perfettamente inutile, caro il mio uomo, che tu mi venga a obiettare che invece le tue amiche sono tutte orrende, perché le conosco e lo so che non sono orrende per niente. Non occorre che mi spieghi, perché tu non sei l’eccezione che conferma la regola. So anche di cosa parli, con le tue amiche. So cosa ti confidano e so come ti sfoghi tu, con loro. Lo so perché è questo che fanno, gli amici maschi. Se non ti chiedo con chi hai parlato quando ti sentivi male è perché lo so, che non era un uomo. E hai fatto bene, perché in un amico maschio quel sostegno non l’avresti trovato.

Io, che le tue amiche mi stanno sulle palle, non lo dico. Non lo penso nemmeno. Perché a te le amiche ti hanno sempre fatto bene. Io, amica tua non voglio esserlo. Ché con gli amici potresti benissimo dividere il letto senza che succeda niente di irreparabile, e non mi sembra proprio questo il caso.

un post con le parolacce e pure comunista

Vicenza: città industriosa. Siccome c’è la crisi noi ci inventiamo un’idea di pubblica utilità come il Salone del Lusso. “Luxury and Yachts“, si chiama. Perché quelli che erano ricchi lo sono ancora, dicono. Almeno per ora.

A parte il fatto che ci sono poche parole che detesto quanto lusso, e pochissimi mezzi di locomozione che mi indispongono quanto gli yachts, cerco uno stato d’animo neutro per leggere di questa fiera a cui non andrei nemmeno se mi pagassero.

Mettiamoci quindi, serenamente, nei panni di un povero disgraziato che disponga di cinque o sei milioni di euro da investire, o meglio mettere al sicuro, prima di eventuali catastrofi aziendali. Sarà certamente interessato a beni di prima necessità in edizione limitata oppure a oggetti di fine fattura da lasciare, un giorno, ai fortunati eredi. La nostra fiera testé inaugurata fa per lui. Ecco allora per esempio un sarcofago (= cassa da morto) (= tipico esempio di bene da lasciare in eredità) con cinquemila fiori intarsiati che il fortunato potrà aggiudicarsi per la modica cifra di 200.000 euro: una bazzecola.

Mi dirà qualcuno che quel lavoro avrà sfamato le famiglie di quattro fini ebanisti degni dello studiolo di Federico da Montefeltro (vogliamo parlare dei mestieri di una volta? Si sa che stanno scomparendo e non vorrai mica che si perdano le tradizioni, no? Io però i sarcofagi intarsiati me li ricordo al Museo egizio, non esattamente al cimitero di Polegge, quindi non so che tradizione da salvaguardare sia). Che se uno può permettersi una bara da 200.000 euro non si vede perché non debba comprarsela.
Ok. Intanto vorrei tanto conoscere la tariffa oraria del fine ebanista, ché ho ben presente quanto riesce a farsi pagare un artigiano iperspecializzato. Ho il forte sospetto che quello che ci guadagna non sia lui.
Poi sono in pena per il povero milionario. Non vorrei che ci rimanesse male, scoprendo che dopo la sua dipartita non potrà, ahimè, disporre di selezionatissimi vermi con pedigree per tramutare le sue raffinatissime spoglie mortali in pregiatissimo humus. Eccheccazzo, non ci sono più i bei privilegi di una volta!

te lo dico io perché sono disperate

Ho capito una cosa: gli architetti odiano le casalinghe. Dico casalinghe ma intendo tutti coloro che, per piacere o per dovere, a tempo pieno o parziale, devono cimentarsi con i lavori domestici. Alla facoltà di Architettura esiste un esame segreto di Sadismo e, se non passi quello, la laurea puoi anche scordartela.

Quando stai ristrutturando casa e l’architetto ti consiglia una soluzione fantastica, stai sicuro che sotto c’è un trabocchetto. Ti assicura che lo scuretto sotto il gradino e la fessura tra lo scalino e la parete sono i dettagli che fanno la differenza, che vedrai la sensazione di leggerezza, vuoi mettere con una banale scala che esce dal muro e comincia da terra? Però non ti dice che quelle rientranze, fessure, spiragli sono destinati a rimanere per tutti i secoli dei secoli un ricettacolo di polvere/pelo di cane/foglie morte (a seconda della collocazione della benedetta scala). Tu che sei rincoglionito da settimane di andirivieni di elettricistimuratoriidraulici dici sì, che bello e non ci pensi minimamente, che quella sarà la tua rovina. Il piastrellista e il resinatore di gradini lavorano ottomila ore per ottenere l’effetto voluto e tu sei ancora ignaro. Per poco: fino alla prima pulizia.
Le mie scale (interna ed esterna) sono un miracolo di leggiadria, paiono sospese nel nulla. Peccato che non se ne accorga nessuno a causa degli scuretti perennemente luridi.

Si capisce che oggi ho fatto le pulizie, sì?

Ah, comunque ho un sacco di amici architetti (che è come quelli che dicono ho un sacco di amici gay)