cose che poi finiscono

C’è un vento strano: un vento furbo, che è nato dolce e si è fatto poi più prepotente. Rovescia, sparpaglia, e scompiglia, e disordina. E’ tiepido e indeciso tra carezze e schiaffi.
E’ bello da guardare e sa di gelsomino.

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provato per voi

Uno certe volte ha voglia – fame, no – di qualcosa di salato, ma magari anche di dolce, o di croccante e al contempo morbido. Una necessità psicologica più che fisica; un passatempo, uno sfizio, un capriccio.
Allora apre dispensa, frigorifero, sportelli di provviste alla ricerca di un’idea per placare quel fastidioso senso di insoddisfazione, prima accoppiando mentalmente sapori inediti e poi mettendo in pratica curiosi accostamenti.
Io che sono un’esperta in questo campo vi racconterò oggi di un incontro entusiasmante avvenuto qualche giorno fa nella cucina di mia madre, in cui mi trovavo a frugare presa dal sacro fuoco della voglia di qualcosa di buono. Individuati due ingredienti che mai a memoria d’uomo si era osato gemellare ho proceduto coraggiosamente all’assaggio, infilando in bocca in rapida successione un tarallo ai semi di finocchio e un tocchetto di cioccolato fondente al 70%. Per essere sicura l’ho rifatto due o tre volte. Non escludo che possa diventare la mia merenda preferita.

Da provare prossimamente anche l’abbinata, più scontata ma sempre allettante, con i taralli al peperoncino; mi sentirei in tutta onestà di sconsigliare quelli alla cipolla.

avevo un’idea geniale per un post

Ma ci sarà un posto, ci deve essere per forza: un limbo, un cimitero, un deposito, un ufficio idee smarrite. Ci sarà un modo di ritrovarle, rincorrerle, rievocarle, rianimarle, quando sono scappate troppo in fretta da un lobo cerebrale sprovvisto di memoria, in un momento in cui non c’era un foglietto, un cellulare, una penna con cui scriversele sulla mano?

mi chiamava

Entro in una libreria che poi è una libreria per ragazzi: mio figlio deve scegliere un libro per un regalo, mia nipote lo stesso. Abbandono subito i due a rovistare indisturbati. Non bisogna avere fretta quando si compra un libro e io ho dato loro il tempo che vogliono: si fiondano subito nella loro zona di competenza, uno a destra e uno a sinistra perché a una certa età i libri per ragazzi e quelli per ragazze sono divisi da un confine intangibile ma evidente.
Secondo me il tempo che si sta a guardare i libri è il tempo del desiderio: anche quando si sta cercando un libro per qualcun altro lo sappiamo bene tutti che in realtà ci stiamo perdendo nei sogni nostri. Li spio da lontano e so che nelle quarte di copertina che stanno divorando c’è la curiosità di scoprire storie che li rapiscono; e anche se il libro da regalare l’hanno individuato dopo tre minuti non mi dispiace che si attardino tra i volumi solo per il gusto di guardare esercitando il desiderio.
Il desiderio è bello anche quando non può essere soddisfatto.

Io intanto guardo lo scaffale striminzito dei libri normali, che poi lo so che tutti i libri son normali, ma insomma: libri non per bambini, ecco.
Lo faccio sempre, quando vengo qui, senza intenzione, distrattamente, quasi per abitudine. Stavolta però mi ipnotizza un librino che non conosco, di un editore che mi piace, con un titolo che mi attrae. Leggo la seconda e la terza di copertina, le prime righe della prima pagina, vedo che dentro ci sono dei piccoli disegni buffi. Deciso, lo compro: mi chiamava.
Il desiderio quando può essere soddisfatto è meglio.

#394866*

Ho negli occhi parole profumate: salvia, lavanda, menta, lillà; e gusti di gelati: vaniglia, nocciola, cioccolato e caffè. Sapori estivi: pesca, albicocca, fragola e ciliegia; e luce di pietre preziose: turchese, ametista, granata, smeraldo.
O anche stranezze inventate da chissà chi: canna di fucile, fumo di Londra, testa di moro.

Poi ce n’è uno che sa di scrocchio e granelli, e dolcezza, e poesia. Carta. da. zucchero.

*solo un colore che mi piace

dev’essere che solidarizzo con gli sfaccendati

Davanti alla Coop ci sono sempre tre o quattro ragazzotti, mi pare che mi abbiano detto che sono nigeriani, ma forse non tutti, perché tra loro parlano in un Italiano misto-qualcos’altro. Ogni tanto uno sparisce per qualche tempo, vuol dire che ha trovato un lavoretto. Poi dopo un po’ torna.
Fuori dalla Coop aspettano le signore che escono col carrello, sfoderando sorrisi il più delle volte irresistibili.
A me è capitato spesso di devolvere l’euro del carrello e anche, qualche volta, confesso, di approfittare dell’offerta di aiuto per caricare in macchina borse pesantissime.
Da qualche tempo non uso più l’euro del carrello perché la Coop mi ha regalato una moneta finta e mi ritrovo spessissimo senza uno straccio di monetina in tasca. Allora ho cominciato a mettere nel carrello una cosa in più, pensando ai ragazzotti che son là: abbastanza sfaccendati, è vero, ma gentili. In genere offro una stecca di cioccolata, un pacco di biscotti: mi pare che apprezzino.

Ieri non avevo l’euro nel carrello, non avevo monete nel portafogli, mi ero dimenticata di comprare la cioccolata; e quando mi hanno detto: “Dammi qualcosa, non soldi”, indicando il carrello, ho avuto un momento di panico, poi mi son ricordata delle banane, ho detto: “Ti do una banana”. “Dammene due”, mi ha detto il più furbo (e che forse mi conosce).

Insomma quando sono arrivata a casa le banane erano praticamente finite.

se telefonando

Non sono mai stata un tipo da chiacchiere perché le parole a me non vengono facili: il più delle volte sono di quelli che Porca miseria ecco cosa dovevo rispondere due ore fa . La battuta pronta a casa mia ce l’hanno tutti tranne me. E il telefono è sempre stato il mio cruccio: un mezzo che mi attira per la semplicità del contatto ma che mi spaventa per altri versi. Lo uso pochissimo, il telefono.

Ieri ero presa in una conversazione via chat su skype con una persona che mi piace e mi son resa conto che quello che mi fa paura, del telefono, sono le pause. I silenzi e l’ansia di riempirli. I silenzi uniti alla distanza, ché i silenzi da soli a me non dispiacciono, sono anche una che può star zitta in compagnia senza problemi, come dice un’altra persona che adoro: Vieni a trovarmi così parliamo, anzi magari stiamo anche zitti, se non abbiamo niente da dire.
Invece la chiacchiera via chat ho pensato che mi piaceva, e i silenzi ci potevano stare tutti, come le attese delle parole giuste a scandire un tempo rilassato in cui inserire, volendo, una pausa per la tisana della sera o un bacio ai bambini, o anche solo un momento per raccogliere i pensieri che non sempre arrivano veloci.

grigiume, lavoro, spesa, dentista

Ricominciamo daccapo. Facciamo che mi svegliavo con un bacio, che poi aprendo gli occhi c’era il sole, che oggi non si andava a scuola e neanche  a lavorare, che facevamo la parmigiana di melanzane, che stasera andavamo al cinema, che si poteva passare il pomeriggio al parco, che il frigo era già pieno, che scrivevo lettere d’amore, o le leggevo.

peccato

In borsa tengo sempre due cose, oltre al portafogli e al cellulare (il cellulare neanche sempre perché son più le volte che me lo dimentico a casa): un quaderno per scrivere, che magari c’è bisogno di scrivere e mi serve un pezzo di carta; e un libro da leggere, che  non si sa mai che ci sia da aspettare dieci minuti e aspettare con le mani in mano a me non piace.

L’altro giorno pioveva e quindi sono arrivata al cinema prestissimo, ancora prima dell’ora da pensionati in cui cominciava il film. Niente paura, mi son detta, sguainando, sfoderando, tirando fuori il mio libro. Il mio libro era “Le storie di mia zia“.

Con “Le storie di mia zia”, non avevo letto neanche tre pagine e mi veniva da ridere, e si vede che pareva una cosa strana, ridere in una giornata così buia e piovosa, perché il mio vicino di poltrona di cinema ha cominciato a chiedermi cose sul libro e poi su di me e insomma pareva proprio che fosse invidioso che io potevo leggere “Le storie di mia zia” e lui no, perché chiacchiera, chiacchiera non mi lasciava continuare la lettura. Poi è cominciato il film.

Poi la sera, a casa, dopo cena, alla tele non c’era niente da vedere come al solito e noi ci siamo messi in quattro nel lettone e lo Splendido scriveva uno splendido pezzo frutto del suo insuperabile ingegno e io leggevo ai miei figli “Le storie di mia zia”, frutto del formidabile ingegno di Ugo Cornia.
Quando i ragazzi sono andati a letto io ho continuato a leggere “Le storie di mia zia” e come mi capita spesso, anzi oserei dire praticamente tutte le sere, a un certo punto mi sono addormentata, ma era così piacevole la lettura de “Le storie di mia zia” che mi son messa a sognare un’altra storia di mia zia di mia invenzione, ma scritta proprio come quelle di Ugo Cornia e anche abbastanza divertente come le sue. Peccato che non me la ricordo più.

e ciononostante non sono iscritta a facebook

Ho smesso di avere un migliore amico alcuni secoli fa, per due ragioni diverse. Una, che ho sempre avuto paura di scoprire che il mio migliore amico avesse a sua volta un altro migliore amico, che cioè la miglioreamicizia non fosse biunivoca ma  a senso unico e che scoprirlo mi avrebbe fatto male. L’altra ragione è che crescendo ho scoperto che un solo migliore amico non si poteva avere, che ogni fase della vita ne portava almeno un altro e che quelli che si lasciavano alle spalle era tristissimo vederli diventare ex solo perché non era più il loro momento.

Allora ho cominciato a non avere più migliori amici ma solo amici del cuore, che si chiamano così perché sono loro che danno al cuore la forma che ha, e anche se poi per anni non li vedi e non li frequenti hai la certezza che nel momento in cui dovessero tornare troverebbero il pezzo di cuore con la loro sagoma dove accomodarsi, lì al suo posto, immutato.

Uno dice Ma il cuore quanto grande vuoi che sia per farci entrare tutti? Io dico che è un po’ come quando inviti troppa gente a cena, ti accorgi che si sta un po’ stretti, ma speri sempre che gli ospiti preferiscano stringersi piuttosto che non esserci per niente. E tu preferisci dividerti tra tanti piuttosto che lasciar fuori qualcuno.

Quando uno è stato amico del cuore non c’è verso di tornare indietro, una cosa tipo i sacramenti, li hai e te li tieni. Puoi non parlarci mai più, non pensarci nemmeno, ma ti resta la memoria cardiaca indelebile. Se non hai un carattere molto sentimentale puoi anche dimenticarli, con la testa.
Io che ho un carattere molto sentimentale non li ho mai scordati. Ogni tanto, spinta da impulsi irresistibili, li ricontatto, certi amici che hanno lo stampo nel cuore: ci si riprende e ci si rilascia, ci si riconosce quasi sempre, poi capitano cose che non si capiscono e ci si trova lontani di nuovo. Ma capita ogni tanto che li riconosci dal passo o dalla voce e sai che basterebbe niente, volendo.

3 maggio, Giornata mondiale dell’ ex migliore amico:una ricorrenza indetta da Adamo Lanna