plebea inside

La ragione, non l’unica ma la principale, per cui da grande non avrei mai potuto fare la principessa è la mia capacità pressoché nulla di dare ordini a chicchessia.
Questa mia evidente peculiarità si manifesta in maniera prepotente e definitiva quando mi trovo alle prese con la signora delle pulizie, una santa donna che proprio oggi, dopo un anno di lontananza forzata, è tornata a visitare la mia casa per la gioia mia e di tutta la mia famiglia, che negli ultimi dodici mesi si era arrangiata, tra un bonfonchio dissimulato e una malcelata insofferenza, nelle poche ma indispensabili incombenze domestiche di routine.

Io, dicevo, le abitudini all’altezzoso e distaccato atteggiamento di superiorità nei confronti dei subalterni proprio non son mai riuscita non dico ad acquisirle, ma neanche ad avvicinarmi all’idea; e poco importa che subalterni di fatto lo siano, se non altro per una questione di dipendenza economica.
Io ho il savoir faire di una sguattera, in queste occasioni qua. E invece di chiedere delle prestazioni specifiche (la pulizia dei vetri, il riordino di uno sgabuzzino, il ramazzamento delle foglie morte davanti al cancello), cosa che magari ci si aspetta da me, mi limito a consegnare con aria vergognosa detersivi e spugne, nella speranza che non mi si chieda “Da dove comincio?”

Poi, travolta dal senso di colpa al pensiero che qualcuno debba occuparsi della pulizia degli ambienti che noi abbiamo sporcato, comincio a darmi da fare come una forsennata nel tentativo di rendere il compito meno gravoso alla collaboratrice domestica.

Stamattina, il primo giorno dopo un anno in cui finalmente ho riavuto la signora delle pulizie, confesso che ho sgobbato come una dannata, non sopportando l’idea che qualcuno facesse il lavoro sporco al posto mio.

Poi ho pagato, come si conviene.

scheletri nel frigorifero

Io ieri ho deciso che la mia casa era un disastro e ho fatto un buon proposito: ho pensato che se mi metto d’impegno e faccio una o due cose al giorno, è possibile che il sabato l’aspetto generale del posto in cui viviamo assomigli meno a un caravanserraglio e che quindi sia meno frustrante per me e anche per lo Splendido dargli una ripulita.

Per dimostrare la mia serietà di intenti ho cominciato con tre cose detestabili: l’aspirazione di quantità di balocchi pollinosi dal pavimento del piano terra, la pulizia delle scale di accesso al mio laboratorio e la bonifica del frigorifero.

Il frigorifero a casa mia fino a ieri gridava vendetta: era un’accozzaglia di vasi e vasetti che stazionavano sul ripiano più alto da tempo immemorabile. Non nascondo che alcuni ingredienti non avevano ancora cominciato a muoversi autonomamente solo perché ben chiusi con un coperchio a tenuta ermetica; altri avevano superato silenziosamente la data di scadenza nonostante  l’aspetto ingannevolmente commestibile.

Eviterei, per questioni di decenza, di descrivere lo stato dei cassetti e dei ripiani. Vi dico solo che munita di spugnette e detergenti ho dato una lustrata al caro elettrodomestico, che adesso, semivuoto e profumato, parrebbe testé uscito di fabbrica.

Quindi è da ieri che passando davanti al frigo non resisto alla tentazione di aprirlo per rimirare tanta purezza e facendo questo sono stata folgorata da un pensiero che mi piace e che quindi vorrei condividere.

Il mio frigo è bellissimo. Non perché è pulito, anche se pulito è ancora meglio. Comunque il mio frigo è bellissimo anche da fuori, e se ci passi davanti anche se non lo apri non puoi non guardarlo, ché sopra ci sono tante cose e ognuna ha un suo senso.

Io credo che il mio frigo parli molto di me e delle mie incongruenze e dei miei desideri, e quindi forse mi capite se vi dico che mostrarvelo, a me, un po’ mi emoziona.

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te lo dico io perché sono disperate

Ho capito una cosa: gli architetti odiano le casalinghe. Dico casalinghe ma intendo tutti coloro che, per piacere o per dovere, a tempo pieno o parziale, devono cimentarsi con i lavori domestici. Alla facoltà di Architettura esiste un esame segreto di Sadismo e, se non passi quello, la laurea puoi anche scordartela.

Quando stai ristrutturando casa e l’architetto ti consiglia una soluzione fantastica, stai sicuro che sotto c’è un trabocchetto. Ti assicura che lo scuretto sotto il gradino e la fessura tra lo scalino e la parete sono i dettagli che fanno la differenza, che vedrai la sensazione di leggerezza, vuoi mettere con una banale scala che esce dal muro e comincia da terra? Però non ti dice che quelle rientranze, fessure, spiragli sono destinati a rimanere per tutti i secoli dei secoli un ricettacolo di polvere/pelo di cane/foglie morte (a seconda della collocazione della benedetta scala). Tu che sei rincoglionito da settimane di andirivieni di elettricistimuratoriidraulici dici sì, che bello e non ci pensi minimamente, che quella sarà la tua rovina. Il piastrellista e il resinatore di gradini lavorano ottomila ore per ottenere l’effetto voluto e tu sei ancora ignaro. Per poco: fino alla prima pulizia.
Le mie scale (interna ed esterna) sono un miracolo di leggiadria, paiono sospese nel nulla. Peccato che non se ne accorga nessuno a causa degli scuretti perennemente luridi.

Si capisce che oggi ho fatto le pulizie, sì?

Ah, comunque ho un sacco di amici architetti (che è come quelli che dicono ho un sacco di amici gay)