banalità/1

Funziona così: che ci sono delle cose che vale la pena fare, anche da soli. Se non hai qualcuno con cui farle anche da solo va bene: te le godi abbastanza, se meritano. Se c’è un film che ti ispira, una mostra che ti attira da matti, una città che vuoi visitare, una conferenza interessante: ci vai e sei contento di non averle perse, quelle cose lì.

Però le stesse cose in compagnia sono meglio, spesso. Quasi sempre. Se non altro perché poi ti puoi scambiare le impressioni.
Invece le stesse cose con le persone giuste non sono solo meglio, sono perfette. Ti accorgi che non le avresti godute alla stessa maniera se non le avessi vissute con la pelle tua e con quella degli altri allo stesso tempo. La musica diventa più avvolgente, le parole più fluide, le voci più calde, le immagini più vivide, la notte più stellata, i sorrisi più eloquenti, il cibo più profumato. E poi il freddo più sopportabile, la stanchezza più dolce, l’emozione più contenibile.

Le persone giuste sai che sono le persone giuste quando ci sei in mezzo e pensi che quel momento non lo vorresti sostituire con nessun altro.

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l’adolescenza

L’adolescenza è la stagione in cui se per esempio un giorno nevica forte sei indeciso se affliggerti perché “Cazzo non ho messo le gomme termiche” o metterti alla finestra a guardare come fiocca frenando l’eccitazione

poi però ci provo, dài

È un po’ come quelle persone che siccome la loro mamma cucinava da dio non hanno mai imparato a cucinare loro, convinte che non avrebbero saputo eguagliare l’arte materna.

Io che son vissuta a pane e marketing per un quarto di secolo il marketing so benissimo cosa sia ma sono incapace di applicarmici. Per esempio adesso che potrei fare degli squilli di tromba e farmi bella di un invito che mi hanno fatto in realtà mi sembra che il low profile sarebbe più adatto a me. Non lo so perché

(Il primo articolo qui)

libera nos a malo

Nonostante io sia una che fatica ad affrancarsi dall’idea dell’esistenza di una qualche forma trascendente o immanente di divinità, non sono una persona molto religiosa. E anche se coltivo in modo affatto personale e per ragioni del tutto intime una parvenza di vita spirituale, non l’ho l’abitudine alla preghiera in senso stretto.

Ogni tanto però mi capita di assistere a una funzione religiosa soprattutto, in verità, in occasione di battesimi matrimoni funerali natali e pasque, e una cosa che ogni volta un po’ mi fa pensare è questa cosa del Padre Nostro. Perché il Padre Nostro è comunque bellissimo se uno lo prende così com’è, nudo e crudo e senza  costruzioni e costrizioni ideologiche e teologiche eccetera.

A me piace perché secondo me è il ritratto di un uomo che si sente piccolo e desideroso di protezione. Un uomo che fatica a perdonarsi per le sue mancanze (la cosa più difficile del mondo, non per niente i preti si stanno via via sostituendo con gli psicoterapeuti) e spera almeno nel perdono altrui. Che vede la pace come un miraggio.
Ora, credo che questa voglia di abbandonarsi alla protezione di qualcuno che ci garantisca l’essenziale sia indipendente dalla fede, di cui peraltro io scarseggio. E che se togliamo i riferimenti a una vita al di là della morte e a un essere soprannaturale al di sopra delle nostre teste rimanga questa figura di uomo in cui non è difficilissimo riconoscersi, almeno in certi momenti della vita.

Poi sorrido al pensiero che questa cosa non la penserei se il Padre Nostro lo recistassi tutti i giorni quindi paradossalmente come preghiera ha più efficacia per via dell’eccezionalità dell’evento: buffo, no?

le vibrazioni

Quando cinque persone anche abbastanza adulte munite di cellulare/i si trovano forzatamente rinchiuse per più di 24 ore nella stessa casa
– se in quelle 24 ore i tiggì nazionali si premurano di mandare in onda immagini giustamente allarmanti della città in cui i nostri patiscono l’isolamento dovuto allo scatenamento delle forze della natura
– se tra i prigionieri alcuni hanno da attraversare almeno due confini regionali per tornare nel suolo natio

succede che l’apprensione più che comprensibile di amici e parenti si manifesti con discrete vibrazioni di diverse tonalità e intensità, in un allegro concerto di frrr e brrr e bzzz e tic toc.

Riflettendoci,  isolamento è un’altra cosa.

il massimo

A me si scatena un istinto, in certe situazioni: lo chiamerei l’istinto della matriarca, anche se per il momento non posso dire di essere una matriarca nonostante il mio progetto di vita lo preveda.
Allora oggi, che si potrebbe definire una giornata molto particolare per via dell’emergenza alluvionale, della clausura forzata, dello smarrimento di fronte ai piani scombinati, non trovo di meglio da fare che vestire i panni della nonna e accendere il forno, adottare nipotine da avviare all’arte della pasta frolla e del momento del tè come rimedio alle delusioni della vita; scegliere il divano come luogo di aggregazione e lasciare che il tempo scorra.
L’istinto della matriarca fa sì che le cose si mettano per il meglio quando hai un tetto sulla testa, una coperta sulle ginocchia e qualcuno con cui fare quattro chiacchiere in cucina impastando i biscotti.
La vita della matriarca, non so: a me pare il massimo che si possa desiderare.