un post in cui si trovano un sacco di errori che reputo perdonabili per la ragione che è scritto con dell’amore

Ci sono delle ricette che mi intimidiscono: in genere sono quelle per cui è necessaria dell’ortodossia, e io l’ortodossia, in cucina ma anche altrove, non son capace.

Per questo motivo ho invece una simpatia istintiva verso la cucina regionale campagnola o di casa, quella in cui se chiedi per esempio “Come fai a casa tua la pasta e fagioli?” vengono fuori mille versioni, e sono tutte giuste.

È in quest’ottica che mi azzardo ogni tanto a preparare piatti che non appartengono alla mia tradizione culinaria ma che quando viaggio mi piacciono tanto e che vien voglia di riproporre anche a casa quando viaggiare non è possibile.

Di tanto in tanto cucino la ribollita, per esempio (mi vien voglia quando trovo al mercato il cavolo nero, che qui è rarissimo ma che per la ribollita è indispensabile) oppure, e qui è più semplice per via che gli ingredienti sono semplicissimi, la pappa col pomodoro.

Io da piccola una cosa con questo nome non l’avrei mai assaggiata: mi sembrava che il termine pappa fosse poco invogliante e avevo un’antipatia violenta per il personaggio di Giamburrasca. Da grande mi sono affezionata alla parola, che ha cambiato valenza, e al piatto, che è confortante e buono come possono esserlo solo le cose che non hanno avuto bisogno di essere inventate perché si sono inventate da sole.

La pappa col pomodoro ha pochi ingredienti: pomodoro, aglio, basilico, pane e poco altro. Suppongo che gli integralisti non vedano di buon occhio la cipolla, che l’olio debba essere per forza toscano, il pane sciocco, i pelati banditi, eccetera.

Io credo però che in ogni cucina che si rispetti le ricette si aggiustino di volta in volta a seconda di quello che c’è nel frigo e do per scontato quindi che le nonne toscane di ogni tempo aggiungessero un po’ quel che avevano in dispensa e che quindi un cipollotto o una costa di sedano potessero entrarci di diritto e che il pomodoro quando non era di stagione potesse essere sostituito degnamente da un buon pomodoro pelato. Allo stesso modo il brodo di carne della ricetta canonica penso sia stato mille volte sostituito con del brodo vegetale o (conosco le mie colleghe) con del brodo finto di dado o granulare. Secondo me non importa.

La cosa indispensabile è che tu abbia del pane che non vuoi buttare, che ti faccia proprio male l’idea di buttarlo (io ho il mio e mi dispiace sempre quando avanza e però ne avanza sempre). Poi serve che tu abbia voglia di tornare con il ricordo a un tempo in cui si viveva di poche complicazioni, anche se un tempo così non l’hai mai vissuto.

Scaldi l’olio con l’aglio, il basilico (che sarebbe indispensabile ma d’inverno io il basilico non ce l’ho e allora opto per quello surgelato semisintetico oppure anche niente) e se vuoi gli odori che ti suggerisce la tua cucina (io una cipolla se ce l’ho la metto), soffriggi un pochetto e poi aggiungi il pomodoro  a pezzetti (oggi è gennaio, il pomodoro vero non lo compro, va da sé) e fai andare. Aggiungi il pane vecchio tagliato a pezzetti piccoli (sembra sempre che i pezzetti siano piccolissimi invece una volta immersi nel brodo pomodoroso diventano enormi), copri di brodo e fai andare a fuoco basso per una buona mezz’ora, quaranta minuti. Aggiusta di sale e mescola vigorosamente con una frusta per far diventare il pane una specie di poltiglia cremosa.

A quel punto dimenticala per un po’.

Approfittane per amoreggiare una mezz’oretta, ascoltare i tuoi figli che ti raccontano cose oppure, se sei solo, rilassati sul divano a leggere il giornale o una lettera d’amore.

Con calma, poi, scegli un piatto accogliente, adagia la tua pappa intiepidita, un giro d’olio, una macinata di pepe, due foglie di basilico e via.
Pentirsi è impossibile.

cose che a raccontarle non rendono ma secondo me ci si può commuovere

In genere non li guardo, oppure li spio con la coda dell’occhio mentre faccio dell’altro. Non mi piace che si sentano osservati: è bella la naturalezza con cui lo fanno e non mi va di disturbarli nemmeno con lo sguardo. Però so che sono belli da fotografare per poi riguardare la foto nei giorni bui.

Non li guardo però, ovviamente, li ascolto. Sarebbe impossibile non sentirli, del resto, a tre metri da me, o al massimo nella stanza adiacente. Non so mai chi comincia ma quando me ne accorgo sono lì tutti e due, a quattro mani col piano oppure al piano e violoncello, a giocare con la musica. Li invidio, ovvio: io non lo so fare.

Sbagliano, riprovano, si aspettano, si rincorrono, ridono, risbagliano, cambiano pezzo quando uno non viene. Passano da un genere e da un secolo all’altro e io rido dei loro punti d’incontro che a volte son buffi, a volte incomprensibili per me che parlo un’altra lingua.

Mi viene da pensare che non può essere un’adolescenza terribile se lasci che tuo padre sieda al piano con te e fai passare i pomeriggi come fossero minuti; nemmeno se magari il giorno dopo piangi e sbatti le porte convinto che non ti si capisca.

È un bell’essere figlio, è un bellissimo essere padre.

amarcord

Senza un motivo, all’improvviso mi ricordo di quando a Bologna si correva a prendere la coincidenza delle “,44” e capitava che per una botta di culo fortunata congiuntura trovavi il vagone di prima classe declassato e potevi sederti in un posto più comodo e più pulito del solito sentendoti un papa nel più sfigato dei treni diretti.

Penso che queste cose non succedano più, se non altro perché hanno fatto sparire i treni diretti.

di strette

Gli abbracci parlano. Ci sono abbracci che sono come un arrivederci malinconico o anche magari un addio e altri che sembrano un Ciao, finalmente!
Certi sono una presa forte, altri una stretta timida, altri ancora un festoso stropicciamento.

Io da parte mia amo farmi abbracciare più che abbracciare e forse è una forma di egoismo oppure è il fatto che raramente trovo qualcuno di piccolo quanto me e quindi mi risulta più facile starci dentro, alla stretta.
Le donne si serrano tra di loro in modo rapido ma caloroso, gli uomini tra uomini non lo so (i maschi si abbracciano sempre troppo poco e con troppo pudore).

L’abbraccio delle persone speciali è come un incastro di lego in cui i pezzi trovano il loro giusto posto; l’abbraccio con quelle indispensabili, però, è l’incastro che con due tasselli hai già costruito la casa.

Io ieri ho provato il festoso stropicciamento con uno che credo mi abbia scompigliato perfino i capelli: un po’ come entrare per un momento dentro un allegro frullatore.

persone, per strada/1

Curvo, molto curvo, cammina piano: nella destra un bastone, da sostegno più che da passeggio.
Nella sinistra la mano di un uomo più giovane, che paziente asseconda la lentezza dei passi.

Non è così che immagino la mia vecchiaia – non così curva, almeno – ma chi può mai saperlo…
E invece magari è così che devo sperarla, una mano nella mano a renderla più lieve.

degli usi del burro

Il burro fa male? Sì, occhei, i grassi saturi, il colesterolo eccetera eccetera.
Poi, se proprio proprio, devi mangiarlo crudo, ché la cottura ne altera la composizione chimica eccetera eccetera.
In effetti, spalmato su una fetta d pane caldo, da solo o con un’acciuga come spuntino, un velo di miele o di marmellata a colazione, una spolverata di zucchero se devi fare merenda, una fetta di salmone/tonno/pesce spada affumicato se cerchi cibo consolatorio, è una gioia dei sensi.

Ma secondo me vale la pena vivere per il profumo del soffritto con la cipolla e il burro che sfrigola in pentola col fuoco giusto, né troppo basso né troppo alto, in attesa di buttarci il riso o quel che devi, senza pensare minimamente allo stato delle tue arterie ma solo al potere evocativo di quell’odore di cucina senza compromessi dietetici né sentimentali.

La bellezza.

di rinascite

Quando perdi la pelle e poi guarisci, ti cresce una pelle nuova che non ti sembra più la tua. È una pelle come di bambino, liscia, pulita, sottile ma elastica.

Ti guardi e ti vedi bellissima anche se non sei diversa dal solito, solo che non hai più le squame da serpente e il confronto fa la differenza: ieri sembravi una vecchia di ottant’anni e oggi sei di nuovo tu, e le zampe di gallina fanno quasi simpatia: almeno son le tue, quelle che ti sei guadagnata.

Io da questa cosa ho imparato che quando ci lasci della pelle (non tutta) fa abbastanza male, però se riesci a uscirne magari torni nuova.

lunaticismi

La luna oggi ha la forma del buco e siccome è enorme e vicinissima mi è venuta voglia di metterci intorno le mani a cannocchiale per sapere se dentro il buco si vede qualcosa. Ma dentro il buco di luna c’è solo dell’altra luna.
Dietro la luna, invece, non so.

la magnifica invenzione della merenda sinoira

I piemontesi, esempio di sobrietà e rigore, hanno questa virtù che nascondono dietro un aplomb tutto particolare: hanno sviluppato nei secoli la capacità di godere in maniera smisurata senza dare nell’occhio.
Ne sono una dimostrazione inequivocabile l’invenzione del gianduiotto (piccolo e discreto ma profumato e segretamente noccioloso), la declinazione del tartufo nelle sue molte espressioni (apparentemente poco più di una patata che puzza di gas, ma con la sorpresa), il concetto stesso del fritto misto alla piemontese (una cosa che a descriverla sembra opera di un pazzo), la geniale ideazione della Bagna Cauda che a raccontarla sembra una tortura invece è una delizia, per non dire del vino (che non conosco per mia colpa) e di un sacco di altre prelibatezze che invece ignoro perché, si sa, i piemontesi non hanno mica tutta questa smania di esportare le loro godurie.

L’altro giorno però sono venuta a conoscenza di questa tradizione piemontese che a me è subito sembrata fantastica, tanto più che l’avevo inventata anch’io spontaneamente, a dimostrazione di quale sia l’affinità elettiva tra il Piemonte e me.

La tradizione si chiama merenda sinoira e consiste in quello che io propongo per la festa della Befana e cioè un tè pomeridiano che sconfina nell’aperitivo e poi nella cena e poi nel dopocena e soprattutto a me è sembrato azzeccatissimo il gemellaggio spirituale tra il nord est e il nord ovest che si è espresso con la contaminazione della tradizione piemontese con la sarda in saor, tipicamente veneziana.

Gli amici torinesi se ne sono ripartiti verso il suolo natio con uno scartossetto di sarde, per sancire l’intesa sabaudoveneta.