fossero calzini darei la colpa alla lavatrice

Ho perso i guanti.
Quando io dico che ho perso una cosa intendo che l’ho messa via, in un posto sicuro, così sicuro che poi non la trovo per anni e anni. Mi è già successo mille volte: con un orologio, il certificato elettorale, diverse carte importantissime e in quanto importantissime messe ancora più al sicuro del solito etc.
Ogni volta, nel vano tentativo di imparare dai miei errori, cerco di concentrarmi e ricordare il tipo di ragionamento che può avermi spinta a scegliere un nascondiglio invece di un altro: so che una logica c’è, solo che la ritrovo dopo un secolo, in genere dopo che ho abbandonato ogni speranza e solo grazie all’intervento del destino.

E insomma i guanti ho cominciato a cercarli all’inizio dell’inverno: ho messo a soqquadro la casa, rivoltato gli armadi (con l’occasione ho messo un po’ in ordine e ho buttato via della roba inutilizzata da alcuni lustri) ma niente: sono spariti.
L’inverno è stato più che mite e io ai guanti non ho più pensato fino a oggi, che devo preparare la borsa per andare in montagna. Ho trovato le calze grosse, le bandane da mare, i pantaloni da sci, i costumi da bagno, l’astuccio del cucito da viaggio, gli antibiotici di emergenza, doposci di varie taglie e fogge, palette e secchielli ma guanti nemmeno un paio.

Secondo me non è vero che ogni cosa ha un posto, ne ha almeno mille: se ne avesse uno ci sarebbe un cassetto a forma di mano fatto apposta per i guanti, invece io un cassetto a forma di mano non l’ho mai visto. Se invece c’è, lo voglio.

vogliatemi bene lo stesso

A proposito di onde gravitazionali, ho letto Sette brevi lezioni di fisica e l’unica cosa che ho capito – a parte che l’universo è e sarà sempre pieno di mistero e fascino, e che l’uomo ha la naturale tendenza a cercare di capirne di più, cosa che però già sospettavo – è che la mia forma di pensiero è davvero quanto di più distante dall’impronta mentale del fisico.

Dev’esserci una zona del cervello adibita alla comprensione di certe correlazioni tra le cose e la loro misura, il loro funzionamento, la loro prevedibilità, che a me manca completamente: la realtà mi piace osservarla nel più completo stupore.

Naturalmente nel più completo stupore osservo anche coloro che invece le domande giuste se le fanno e anzi ho scoperto che in fin dei conti, in pratica, se ho capito bene, per occuparsi di fisica bisogna essere in un certo senso anche un po’ filosofi.
Non necessariamente viceversa.

governo ladro, ad avercelo

Piove, poi smette, poi piove, poi ripiove, poi rismette, poi piove sul ripiovuto.

La primavera quest’anno è timida, ma mi aspetto che, appena questo strano strascico d’inverno sarà passato, lei (la primavera) non potrà fare a meno di esplodere come una bomba lasciando stupefatti giardinieri professionisti, orticultori dilettanti, tagliatori d’erbe della domenica.
Saremo sorpresi da rampicanti rampanti, tappeti erbosi impenetrabili, fioriture travolgenti, maturazioni fulminee.
L’umanità, minacciata dalla straripante vitalità della natura dovrà reagire per non essere sopraffatta e magari divorata da piante inaspettatamente onnivore o inghiottita dalla terra bisognosa di continuo nutrimento. Si dovrà correre ai ripari e raccogliere, cimare, diradare, spostare, potare.

Per due o tre settimane sarà tutto prepotentemente irresistibile, ci spoglieremo felici di felpe e maglioni ma subito dopo cominceremo a lamentarci del caldo e della siccità e della sovrabbondanza, ci abitueremo in fretta alla bellezza dei pomodori maturati al sole e avremo voglia di mandarini, cappotto di lana e broccolo fiolaro.

Sempre la stessa storia: incontentabili.

deve trattarsi di un carattere genetico recessivo

Lo ammetto: non le ho prese bene, queste elezioni. Ero preoccupata prima, sono abbastanza angosciata adesso, e quelli che ridono e sorridono per il risultato mi danno sui nervi semplicemente perché penso che in una situazione del genere nessuno dovrebbe essere contento, indipendentemente da quel che ha votato e dal motivo per cui l’ha votato.

La campagna elettorale mi ha fatta soffrire come poche cose al mondo per la maniera in cui mi sono sentita considerare: suddita, adepta, babbea, credulona, nella migliore delle ipotesi audiolesa. In ogni caso l’ho trovata una campagna offensiva, nei toni e nei modi e nelle parole. Non mi pentirò mai di aver votato il solo schieramento da cui mi sia sentita considerare un’elettrice normale.

In questi giorni mi sono sentita molto incompresa, un po’ maltrattata, parecchio frustrata. Ho cercato di esprimermi (male, e probabilmente con un eccesso di enfasi) in modo che si capisse che io non disprezzo le scelte altrui (certe scelte altrui, almeno) ma in alcuni casi fatico a comprenderle.

Ho in effetti, lo riconosco, scarsa stima per chi non prende posizione: gli astensionisti per principio, i pigri, quelli che “Nel dubbio voto uno che non ha nessuna chance, male non può fare” oppure “Nel dubbio non voto”. Sono anche abbastanza infastidita dal voto di protesta dopo i 19 anni. 
Penso che un adulto debba accettare che il suo compito sia anche quello di imparare ad esercitare l’arte del compromesso, le volte in cui il compromesso è più utile dei capricci, perché difficilmente si potrà mai riconoscere al 100% nelle proposte di un partito a meno che quel partito non l’abbia fondato lui stesso. 

Penso anche che dopo i 30 anni tu non possa lamentarti della situazione politica se nel frattempo non hai esercitato il tuo diritto al voto. Non dico che l’astensione non sia legittima, semplicemente ti fa perdere il diritto alla lamentela e quindi anche ai proclami inneggianti al cambiamento istantaneo. È una questione di dignità.

Quello che contesto non sono i voti diversi dal mio ma la scarsa considerazione del voto, le scelte di comodo, la convinzione che la politica sia una cosa facile al punto che non sia necessario prepararsi, almeno un minimo, prima di buttarsi nella mischia, come se fosse superfluo conoscere l’alfabeto per scrivere le lettere d’amore.

Mio marito, con cui difficilmente mi trovo d’accordo politicamente anche quando miracolosamente votiamo dalla stessa parte, dice che non parlerà mai più di politica con me. Già succedeva poco prima…
Credo di capirlo, dopotutto: mi sono resa conto, mentre tra me e me facevo una sorta di esame di coscienza, che chi come lui e come tanti (legittimamente e giustamente, non dico di no) in questo frangente ragiona con atteggiamento cerebrale sul voto prima e dopo, e riesce a parlarne con distacco emotivo e lucidità, e stigmatizza quelli come noi che invece non ce la fanno, probabilmente non ha idea di cosa significhi essere nati col cuore a sinistra.

un argomento scomodo di cui ho urgenza di parlare

Io sono quella che il più delle volte esce di casa conciata come una zingara, che si trucca come capita e qualche volta non si trucca affatto, più che altro per pigrizia; che si depila con dei contorsionismi degni del Circo Togni con un silk épil degli anni novanta e va dal parrucchiere quando proprio non ne può più fare a meno; che le rare volte in cui si mette lo smalto alle unghie poi lo smalto decide di andarsene di sua spontanea volontà perchè sa che è inutile aspettarsi quella che sarebbe una logica passata di acetone.

La mia discreta sciatteria, di cui non mi faccio un vanto ma che ritengo una peculiarità innata e difficilmente superabile alla mia età, mi porta a riconoscere e studiare con una certa curiosità antropologica le donne sempre curate nei minimi dettagli, quelle che probabilmente sono affezionate alla loro estetista più che alla loro mamma; che non saprai mai se hanno i capelli lisci o ricci perché escono solo se perfettamente piastrate; che non capisci se stanno andando a fare la spesa alla coop o se stanno correndo a fare un servizio fotografico per Vogue.

Quello che non capisco (e qui vengo al dunque) è perché nessuno spiega a queste donne (non tutte ma tante, troppe) il problema delle sopracciglia.

Le sopracciglia sono come gli occhi, o il naso, o la bocca: secondo me ognuno deve avere le sue. Si possono, all’occorrenza, sfoltire, riordinare, armonizzare con colpi di pinzetta o filo o microceretta (professionali o fai da te) ben assestati, mantenendo l’equilibrio con gli occhi e il viso, senza snaturarle.

La tendenza del momento invece è il sopracciglio universale-arcuato-assottigliato senza personalità alcuna, come se ad ogni faccia potesse adattarsi quello che sarà pure l’ideale canonico di perfezione soppraccigliare ma che risulta più falso di un disegno a pennarello su una bambola di plastica.

Io vi prego, donne di strabiliante disciplina estetica, donne senza ricrescita di pelo, donne dalla pelle di seta, dalle unghie sempre della lunghezza giusta e con la perfetta tonalità di smalto, dalla piega inappuntabile anche a ferragosto sotto il solleone o a novembre con il diluvio universale: chiedete alle vostre estetiste che vi lascino un ricordo delle vostre sopracciglia.

Così sembrerete almeno vere.

inquinamenti

È un vero peccato che la statale tra Padova e Vicenza sia un punteggiare instancabile di sorgenti luminose: insegne, lampioni e fari. Un serpente di zone industriali e centri commerciali che dorme sempre con la luce accesa.
Ho avuto voglia di buio: mi sarei fatta volentieri guidare da una rosea luna snella e dalla sua brillante stella amica.

ragionamento dettato unicamente dalla scarsa comprensione del mondo militaresco

Oggi son passata vicino a una casa tutta circondata da cartelli che ti avvertono che quella è una zona militare. Nel senso che, credo, dentro la casa e dentro le altre case dell’isolato ci sono degli uffici, suppongo siano degli uffici, che appartengono alla caserma degli americani.

Ora, non so bene come funzioni perché ho realizzato che non ho mai frequentato caserme di alcun genere e sono abbastanza fortunata che non mi è capitato di aver morosi che han fatto il militare perché non ho mai avuto una grandissima simpatia per gli eserciti e non subisco in alcun modo il fascino della divisa, però ho fatto questo pensiero qui, che in questo caso specifico riguarda gli americani ma solo perché non ho altre caserme nei dintorni da esaminare:

Siccome dalla mia posizione si vedeva un tavolinetto con delle sedie da giardino, giusto dietro o davanti la casa in questione, e mentre guardavo le sedie e il tavolo e pensavo: “Chissà quand’è che si mettono lì a giocare a carte o a mangiare un panino”, è sbucato fuori un tipo con gli scarponi e la mimetica. E siccome questo tizio aveva tutta l’aria di uscire da un ufficio, di lavorarci o comunque di lavorare in un posto dove non stavano facendo esattamente un lavoro di duro addestramento bellico, tant’è che poi se ne gironzolava bevendo una cosa che sembrava un succo di frutta ma probabilmente era una bibita dalla composizione a noi ignota perché gli americani non possono bere una cosa pseudo sana come un succo di frutta, mi son domandata: “Esattamente la mimetica che funzione ha in un luogo dove per mimetizzarsi eventualmente servirebbe piuttosto una divisa color asfalto? A parte dimostrarci che duri che sono gli uomini duri che si vestono come se dovessero partire immediatamente per l’Afghanistan. E perché l’uomo dell’esercito non può concepire un abbigliamento che tenga conto delle stagioni? E qualora sia ragionevole che il guerriero si debba temprare con un abbigliamento che non tiene conto delle stagioni, perché non può essere un abbigliamento meno grottesco della mimetica in città?”

Mi son fatta le domande ma non avevo neanche una risposta.

smetto quando voglio

Lui scommette che non sono capace, come i tossici, o quelli che devono smettere di fumare. Cosa vuoi che sia, dicono, e invece poi non riescono: due ore, un giorno e son lì di nuovo.
Ma io adesso ho le mie buone ragioni e la motivazione, si sa, è tutto, in questi casi.

La motivazione è che ho iniziato un libro che mi prende molto, voglio vedere come va a finire e sono una persona impaziente: lo voglio sapere presto.
No, veramente la ragione è che se ho delle cose da dire non mi va di sputarle fuori a vanvera, adesso comincio a pensarci su un  momento prima di parlare.
No, la verità è che mi hanno fatta innervosire e ho voglia di chiudermi in camera mia, nella mia stanza c’è una finestra e di lì il paesaggio è tutto mio: guarda, me lo invento di volta in volta come mi piace, ho ancora negli occhi la Valle del Fiora e non so immaginare di meglio, oggi.

Insomma mi son sloggata perché son talmente pigra che solo l’idea di dover rientrare mi fa fatica. E’ bellissimo.
(L’indolenza sarà la mia salvezza)

Poi da oggi mi riapproprio del blog. (I commenti su FF non li posso leggere: non vorrai mica che digiti la password!)

del controsenso del cappuccino tiepido

Nella vita ognuno si costruisce dei meccanismi forieri di fastidio perché così ogni tanto può sfogare la sua rabbia repressa nei confronti di qualcosa di specifico. A me il cappuccino tiepido scatena ondate di fastidio che nemmeno i lacci che si slacciano o il reggiseno che punge o la meringa che non viene.

Stamattina io e lo Splendido abbiamo fatto colazione in una pasticceria che non era una delle nostre pasticcerie preferite e quindi abbiamo chiesto, previdenti, un cappuccino bollente, sapendo che quando lo chiedi bollente nella maggiorparte dei casi ti arriverà un cappuccino caldo. Stavolta un po’ più che caldo, per fortuna.

Il cappuccino deve essere caldo perché se è inverno e tu arrivi con le mani gelate anche solo il contatto con la tazza ti dà piacere, conforto, cosiness: è il preludio al primo sorso, quello che scotta appena la lingua e scalda il cuore e lo stomaco in un istante solo.
Se è estate perché il fatto che sia caldo ti costringe a berlo con calma, aspettando la temperatura perfetta, magari leggendo il giornale o pensando agli appuntamenti della giornata.

Il cappuccino, al contrario del caffè, che si beve in un sorso, distrattamente, va preso con lentezza, se possibile insieme alla brioche, sua compagna di viaggio ideale che infatti ha lo stesso tempo di consumazione. E quindi tra un morso e un sorso, bevendo e masticando, si alternano dolcezza e calore, solido e liquido, burro e caffè.

Il cappuccino tiepido invece è quella cosa che sei costretto a ingollare in fretta e furia, per paura che diventi gelido, che ti lascia la pancia fredda e che non ha avuto il tempo di amoreggiare con la tua brioche. In pratica l’incontro di due solitudini che resteranno tali.
Il pensiero peggiore per iniziare la giornata.

e no che non te la volevo dare

Dovevo girare a destra e però mi son fermata per far passare un ciclista che arrivava sulla pista ciclabile e un gruppo di pedoni, tra cui una mamma con passeggino, che dovevano attraversare sulle strisce.

Ne ha approfittato un tizio con una BMW nera che veniva in senso contrario e che doveva, lui, svoltare a sinistra, incurante dei passanti, delle strisce e della pista ciclabile.
Tutto tronfio, nella sua palese megalomania, deve aver pensato che mi fossi fermata per regalargli graziosamente la mia precedenza.