cose di mia nonna 2

Il pomeriggio la nonna ci faceva il tè con i grissini, io il tè con i grissini la considero proprio una delle invenzioni di mia nonna perché tutti gli altri con il tè prendevano i biscotti. Invece i grissini erano perfetti, spezzettati con arte a segmenti tutti uguali nella tazza, e mangiati in fretta prima che il liquido li facesse diventare molli. I grissini molli sono una sciagura per qualunque bambino, mentre i grissini croccanti sono patrimonio dell’umanità, e mia nonna, che se ne intendeva, i grissini li proponeva anche come accompagnamento al suo meraviglioso passato di verdura, tiepido, d’estate.

Io i grissini li compro raramente ma quasi quasi adesso ne impasto un mezzo chilo, per il tè di domani.

cose di mia nonna

Quando ero piccola passavo un sacco di tempo da mia nonna. Una cosa che mi ricordo è che quando mia nonna finiva il latte metteva un pezzetto di burro nel caffè. “È uguale” diceva. Invece non era uguale per niente: nel caffè caldo il burro faceva quei bolli galleggianti orribili come succede con il brodo quando non lo sgrassi per bene e io pensavo che per nessuna ragione al mondo avrei bevuto il caffè con i bolli di burro.
Lo penso anche oggi, ogni volta che mi viene in mente, quando finisco il latte.

la cosa certa è che so sognare

Ieri mia sorella mi ha detto che a casa ha ancora una scatola di fili e roba per il cucito di mia nonna. Non so perché ma non immaginavo che fosse possibile, visto che sono più di trent’anni che mia nonna non c’è più, eppure in una casa sono tante le cose che sopravvivono alle generazioni: le poltrone, le lenzuola, gli specchi, spesso anche cose piccole come la scatola del cucito.

Ho detto a mia sorella che mi piacerebbe vederli, i fili con cui mia nonna passava le sue ore nell’angolo della cucina: sono rocchetti di legno come non ne fanno più e sono curiosa di scoprire di che colori mia nonna si circondava, e nei colori riconoscere i suoi sogni.

Di sicuro per questa ragione la notte scorsa ho sognato che andavo da mia sorella a vedere la scatola dei fili. Lei mi diceva che prima di aprire la scatola dovevo prepararmi perché dentro la scatola c’era anche il profumo della nonna. E infatti io l’aprivo e il profumo di mia nonna era dentro, e io pensavo che era una bellezza, risentirlo dopo trent’anni.

Io il profumo di mia nonna non me lo ricordo bene, ma so che se lo risentissi lo riconoscerei, e che il profumo, nel sogno, era il suo.

come rendere un nativo digitale un uomo vero (potete provare anche voi)

Sono due giorni che penso a mia nonna perché volevo scrivere un post per un blog che cerca storie di cucina, e mia nonna è stata la prima persona che mi è venuta in mente per una storia di ricordi che parlano di cucina.

Poi da quando ho cominciato  a pensarci non ho smesso più e tutte le cose che succedono adesso (e magari anche fino a domani) in qualche modo mi viene da legarle a qualche ricordo di mia nonna.

Oggi che mio figlio era a casa malato, e anch’io non è che mi senta benissimo, per la verità, ci siamo messi in soggiorno a fare attività leggere per persone malate: a un certo punto ho realizzato che c’era una cosa che mi serviva tantissimo, un piacere che dovevo chiedere a mio figlio (che in quel momento era sfaccendato) e che si sarebbe rivelato di grandissima utilità per me ma anche per lui: una specie di lezione di vita che io, a mia volta, me lo ricordo perfettamente, avevo imparato da mia nonna.

“Metti le mani così” gli ho detto, mostrandogli come. Lui ha allargato le braccia e ha alzato gli avambracci pependicolarmente al pavimento per lasciarmi infilare la matassa di lana di pecora biologica che nelle mie intenzioni doveva diventare un gomitolo e poi una specie di maglia.

Poi siamo stati un po’ a chiacchierare mentre io facevo il gomitolo con la lana e lui si dondolava assecondando il movimento di srotolamento del filo. Non so se avete presente.
Mentre lo facevo pensavo che quel gesto lì ogni uomo completo dovrebbe conoscerlo, infatti io due uomini su tre, in casa mia, li ho addestrati.
Lo deve conoscere perché è una specie di legame con il passato: io sono certa che mio padre e mio nonno e il mio bisnonno quel gesto lì, una volta almeno ma più probabilmente mille, forse brontolando, da piccolo o da grande, lo deve aver imparato ed è bellissimo, io credo, che certe cose rimangano, anche se diventano rare e non più quotidiane, perché mio figlio è un uomo del ventunesimo secolo e non del diciannovesimo come mio nonno o del ventesimo come mio padre, e di fare i gomitoli non gli capiterà spessissimo.

E insomma oggi ho sentito di aver fatto una cosa utile per l’umanità: tramandare un gesto quasi perduto.

un post che sembrava triste e invece no

Crepacuore è una parola antica. Chi si sognerebbe di usarla, oggi? Io.

Bisognerebbe avere sempre in mente con chiarezza il momento del più grande dolore della vita, come quello della più grande gioia. Non sono punti fermi, ma servono a prendere le misure, a stabilire il peso delle cose che ci capitano, a dare una collocazione alle emozioni. Anche a sapere, in ogni istante, che se sono capitati giorni in cui sei stato più felice, è anche vero che  ce ne sono stati altri in cui ti sei sentito incredibilmente peggio.

Non si muore di crepacuore. Lo diceva sempre mia nonna e io ci credo. Lo diceva con un tono che mi faceva pensare che volesse dire purtroppo, come se lei lo avesse conosciuto, quel dolore lì, che avrebbe dovuto spezzarle il cuore e invece faceva solo male; come se avesse desiderato morirne per non sentirlo più. A me, bambina, pareva così.
Ci ho ripensato, un 9 febbraio di tanti anni dopo, il giorno in cui quel dolore l’ho sentito anch’io e ho scoperto che era vero: che crepe nel cuore non ne faceva, ché il muscolo ha bisogno di ben altri traumi per strapparsi; che quella sofferenza bisognava tenersela e superarla e masticarla fino a digerirla tutta.

Però, ecco, a differenza  di mia nonna io posso dire, oggi, con convinzione, con sollievo: per fortuna.