sull’onda di cose di inarrivabile bellezza

Ieri sono andata al cinema a vedere Faber in Sardegna, il documentario su De André, e mi è venuta della gran nostalgia insieme a una serie di propositi fascinosi ma irrealizzabili.
Prima volevo andare a vivere in Sardegna con le mucche per  cercare la mia creatività (ma era per via della casa: come si fa a non desiderare di vivere per sempre in una casa così?). Poi ho deciso che quando sono morta voglio avere anch’io degli amici che parlano di me con le lacrime agli occhi e che mi sognano due volte al mese. Poi rivolevo andare a vivere in Sardegna ma senza mucche (troppa fatica, al massimo potrei coltivare dei pomodori) e a patto che qualcuno mi venisse a trovare ogni settimana. Poi mi è rimasta la nostalgia, per fortuna che in Sardegna ci vado presto in vacanza e mi posso portare la musica e al limite anche dei pezzi di carta da trasformare, per vedere se funziona anche per me, la magia.

Vi lascio questa


un gesto

Riconosco il gesto di una mano a cercare un’altra mano come il più familiare, tra una madre e un figlio.
La prima volta, il primo minuto, il primo istinto è stato quello di toccare dita piccolissime che presto avrebbero imparato a stringere. Per mille e mille giorni quante volte ci siamo cercati in quel modo non saprei dire, in un’abitudine quotidiana a chiedere sostegno, a dimostrare fiducia; ad alleggerire i silenzi più eloquenti e le paure più inconfessate.
Non ci siamo quasi accorti che la necessità di quel contatto, poi, si è diradata: la mano tesa meno urgente mentre imparavamo gesti più adulti, e parole piene.

Non so quando sia successo che è cambiato tutto, così in fretta: quando ieri la tua mano ha cercato la mia non era quella di un bambino che mi stringeva ma quella di un uomo che mi chiamava, per dire emozioni conosciute, con una voce nuova.

mezza

E poi, credo che fosse in Rue des Francs Bourgeois, o Rue des Rosiers, o forse Rue Vieille du Temple, sabato pomeriggio; mi son trovata a piangere, al telefono, in mezzo alla strada; il che può sembrare strano, piangere in mezzo alla strada in un quartiere pieno di gente il sabato pomeriggio, invece non è strano per niente, e comunque nessuno si accorge di te, se piangi in mezzo alla strada, di questi tempi. E io mi dicevo che era assurdo e che avrei dovuto essere felice come una pasqua, visto che potevo usare il mio tempo come volevo nel posto del mondo che mi piace di più, e invece piangevo perché il fatto è che io, lì, da sola, mi son sentita mezza.

se Proust mi conosceva diventavo la sua Musa

Oggi sono andata dal mio pusher di farina perché volevo chiedergli se aveva le cicerchie. Non le aveva perché dice che le cicerchie una volta ha provato a tenerle, ma poi non gliele chiedeva mai nessuno e ha finito per buttarle via. Peccato.

Il mio pusher di farina ha un negozietto che secondo me esiste da sempre, immutabile nei secoli. E’ uno di quei posti che vorresti che non sparissero mai, ma che sai che un giorno spariranno. Io do sempre per scontato che tutta la cittadinanza sia al corrente dell’esistenza di quel negozio lì, che per me è una specie di monumento, anche se dentro ci son due che uno è affabile mentre l’altro è davvero scontroso; però alla fine gli perdoni la mancanza di savoir faire perché un’altra bottega così non so se ci sia.
Questo negozio sta in una via che conoscono tutti e che si chiama Contrà Chioare, che secondo me è un nome bellissimo per una via.

Oggi quando sono entrata a chiedere le cicerchie mi ha avvolta un profumo di bottega in estinzione che se voi non lo conoscete, quel profumo lì, non potete capire. Per aver la scusa di restarci dentro un po’, anche se le cicerchie non c’erano, ho comprato i semi di sesamo e i pinoli, che non è come al supermercato, che li trovi imbustati e plastificati. Le cose, in questo negozio qua, sono tutte dentro ai sacchettoni di tela oppure nei contenitori di vetro trasparente sui ripiani e tu puoi indovinare cosa c’è dentro dal colore del contenuto oppure leggere le etichette, se hai una buona vista. Qua le cose te le tirano fuori dai barattoloni e le mettono nei sacchettini di carta, come faceva la mia bisnonna con le caramelle, quando andavamo a Bessica nella sua bottega, che aveva lo stesso profumo di bottega in estinzione e infatti un giorno si è estinta.

sinceritàààà

Senti, Luca Carboni: io riconosco la tua buona volontà, lo so che nelle tue intenzioni era un omaggio, ma certe cose per me te le puoi anche risparmiare. Non ti vengono bene per niente. Con questo non sto a dire che devi cambiare mestiere, ci sarà pure qualcuno che ti apprezza, ma ti inviterei a limitarti a miagolare i pezzi che ti scrivi tu, anziché deturpare certe pietre miliari della musica mondiale.

Per dire: adesso mi strazi dalla radio tutti i giorni con quella canzone lì che sembra il lamento di uno uscito un po’ alterato dall’osteria. Fatta da te, dico.

Invece quando la cantava lui faceva piangere dalla commozione. Ecco: la riconosci la differenza, tra piangere per lo strazio e piangere per la commozione?

Scusa la franchezza, ma qualcuno te lo doveva pur dire.

avresti mica un maalox?

E’ successo un venerdì, me lo ricordo. Come molte persone che sono abituate a lavorare in solitudine, ascoltavo la radio.
Ora, diciamo la verità: la musica alla radio fa quasi sempre schifo, infatti io la radio l’ascolto per le parole. Niente di culturalmente elevato, beninteso (niente radio3, per dire) ma nemmeno di commercialmente infimo (tipo radio deejay, che mi vengono i brividi solo a pensarci). Una via di mezzo, diciamo: programmi di chiacchiere tra il serio e il faceto – spesso più faceto che serio – inframmezzati da musica abbastanza banale, quasi sempre.
Ecco che quel venerdì, a qualche ora della mattina durante un programma qualunque, mi si rizzano le antenne quando partono le prime note di – udite, udite – Harvest (1972, credo).

Sulle prime penso di sbagliarmi (in effetti Harvest non passa alla radio da trent’anni e anch’io, in effetti, credo di non ascoltarla da almeno venti), poi la capriola inequivocabile del mio stomaco mi costringe ad ammettere che ho ragione, che la canzone è quella lì. Un attimo in cui cose dimenticate frullano da un angolo di memoria spigolosa, poi passa.

Neanche mezz’ora e il compilatore misterioso di playlist mi piazza la seconda stoccata sotto forma di Pink Floyd (Money, non mi chiedete l’età che non la so). Comincio a preoccuparmi. Vorrà dirmi qualcosa? Alle prese con una palla di lavoro di veline e adesivi vedo il mio dentro e il mio fuori che irrimediabilmente si scollano: la pancia ribolle in un corpo apparentemente quieto.

Il tempo di dare una calmata ai ricordi, tra una chiacchiera e una scemenza,  e il compilatore nostalgico tira fuori dal cappello un altro coniglio: Jim Kerr in forma smagliante attacca Up on the catwalk come se niente fosse e stavolta più che una capriola mi sembra che sia un triplo avanti carpiato. Roba da uccidersi dallo spleen.

Io non lo so, cosa gli sia preso, al compilatore, quel venerdì. Certo che ce ne vuole per infilarne tre su tre che sembrano fatte apposta per creare vortici gastrici. Potevano venirgli in mente, che so, i Doors, Cat Stevens, i Rolling Stones (e qui ci vorrebbe l‘analista che non ho per capire come mi siano venuti in mente, questi). Tutta gente che mi avrebbe fatto l’effetto di una camomilla, una pasticchetta di valeriana, una tisana di zenzero.

Tutto sommato però è meglio così: non è mai morto nessuno per un po’ di mal di pancia, no?

 

 

Strani amori

Il Lungarno vicino al Ponte alle Grazie, quando piove.
Il giardino di Boboli quando era davvero un giardino, e potevi andarci a studiare.
Il ponte dell’isola Tiberina, dalla parte della sinagoga, che non so come si chiami.
Via del Portico d’Ottavia, chissà perché.
Piazza Navona la mattina presto, quando i turisti dormono ancora.
Rialto la sera tardi, quando i turisti dormono già.
Corso Palladio, quando poco dopo il tramonto guardi verso ovest.
La volta in cui, a Merzouga, ho visto l’inizio del deserto e ho pensato che non si vedeva la fine.
Noirmoutier, un po’ isola e un po’ no; un po’ oceano e un po’ Mediterraneo.
Quando, in vacanza con mia cugina, si arrivava ogni mattina in treno alla Gare du Nord e Parigi era tutta da scoprire.
Milano, il giorno che ho scoperto che certe volte c’è il sole anche lì.

Viene da sola, prende un po’ alla sprovvista; e mi lascia un poco stordita, appena appena incredula; e poi, quando passa, mette nostalgia, la nostalgia.