non sono una maestra

Non mi conoscono. Mi presento, li guardo tutti negli occhi sorridendo, chiedo i loro nomi. Alcuni sono nomi stranissimi che non riesco a ripetere. Ridono, quando sbaglio a pronunciarli, mi correggono divertiti perché a loro non sembrano difficili: sono i nomi dei compagni di scuola.

Sul tavolo rettangolare ho disposto il materiale con cui lavorare, li guardo guardare incuriositi senza immaginare come funzioni: appena vedono l’acqua gli nasce una domanda negli occhi. Spiego che sì, bisogna mettere le mani in acqua, per questo lavoro, ma più tardi. L’acqua è tiepida apposta perché a loro non dia fastidio bagnarsi, qualcuno non resiste e tuffa due dita nella bacinella, io faccio finta di arrabbiarmi: non si mettono le mani in acqua senza il mio permesso.

Ormai è tutto pronto e la pasta di carta sciolta in acqua; mostro loro come si fa, e so che sembra una magia. E’ sempre così, quando da un minestrone semiliquido esce un foglietto rettangolare. Faccio finta di essere una strega, che quella sia la mia pozione magica, loro si divertono a fingere di crederci.

Quando è ora di provare, i più timidi cercano di mimetizzarsi; le bambine, intraprendenti, hanno già tirato su le maniche. Qualcuno si rifiuta di lavorare perché non vuole bagnarsi le mani; io non insisto ma incoraggio, sperando che alla fine venga voglia anche a loro.

Questi bambini sono un fantastico campione di umanità. Ci sono i paurosi, gli ambiziosi, i secchioni, gli insicuri. I chiacchieroni, i timidi, quelli che sembrano timidi ma poi diventano estroversi. Le perfezioniste, quelli che hanno fretta di finire, quelli che vogliono fare da soli e quelli che vorranno sempre un aiuto. Li riconosco subito, e mi chiedo se crescendo cambieranno indole e modi, influenzati dalle mille esperienze della vita, o se assomiglieranno sempre ai loro stessi bambini.

Si lavora chiacchierando; mi raccontano vita, morte e miracoli dei fratelli, dei genitori e dei nonni. Io gli parlo dei miei figli, bambini grandi. Mi chiamano Chiara perché, dicono, non sono una maestra. Per tutto il tempo mi chiedo chi è tra di noi quello che si diverte di più, con questo gioco. Non so perché ma ho sempre il sospetto di essere io.

E intanto un po’ li ascolto e un po’ penso che mi manca avere dei bambini ancora piccoli, che si stupiscono con le magie; che mi conviene approfittare di questi bambini qui, che si innamorano di me dopo cinque minuti; che mi dicono Ti voglio bene, Chiara; che vanno a casa felici perché gli ho fatto scoprire una cosa nuova, e raccontano che abbiamo usato il frullatore per fare il minestrone viola.

una giornata di Riccardo G.

La sveglia si materializza sotto forma di padre amorevole alle 7.00 o forse solo qualche minuto più tardi, quel che serve per riemergere da un sonno che solo a quell’età può essere così denso e impenetrabile.
È dura, la mattina. Arrivare alla colazione richiede già uno sforzo fisico: lavarsi, vestirsi, e dove sono i calzini?, mamma devi firmare la circolare, mi metti la merenda in cartella?, non ho fame stamattina (ma lo sai che devi mangiare lo stesso: almeno bevi il latte).
Il caos che regna nella sua testa in quella mezz’ora non la immagina nessuno: i suoi sogni non si sono ancora cancellati e già vengono spodestati dalla tabella oraria della giornata che lo aspetta, e non è una giornata da niente.

La scuola, si sa, è la scuola: cinque ore, sono. Ma a lui non dispiace, la scuola: è nell’età in cui si impara il cameratismo, in cui si scopre il fascino del mondo, in cui dentro casa e fuori di casa si è due cose diverse, e la libertà di essere, a scuola c’è. Per ora, in prima media.
La scuola sono cinque ore, ma oggi non sono solo cinque: un panino e poi vai con le prove per il concerto di fine anno, che fine anno sì, ma le prove iniziano due mesi prima, è un’orchestra vera, questa. Tre ore, le prove; ma tre ore di entusiasmo e, io credo, di gran confusione.

Uno pensa che dopo otto ore di lavoro si possa rientrare a casa, ma lui dice mamma ci sono le prove dell’orchestra, l’altra: non le posso saltare. Non puoi o non vuoi? Non voglio, in effetti. Altra orchestra, altre prove, altro entusiasmo, altra fatica, penso io, ma lui quella fatica lì mica la sente.
Si torna a casa che sono le 18.30 passate, dalle 7.30 che è uscito. Ti riposi con me sul divano? Ci guardiamo XFactor io e lui: io che stiro, lui beato che si nutre di altra musica.
Un’oretta, poi di corsa si mangia e via, con la scuola al Teatro Comunale per un concerto.

Sono le 22.20. La mamma è qui che scrive di lui e lui chissà se a teatro è riuscito a non addormentarsi per la stanchezza. Domani vi saprò dire.