fenomenologia dello scambio di casa/3: le affinità elettive

Ognuno di noi, io credo, cerca nella casa con cui scambiare delle somiglianze con la sua casa, qualcosa che lo faccia sentire a proprio agio nonostante le inevitabili differenze di abitudini e stili di vita.
Nella mia famiglia ciascuno ha le sue necessità: mio figlio grande spera ogni volta che ci sia un piano, oppure almeno una chitarra, e finora è andata bene perché uno strumento l’abbiamo trovato (e usato) quasi sempre: nel nostro profilo il piano campeggia nella prima foto e evidentemente la cosa funziona come richiamo per gli amanti della musica.
Anche mio marito che curiosa sempre tra i dischi per cercare della musica affine in genere ha fortuna.
Siamo sempre felici di doverci occupare dei gatti altrui e ormai abbiamo capito che il gatto è una filosofia di vita, che un micio è casa e che i possessori di gatti si sentono molto più tranquilli ad affidare i loro animali a chi a sua volta vive con dei felini: tra di noi ci capiamo, indipendentemente dalla lingua.
Fa sempre tenerezza scoprire gli stessi titoli sulle librerie, trovare gli stessi mobili (Ikea) e vedere l’effetto che fanno in una stanza che non è la nostra, curiosare sullo scaffale dei dizionari o quello delle guide turistiche e trovarli straordinariamente simili ai nostri.
Le somiglianze sono rassicuranti quando tutto il resto, dalla lingua agli orari dei negozi, è diverso.

Io, da parte mia, cerco le mie affinità in cucina: apro gli sportelli per carpire informazioni sul tipo di abitudini alimentari delle persone che abitano in quella casa, mi incuriosisco di fronte a ingredienti per me inusuali e mi commuovo davanti a dispense che sembrano la fotocopia della mia.

In quest’ultima vacanza in Germania, appena entrata in cucina ho capito che sarei stata bene: non solo per il cassetto delle spezie in cui mancava solo la pasta di curry rosso, che mi sono premurata di comprare e lasciare in eredità, certa che sarebbe stata gradita; e nemmeno per la dispensa della farina, un piccolo tesoro a km 0 per panificatori casalinghi; soprattutto per un fantastico forno elettrico da pane in pietra refrattaria che, con un certo timore reverenziale, ho sfruttato per sfornare pagnotte degne della migliore tradizione tedesca. Poco importa che la prima volta io abbia sbagliato clamorosamente temperatura (non trovavo le istruzioni) e abbia praticamente carbonizzato il primo esperimento: già al secondo impasto quella cucina è diventata mia e il forno una specie di compagno di viaggio.

Per ringraziare i padroni di casa ho abbandonato in frigo un barattolino di lievito madre: non sono sicura che lo useranno ma mi piace pensare di sì e del resto se c’era un luogo adatto per lasciarlo, era quello. I tedeschi, il pane, sanno farlo.

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Chiara e il dramma della pipì

Sono abbastanza famosa tra i miei amici e parenti perché sono una di quei rarissimi esemplari di femmina che quando viaggiano riescono a resistere un numero indefinito di ore senza bisogno di fermarsi in autogrill, in una piazzola di sosta, in un bar malfamatissimo, allo scopo di fare la pipì. Sono resistentissima, da sempre e quasi sempre, con pochissime eccezioni: quando bevo molto caffè o molta acqua, una cosa per me quasi impossibile perché bere non rientra (purtroppo) quasi mai nelle mie priorità, e il caffè neanche mi piace.

Ieri però ero in montagna, e in montagna, si sa, c’è questa esperienza quasi mistica della colazione che è parte integrante della vacanza. Io con la colazione non mi risparmio: dolce, salato, marmellate, pani coi semi e senza semi, uova, speck, succhi e caffè, litri di caffè che non ti accorgi di bere presa come sei a ingollare quel ben di dio.

Prima di partire per la passeggiata in mezzo al bosco, certo, una piccola pipì preventiva va fatta sempre: e infatti io non ho tralasciato questo piccolo atto di elementare previdenza, prima di affrontare  le due ore di cammino che ci sarebbero volute per raggiungere un rifugio.

Dopo mezz’ora però il caffè ha cominciato  a fare effetto e io mi son trovata in breve tempo nella situazione tragica della Minzione Non Rimandabile.

Ora dovete sapere che io sono abbastanza pudica, non mi smutando volentieri in pubblico (a meno che non sia una spiaggia naturista) e anche in condizioni estreme cerco sempre un luogo appartato e lontano da sguardi indiscreti per le (rare) necessità della mia vescica. Ieri la situazione non lasciava la possibilità di raggiungere luoghi appartati se non sprofondando per un metro nella neve fresca: anche volendo, poi sarebbe stato impossibile abbassare i pantaloni.

Mio marito, impietosito, si è messo a cercare il luogo adatto: una curva del sentiero, un tratto costeggiato da alberi frondosi che riparassero la vista, abbastanza lontano dal tornante precedente ma sufficientemente vicino al successivo, in modo da essere avvisati in tempo di eventuali gitanti in arrivo. Non so come, in un tempo record sono riuscita a farmi strada tra calzamaglia e pantaloni tecnici con doppia abbottonatura, ad accucciarmi con le chiappe praticamente nella neve e a rivestirmi giusto un minuto prima che arrivassero uno sciatore bello spedito in discesa e uno degli ennesimi gruppi di ciaspolatori in salita. Ma io ormai ero salva e il mio buchetto pisciarolo nella neve a bordo pista era già stato occultato con la maestria degna di un gatto nella sabbiera.

Da questa terribile esperienza, che voglio condividere perché chiunque potrebbe un giorno o l’altro esserne vittima, ho capito una cosa: adesso mi compro il pisciacoso.

a chilometro millemiglioni

Oggi sono entrata nel mio supermercato preferito: una cosa che, a volerle dedicare il tempo che ci vorrebbe, uno potrebbe perderci mezza giornata.

La cosa che mi piace tantissimo di questo posto è che gli alimenti sono divisi all’incirca per provenienza geografica.
Passeggiare tra le corsie è un po’ come fare il giro del mondo, e esattamente come quando giri per il mondo, ti capita di sentirti a tuo agio in certi posti più che in altri.
Io, per intenderci, mi sento molto attratta dalla zona indiana, compro sacchetti di miscele di spezie sconosciute sulla fiducia, mi porterei a casa qualunque barattolo di chutney o salsa piccante.
Invece divento particolarmente sospettosa in zona Estremo Oriente: mi fido pochissimo degli (apparentemente) antichi pacchetti cinesi che grondano glutammato e polvere, leggo tutte le etichette e poi compro quasi esclusivamente la roba thai che per qualche ragione mi dà più affidamento, molto probabilmente per merito esclusivo del packaging.
I sudamericani hanno uno scaffale pieno di roba zuccherosa che mi alletta poco, a cui do uno sguardo comunque per la curiosità: zuccheri, melasse, cioccolate, budini e dulce de leche. Ho già detto zuccheri?
L’Africa è un continente meraviglioso e completamente inesplorato (da me) infatti di tutta la corsia non conosco nemmeno un ingrediente, ci sono sacchetti di spezie, pesce secco, frutta secca, carne secca, roba strana secca, più una miriade di cose misteriose che comprerei se sapessi come usarle, o forse a ben vedere anche no.

In ogni caso mi sembra di essere al luna park, al posto delle giostre ci sono lo scatolame più variopinto che si possa immaginare, dei freezer da cui ti aspetti di veder uscire pinne di pescecane, antilope e fette di balena, frigoriferi da cui occhieggiano frutti esotici e verdura di cui è impossibile immaginare il sapore ma che solo a vederli ti fanno sognare mondi lontani.

Ogni volta che entro in questo posto mi viene da pensare a quanto variegato sia l’universo del cibo e a come le abitudini alimentari siano profondamente parte di noi, per quanto ci possiamo considerare dei gastro-curiosi (una brutta parola che però esiste).
Nella mia cucina, per dire, è imprescindibile l’olio d’oliva (e un po’ anche il burro): in questo supermercato l’olio d’oliva e il burro ovviamente non esistono, mentre invece ho potuto contare oli “alternativi” a decine: olio di palma (uno scaffale di almeno cinque metri), cocco, sesamo, soia, cumino nero, etc… senza contare le margarine e i grassi di origine e composizione ignota.

Oggi ho comprato ingredienti di tutti i continenti presenti: riso basmati, ghee e qualcosamasala, noodles e latte di cocco, patate dolci, una salsa di peperoncino, un agrume curioso.

L’Oceania non è contemplata, peccato. In compenso c’erano le fave secche. Pugliesi.

fenomenologia dello scambio di casa/2: differenziamoci

Dopo otto scambi di casa e altrettante esplorazioni di abitudini di vita altrui posso affermare che il mio vero incubo è la raccolta differenziata.
Anche se a casa mia tendo a separare anche i pezzetti di plastica dei tetrapack o le finesterelle trasparenti delle buste di carta, non credo di essere una persona fanatica, è solo che penso che il rigore riguardo alla raccolta dei rifiuti sia giusto nei confronti del pianeta e del personale delle aziende municipalizzate che poi quei rifiuti li devono in qualche modo raccogliere. Quindi io lavo le vaschette di plastica, sciacquo i brick del latte eccetera.

La prima cosa che faccio quando arrivo a casa dei miei ospiti è guardarmi intorno, in cerca di cassonetti/bidoni condominiali/indizi sulle modalità di raccolta.
In genere le possibilità sono tre: la raccolta porta a porta, la raccolta condominiale (di solito in luoghi tetri nel sottosuolo) o il conferimento diretto nei cassonetti esterni.
Ogni città differenzia a modo suo: c’è chi separa l’organico e chi no, chi mette insieme il metallo con la plastica e chi con il vetro, chi plastica e metallo insieme e vetro a parte, chi tutto insieme a parte la carta, chi tutto insieme inclusa la carta. C’è chi queste cose le spiega e chi lascia che l’ospite le scopra da solo (anche quella è una bella sfida, comunque).
Il fatto è che per riuscire nell’impresa di differenziare i rifiuti in casa altrui è indispensabile uscire dai meccanismi dell’abitudine. Qualche errore capiterà senz’altro lo stesso, perché si fa presto a dire plastica: ma plastica come? il polistirolo è incluso? e la pellicola? la plastica morbida? i vasetti dello yogurt? le vaschette? E il tetrapack con la carta o con la plastica?

Senza pretendere la stessa cosa dai miei ospiti, ho comunque redatto delle istruzioni che a me sembrano piuttosto chiare su come separare i rifiuti e dove conferirli. Ho allegato anche l’opuscolo delle Aziende con le figure a colori, in modo che siano comprensibili anche senza le parole.

Illusa.

Da me la plastica (tutta) e il metallo vanno insieme, la carta da sola, il secco a parte, il tutto raccolto porta a porta. Nei cassonetti vanno l’umido (bidone marrone) e il vetro (cassonetto verde).

Finora al mio rientro mi è capitato di trovare: un unico grande miscuglio indifferenziato senza sacchetto dentro il bidone del secco; l’umido nel bidone del verde in giardino (dopo 15 giorni di temperature tropicali era ridotto a una massa marcescente, terreno ideale per alcuni milioni di vermi piuttosto in salute); la plastica nel secco; i tetrapack nella plastica; l’umido nel secco; chi più ne ha più ne metta.

Ma è così difficile mettersi nei panni altrui? Leggere le istruzioni? Cercare di rendere le cose semplici ai padroni di casa al loro rientro? Aprire gli occhi e guardarsi intorno?
Dopo l’ultimo scambio ho passato una mattina a separare i rifiuti, e se togliere i cartoni del latte  e dei succhi di frutta dal sacco della plastica non è stato un gran lavoro, mi sarei volentieri risparmiata quello di svuotare l’umido in putrefazione dal bidone del giardino.
Ho abbastanza ottimismo per pensare che questi errori non siano stati intenzionali, ma li ritengo comunque errori facilmente evitabili, con una minima dose di empatia, buon senso e curiosità per le abitudini altrui.

La cosa che ho imparato da tutto questo è che non si è mai sufficientemente chiari quando si danno istruzioni a chi ha abitudini completamente diverse dalle tue.

Ho imparato anche che non sempre le persone hanno la sensibilità che vorresti, ma questo fa parte del viaggio (ovviamente mentre svuotavo il bidone putrefatto lo pensavo con altre parole, appena appena meno accomodanti)

fenomenologia dello scambio di casa/1: partenze e rientri

Ebbene sì, da qualche anno siamo scambisti*. Quando lo raccontiamo gli amici ci guardano con sospetto, poi man mano che spieghiamo come funziona lo sguardo diventa più tenero, come quando ti incanti davanti all’innocenza dei bambini.

In effetti per lasciare le chiavi di casa tua in mano ad un estraneo devi avere una certa fiducia nell’umanità, devi credere nelle buone intenzioni, nella bellezza della condivisione; non devi essere troppo geloso delle tue cose: il tuo letto, il tuo cuscino, il tuo forno (io sono un po’ gelosa del mio forno, ma me la faccio passare), le tazze della colazione preferite, i gatti e soprattutto devi aver voglia di vedere come vivono gli altri, a tuo rischio e pericolo (si fa per dire, ma neanche tanto).

Per prima cosa devi armarti di consapevolezza: devi sapere che le persone probabilmente tratteranno la tua casa come farebbero con la loro, solo che tu, come le persone trattano la loro casa, non lo puoi immaginare.

Le abitudini sono la cosa meno globale dell’universo: ognuno ha le sue. E qualche volta, lo scoprirai presto, le abitudini altrui sono molto più strane di quanto avresti mai potuto immaginare.

Quando preparo la mia casa per uno scambio la tiro a lustro molto più di quando ci devo abitare io. Parto dall’idea che ognuno nello sporco suo, con dei limiti, ci può anche vivere. Non sono una fanatica della casa asettica, qualche volta la mia cucina versa in condizioni pietose e per pigrizia e cialtroneria posso anche non preoccuparmi della polvere sulle mensole o del disordine in soggiorno (mio marito sopporta in silenzio da vent’anni). Se a casa mia ci deve venire qualcuno però voglio che non abbia l’imbarazzo di entrare in contatto con la mia spazzatura, pulisco negli angoli, riordino il caos perenne che è la mia lavanderia, controllo che la biancheria sia in ordine, che la dispensa e il frigo siano sgombri dei cadaveri che li abitano di solito (o quantomeno cerco di riporre lo scatolame aperto in modo che non dia fastidio e che sia ben riconoscibile). In genere mi precipito anche a sistemare le cose che da mesi non funzionavano, chiamo l’idraulico, faccio un salto all’ikea per sostituire un mobiletto rotto, sbrino il congelatore. Alla fine la mia casa è la casa dove vorrei abitare sempre. Pulita, in ordine, come nuova.

Nel mondo, però, ci son persone che hanno uno standard di pulizia molto distante dal tuo livello minimo accettabile, o che non si premurano di svuotare il cestino del bagno o il bidoncino dell’umido sotto il lavello prima del tuo arrivo. Addirittura, c’è anche chi non ha la delicatezza non dico di farti trovare i letti pronti ma almeno di togliere le sue lenzuola prima del tuo arrivo.  Ci avresti mai pensato? Io no, ma poi mi è successo.

Quindi ti metto in guardia: sappi che al ritorno da una bellissima vacanza in una casa dall’igiene un po’ dubbia ma comunque accettabile, potresti trovarti a casa tua a pulire il water perché ai tuoi ospiti non è venuto in mente di usare lo scopino, ma non dovrai mai mai mai arrenderti perché avrai comunque guadagnato qualcosa dall’esperienza: ti ricorderai che i maschi divorziati francesi non sanno che i bagni  di tanto in tanto si devono pulire, e che i belgi sopportano la polvere molto più di noi e ignorano che il wc net ha il becco inclinato per arrivare negli angoli nascosti (ma la pubblicità una volta non lo spiegava?). E insomma, mentre pulirai le piastrelle della cucina schizzate di sugo ti sentirai molto cosmopolita, conoscitore dell’Europa e maniaco della pulizia come non mai.

*al netto di accezioni di dubbia moralità

decisoni importanti prese in Puglia/2

Finché nel mondo esisteranno la focaccia con i pomodorini e i taralli alla cipolla la magrezza resterà solo un’utopia.

Per limitare i danni potrei rifugiarmi in un centro benessere dove depurarmi con infusi e centrifughe, farmi spalmare di fanghi e sali del Mar Morto, massaggiare con oli ayurvedici, nutrire con verdure biologiche al vapore.

Sì, ho deciso: domani vado in un centro benessere, intanto ‘spetta che finisco i taralli che sprecare il cibo è una cosa brutta.

decisioni importanti prese in Puglia

In una prossima vita voglio nascere ulivo, e crescere vicino a un muretto a secco; mescolare di tanto in tanto  le mie foglie con quelle di un mandorlo, con cui condividere un destino comune.
Diventare vecchio e nodoso, sopravvivere all’uomo che mi ha piantato e ai suoi figli, e ai figli dei suoi figli, dopo avergli regalato pace, ombra di verde e argento, aperitivi e intingoli.
Ricordarmi sempre di aggrapparmi con le radici alla terra e morire soddisfatto dei frutti che ho dato.

Oppure voglio essere papavero e incarnare per un giorno solo tutta la bellezza e la fragilità dell’universo.

Però propendo più per aperitivi e intingoli: forse manco di poesia.

fenomenologia dello scambio di casa/0: Parigi val bene una pulizia del water

Parigi ho capito che io mi ci sento a casa perché nella decina, forse più,  di vacanze che ci ho passato in vari momenti della mia vita, ho di fatto sempre abitato nella casa di qualcuno. A casa di Régine, a casa di Mona, a casa di Cécile, a casa di altri di cui non ricordo più il nome; questa volta qui a casa di Pascal, che a differenza di tutti gli altri era un perfetto sconosciuto ma da quando ho abitato a casa sua non lo è più.

Una cosa che mi piace di Parigi è che quando cambi quartiere è come se cambiassi città, e quindi abitare nel 19° (casa di Régine) è stato diversissimo che abitare nel 7° (casa di Mona) o nell’ 11° (casa di Cécile), per il fatto che la gente da un quartiere all’altro non si assomiglia, sembra proprio che si muova in modo tutto suo: abitare appena fuori dalla città, in una casa invece che in un appartamento, in un altro comune (casa di Pascal) è stato diverso in un altro modo ancora perché di gente ne incontri pochissima, in agosto, e ha tutta l’aria di essere in vacanza, si muove da vacanza.

Un’altra cosa che mi piace di Parigi è che a seconda delle persone con cui ci vai ti mostra una faccia diversa. Se vai dieci volte nello stesso posto con dieci persone vedrai dieci cose differenti, e ti verrà voglia di tornarci con l’undicesima.
Io, per conto mio, ci vorrei tornare con tutte le persone che amo, con alcune ci son già stata e probabilmente ci tornerò, con altre sono certa che non ci arriverò mai, ma se potessi lo farei, di corsa, con tutti.

A Parigi, se ci torni abbastanza spesso, l’ideale per me sarebbe una volta l’anno ma io una volta l’anno purtroppo non ce la faccio, ti accorgi che ci sono dei posti dove torni sempre e dei posti dove torni di rado. Per esempio a Montmartre erano trent’anni che non ci andavo e quest’anno che ci son tornata ho capito perché, e son sicura che almeno per i prossimi trenta sono a posto.

A Parigi vale la pena di capitarci in stagioni diverse perché così quando ci vai d’estate puoi permetterti di spendere una vacanza intera a zonzo per parchi e giardini che sono tutti fioriti e bellissimi e abbastanza invasi dai parigini in vacanza ma abbastanza poco dai turisti che devono vedere tutti i monumenti.

A Parigi può capitare che quando arrivi devi pulire il bagno però alla fine pensi che ne valeva comunque la pena.

(Sguinzagliata l’indolenza, ad essa si abbandonarono senza pudore)

Noi siamo gente rigorosa, in vacanza ve bene il relax ma c’è bisogno di regole e il risveglio va programmato con criterio: per esempio il primo che non prima delle nove abbia urgenza di fare pipì si premurerà di fare del brusio (deciso ma non eccessivo) che permetta agli altri di capire che il sole è alto e l’ora compatibile con la colazione.

La colazione è un momento cruciale della giornata perché da sempre pone di fronte a scelte difficili: caffè, caffè col latte o latte col caffè? Magari latte da solo? Cereali, fette biscottate o pane? Il pane bisogna scaldarlo: una fatica improba, se vuoi che sia grigliato al punto giusto. L’unica cosa certa per noi gente rigorosa è che il calcolo delle calorie va fatto tenendo conto che al mare si fa dell’attività fisica importante e quindi la nutella è un alimento che non può mancare per nessuna ragione.

La crema solare conviene spalmarla subito, a casa, così ti togli il pensiero. Si rende necessario il rispolvero delle conoscenze di matematica e fisica e geografia astronomica e l’attivazione rapida del buonsenso, una sinergia che permette la scelta oculata del giusto fattore di protezione: il fattore 5 protegge meno del 30 e il sole a mezzogiorno picchia più che alle cinque; son calcoli che ovviamente richiedono dell’esercizio e della costanza: noi gente rigorosa non ci riposiamo mai.

Ormai è tempo di andare in spiaggia, ma si fa presto a dire spiaggia: sabbia o sassi? Saranno a malapena le 11.30 e il brainstorming si fa estremo. Oggi facciamo sassi, va’. È una fortuna che siam gente rigorosa ma anche inspiegabilmente elastica.

In vacanza c’è bisogno di sapere bene con chi ti accompagni, non sia mai che parti con qualcuno che in genere è persona tanquilla e pantofolaia e in ferie improvvisamente si scatena peggio di un hooligan in trasferta; o che desideroso di vacanze vivaci ti metti in viaggio con l’amico iperattivo e nottambulo che fuori dal suo habitat naturale entra in un letargo fuori stagione per fare scorta di energie fisiche e mentali in vista dell’inverno. Io son partita con gente che sapevo brillante e sveglia e infatti non rimango delusa: i maschi si dedicano subito al posizionamento degli ombrelloni (dalla notte dei tempi occupazione da uomini) senza tentennamenti, con sicurezza ed efficacia. Non nascondo un brivido di ammirazione.
Il posizionamento dei teli da mare, invece, è attività squisitamente femminile: si vede dalla delicatezza con cui istintivamente la donna dosa sole e ombra per assecondare le esigenze dei diversi fototipi. Tra le altre cose, finalmente si possono mettere in pratica anni di frequentazione di profumerie e sfoderare la conoscenza del termine “fototipo”.
Insomma siamo gente rigorosa, sì, ma anche sensibile, intuitiva, premurosa: e quando il pensiero è attivo queste doti spontaneamente fanno germogliare l’arte e il genio di cui siamo portatori.

Avendo esplorato e sperimentato la valenza antropologica dei ruoli maschile e femminile nell’ottica della perfetta installazione sulla spiaggia, ci sentiamo pronti per iniziare le attività vere e proprie della giornata.
La lettura, si sa, è lavoro intellettuale per eccellenza anche sotto l’ombrellone, preferito dai meno sportivi ma anche da chi non disdegna alternare movimento e riposo. Non sto a elencare i capolavori della letteratura classica e moderna che la nostra truppa sfoggia con assoluta nonchalance e che unicamente per modestia si premura di inframezzare con letture solo apparentemente popolari e leggere ma in realtà dense di spunti per approfondimenti di rilievo. Quando al rigore si affianca uno spirito critico sempre sollecito la cultura è perennemente a portata di mano.

Essendo che anche la gente rigorosa ha bisogno di fare del moto, ciascuno si dedica alle sue attività sportive preferite perfezionando la tecnica del rotolamento dalla posizione prona a supina e viceversa senza uscire dai confini del telo o il mantenimento della stazione eretta con le caviglie in ammollo. Lo sport stimola il metabolismo ma collateralmente anche l’appetito: tormentati dal dubbio se tanto moto sia conveniente o meno provvediamo a sfamarci con alimenti di varia natura, quasi sempre comprensivi di carboidrati, anche e soprattutto per evitare deleteri cali di glicemia.

Il momento della doccia serale può essere causa di disagio e incomprensioni quando il bagno è uno solo e i gitanti sono molti. La disciplina e l’ordine che contraddistinguono il nostro agire quotidiano rendono anche questa incombenza una preziosa occasione di svago e socializzazione. Il nostro segreto? La caraffa di spritz e la ciotola di patatine con cui ingannare l’attesa del proprio turno di doccia ristoratrice.

Dopo una giornata di straordinario sforzo fisico e attività cerebrale senza risparmio; dopo cena e dopocena, struscio e gelato, con i muscoli facciali indolenziti dal gran sorridere, è comprensibile che a una certa ora, cullati da grilli e civette, accarezzati dalla brezza collinomarchigiana, accompagnati dal prematuro russare di alcuni, si sprofondi (chi prima, chi poi) nel sonno dei giusti.
Noi che siam gente rigorosa epperò anche discreta sorvoleremo sulle attività notturne oniriche e erotiche, sul sonniloquio, la lotta coi gatti e lo scambio dei letti.
Unicamente per il vostro bene.