l’arpista

Su un ordito di corde tese, mani svelte e instancabili: come ragni tessono aerei pizzi di note, pizzicate.

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la mia nuova droga

Una cosa che ho capito crescendo invecchiando maturando è che la musica, certe rare e preziose volte e per ragioni del tutto imperscrutabili, diventa una specie di dipendenza e come ogni sostanza psicotropa che si rispetti ha effetti che possono essere a seconda del caso euforizzanti, ipnotici, sedativi, antalgici etc.

Ultimamente, non so come, mi è preso un trip e mi rendo conto che è del tutto anomalo per via della tipologia (non è affatto il genere che ascolto di solito) e del target (sono decisamente troppo vecchia), eppure mi ascolto beata la sua musica in macchina e mi sento improvvisamente pervadere da un umore galvanizzato; io che non ho mai ballato in vita mia mi dimeno sul sedile della macchina come una balenottera in amore (nel mio immaginario le balenottere in amore scodinzolano), fino ad avere dei picchi di eccitazione mentre canto a squarciagola – con i finestrini rigorosamente chiusi per mantenere una parvenza di decoro –  la mia canzone preferita.

E basta: voglio leggermi anch’io il libro che dice Matteo perché per me, che non capisco niente di niente di musica, è un mistero come certi pezzi ti colpiscano come un fulmine quando meno te lo aspetti, cambiandoti la giornata, la prospettiva, l’approccio con l’umanità.

E adesso non mi dite niente se la mia nuova droga non vi piace, andate pure a farvi le canne come tutti mentre io inaspettatamente tunz tunz tunz…

cose che a raccontarle non rendono ma secondo me ci si può commuovere

In genere non li guardo, oppure li spio con la coda dell’occhio mentre faccio dell’altro. Non mi piace che si sentano osservati: è bella la naturalezza con cui lo fanno e non mi va di disturbarli nemmeno con lo sguardo. Però so che sono belli da fotografare per poi riguardare la foto nei giorni bui.

Non li guardo però, ovviamente, li ascolto. Sarebbe impossibile non sentirli, del resto, a tre metri da me, o al massimo nella stanza adiacente. Non so mai chi comincia ma quando me ne accorgo sono lì tutti e due, a quattro mani col piano oppure al piano e violoncello, a giocare con la musica. Li invidio, ovvio: io non lo so fare.

Sbagliano, riprovano, si aspettano, si rincorrono, ridono, risbagliano, cambiano pezzo quando uno non viene. Passano da un genere e da un secolo all’altro e io rido dei loro punti d’incontro che a volte son buffi, a volte incomprensibili per me che parlo un’altra lingua.

Mi viene da pensare che non può essere un’adolescenza terribile se lasci che tuo padre sieda al piano con te e fai passare i pomeriggi come fossero minuti; nemmeno se magari il giorno dopo piangi e sbatti le porte convinto che non ti si capisca.

È un bell’essere figlio, è un bellissimo essere padre.

non so in che ordine

Ero venuta qui per scrivere di un caffè in cui passare mezz’ora in piacevole attesa in compagnia di un bel libro, con un’ottima brioche alle mandorle e un cappuccino caldo al punto giusto. Anche, volendo, della luce inattesa dopo giorni e settimane di pioggia quasi ininterrotta e delle foglie piccolissime e dorate di non so che albero soffiate dal vento su una striscia di asfalto asciutto.

Invece poi mi son trovata a leggere il post della Mastrangelina e ad aver voglia anche’io, di ripescare suoni che vengono da lontano (la sua lista non l’ho nemmeno letta, per non farmi influenzare). Ho scoperto due cose però non ve le dico.

Vinicius De Moraes – L’arca
Francesco De Gregori – Rimmel
Lucio Dalla – Dalla
Fabrizio De André – La buona novella
Fabrizio De André con la PFM – live (vol.1)
The Beatles – Sergent Pepper’s lonely hearts club band
Simon & Garfunkel – The concert in Central Park
U2 – October
U2 – War
U2 – Under a blood red sky
Pink Floyd – Wish you were here
Simple minds – New gold dream
Joe Barbieri – In parole povere
Police – Synchronicity
Jackson Browne – Running on empty
Radiohead – Ok computer
Al Jarreau – Glow

sulla gratitudine

Difficile rimanere delusi quando chi vai ad incontrare possiede insieme il genio e la leggerezza, e sa accarezzare la musica come un amante la sua donna. La delusione è impossibile se costui canta come se la voce fosse piacere invece che sforzo, fatica, impegno; se tocca punti del cuore che non sapevi neanche di avere, come i muscoli in una ginnastica nuova.

Se poi, una volta che sei riuscita a superare la paralisi dovuta allo sconquasso tellurico del’emozione del concerto, ti fai avanti per salutare e lui ti dice: “vieni che ti abbraccio”, e con l’abbraccio ti regala una cascata di affetto e calore, allora capisci che non c’è speranza: ti tocca tornartene a casa con la rassegnazione che il debito di riconoscenza nei suoi confronti, già appesantito da innumerevoli ascolti casalinghi, dopo questa esperienza sarà incolmabile. A colmare non servono certo i quattro spiccioli spesi per qualche CD comprato agli amici e il biglietto del concerto (18 euro? Ma sei sicuro? Non ne vuoi almeno 25, 30?) e vorresti essere capace, anche tu, in un modo qualunque, di restituire. In cambio. Invece in cambio non c’è niente che puoi dare, ché tu non sei capace di arte, di tesori, di bellezza. Di gratitudine, sì, ancora una volta: solo di quella, sei capace.

(ne avevo già parlato qui, lo so, sono monotematica)

vere divagazioni (scrivo, non muoio, ma non sono io)

Io non lo so davvero, come faccia: prende in mano uno strumento ed è come se l’avesse sempre conosciuto. Oggi ha chiesto:” Posso suonare la chitarra?” “Sì”, ho risposto io. Non si sapeva nemmeno come accordarla, una chitarra, mai stata capace di suonare niente, io; abbiamo dovuto chiedere a google: accordare chitarra. Cose che se non ci pensi non te le puoi nemmeno immaginare, ma c’è un sito per accordare la chitarra: ti fa sentire la nota e tu la copi e la incolli sulla tua corda. Praticamente così: altro che diapason. Io ho pensato che avrebbe preso la chitarra per far finta, invece è lì che suona e suona davvero, cosa non si sa. Musica che non viene dalla memoria ma dalla pancia, la sua. Allora mi è venuto in mente che ogni tanto lo rimprovero, gli dico ma com’è che non cogli il gusto della scrittura, non ti vien voglia di cercare le parole, di inventare la tua lingua? E poi invece capisco, che le sue parole non son fatte di alfabeto, e che la sua lingua è suono. Io e lui non siamo uguali, mi dico. Invece siamo uguali, eccome, solo che ognuno ha il suo modo di perdersi nelle cose. 

Ecco che ha smesso con la chitarra, chissà se si è stancato di una cosa che non sa fare bene come vorrebbe, se gli è venuta voglia di pianoforte o di violoncello, che quelli li sa suonare meglio. Mi viene in mente quando, piccolino, inventava canzoni sul rumore della lavapiatti, in cucina; o quando è arrivato tutto contento a farci sentire che aveva imparato a suonare il pettine. Cosa suoni? Il pettine. Non si è mai sentito. Eppure, lui, è capace. Con la naturalezza di quello che ha capito il segreto del cosmo, e cioè che qualunque cosa è musica.

write or die, provato con angoscia

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E’ un po’ di tempo che son senza musica. Sembra una cosa tristissima a dirsi, una cosa da malattia o da disperazione, essere senza musica; e invece sono normale, solo piena di altre cose: pensieri, persone, discorsi, profumi e nostalgie.
E in questo strano stato in cui non mi ricordo nemmeno dove sta il mio iPod, in cui sono settimane che non scelgo un disco, in cui anche in macchina va sempre e solo la radio, poi arrivano dei momenti di beatitudine per un pezzo che sento per caso; oppure, come oggi, mi sveglio con una canzone nella testa, e allora mi sembra bellissima, la musica ritrovata.

tu quoque ovvero being ragazzetta inside

(il titolo in omaggio all’immenso zu e alla mia pastorella preferita sid)

 

La mia prima volta è stata nel 1985 e vista la giovane età posso dire con certezza che non ero del tutto cosciente di quel che stavo per fare. Avevo l’entusiasmo della novità e questo bastava: non sapevo che sarebbe stato amore a prima vista e godimento allo stato puro. Come capita spesso con queste cose, ero in vacanza, Dublino era bellissima e l’atmosfera irlandese quanto di meglio si potesse chiedere per un’esperienza più unica che rara.

Negli anni, poi, l’ho fatto altre volte. A Modena nel 1987, a Torino nel 2001, a Milano nel 2005 e poi ieri.

Io, quando mi capita, ho sempre e di nuovo diciassette anni. Mi piace il momento in cui la folla ti toglie il fiato; quello in cui i bassi ti sconquassano la pancia e pensi che non sai più quali sono i battiti del cuore e quali quelli delle casse; l’istante in cui entrano loro, ingigantiti allo stesso tempo dalle inquadrature impietose dei maxischermi e dagli sguardi indulgenti del pubblico.

Negli anni sono cambiate tante cose e allo stesso tempo non è cambiato quasi niente: il piccolo palco irlandese ha lasciato il posto ad architetture fantascientifiche che suppliscono con la loro spettacolarità a eventuali défaillances vocali del Figoseppurnanerottolo e però riescono anche a trasformare lo spazio e ad accorciare le distanze, come per magia. Paradossalmente si è tornati più vicini.

La voce che non è più quella di una volta ha acquistato una rochezza via via più sensuale con cui le si perdona qualche calo di intensità: la forza comunicativa è intatta e immutabile.

L’attacco di Sunday Boody Sunday continua ad essere stupefacente, devastante, doloroso e vale il prezzo esorbitante (credo, perché non l’ho pagato io) del biglietto. Decisamente. I diciassette anni tornano prepotenti e tu pensi chissenefrega se siamo tutti un po’ sciupati rispetto al 1985 e ti senti come se incontrassi un vecchio amante a cui guardi le rughe intorno agli occhi con la tenerezza dell’amore vero.

Poi c’è una cosa che invece è cambiata: rispetto ai diciassettenni, gli ultraquarantenni si fanno tantissime meno canne durante i concerti e per una volta non me ne sono andata con la testa dolorante, ché io sono allergica alle canne.

 

 

Let the morning time drop all its petals on me

Oggi non lo so che cosa sia, ma sento che ho il cuore vicino alla gola.
Forse è per il sollievo al caldo dei giorni passati, ma mi capita di leggere e sentire e immaginare voci e sentire che fanno un effetto del tutto nuovo e inatteso, amplificato dalla nuova e inattesa predisposizione all’ascolto. O forse l’aria rinfrescata di oggi non c’entra nulla ed è solo che ho bisogno di uscire un po’ dalla routine egocentrica degli ultimi tempi e mettermi in una posizione defilata e ricettiva.

So con una certezza disarmante che la giornata mi porterà, forse più di una volta, sull’orlo delle lacrime e la cosa invece di dispiacermi mi sembra un miracolo.

http://www.youtube.com/watch?v=DoWF2YalYvI