quasi tutte cose che so per sentito dire perché mi intendo pochissimo di amanti

Nel momento della passione, si sa, ognuno si comporta a modo suo e, purché si sia contenti entrambi, va tutto bene.

Ce n’è per tutti i gusti:  partner inutilmente chiacchieroni e altri esageratamente muti. Certi così rumorosi da farti vergognare con i vicini e altri silenziosi che ogni tanto devi controllare se stanno dormendo. I fantasticatori che si vivono tutto un loro film nella testa mentre gli stai facendo delle cose e quelli che guai a perdere la concentrazione un secondo da quello che si sta vivendo lì per lì. Quelli iperattivi e gli altri, che amano prendersi il gusto senza la fatica. Gli instancabili, i pigri, i promettitori, gli intransigenti, gli sperimentatori, gli abitudinari, gli schizzinosi, gli impavidi, i seriosi e quelli che giocano.

Le parole, uno in quei momenti chissà come le sceglie. Le sceglie o vengono un po’ come vogliono? A qualcuno piacciono le parole sconce, gli ordini perentori, la violenza verbale in sostituzione o in associazione a quella fisica. Altri amano le parole dolci, le frasi d’amore, la tenerezza al limite del mieloso.
Poi c’è mio marito, né zuccheroso né aggressivo, che sa scegliere sempre le attenzioni giuste al momento giusto, e adeguare le parole alla situazione. Voi neghereste qualcosa ad un amante che durante un amplesso vi sussurri, con spontanea dolcezza e tuttavia anche maschia convinzione, come si conviene ad un uomo deciso ma delicato: “Ti prego non dimagrire”?

facciamocene una ragione

Viene un momento per tutte le coppie, anche quelle solide, affiatate e inossidabili, in cui bisogna fare i conti con il cambiamento.

Te ne accorgi perché c’è sempre la tenerezza di un tempo, magari non manca nemmeno l’intesa erotica, però piano piano si scava una distanza, e ripensi a quando stretti un abbraccio ci si guardava negli occhi con desiderio.
Questo, ahimé, non succede più.
Del resto anche le relazioni amorose devono adeguarsi ai nostri mutamenti e sarebbe assurdo pretendere che dopo decenni quello sguardo fosse ancora come il primo giorno.

Può essere che per uno dei partner questo momento arrivi prima, e l’altro – deluso, spaventato, incredulo – domandi spiegazioni.

“Hai un’altra? Non mi ami più? Cos’è cambiato tra di noi?”
“È la presbiopia, amore.”

sulla delusione

Un mio amico una volta ha detto che quando qualcuno ti delude sono cazzi tuoi perché sei tu che hai sbagliato a modulare le aspettative nei suoi confronti. Questa cosa mi ha sempre turbata perché sono una che parte dal presupposto che in una relazione di qualunque tipo siano due gli umani che interagiscono e che quindi, quando qualcosa va storto, ci si trovi entrambi a viverne le conseguenze.

Se sono cazzi di uno solo dei due vuol dire non che qualcosa è andato storto ma che l’altro, nella relazione, forse non c’era mai veramente entrato.

talentuosa

Tra le cose che uno sa fare bene ce ne sono alcune di importanti e altre di ridicole.
Per esempio io sarei bravina nella pratica in disuso del punto croce, e questa non è un’attività fondamentale, ragione per cui la considero in disuso.
Tra le cose importanti che so fare bene me ne viene in mente, per la verità, solo una; ed è una specialità che non ho mai sentito nessuno che la menzionasse, penso di esser la prima, anche se non posso escludere che di norma non venga menzionata perché molti la considerano un’abilità secondaria, al contrario di me.

Tergiverso perché ho un po’ di pudore nel raccontarla, la mia abilità fondamentale, ché mi immagino che mi si venga a dire che è una scemenza, che son capaci tutti, di far quella cosa là: non è difficile. Non sarà difficile farla, ma farla bene è un altro discorso.

Io, ecco, lo dico: son bravissima a farmi toccare.

Dal mio innamorato: son bravissima; e son fortunata, ché lui ha due mani che sanno fare un sacco di cose, massaggiano i piedi, accarezzano, grattano la schiena e scompigliano i capelli come nessuno al mondo, io credo. Io do il mio contributo con la mia predisposizione all’abbandono, unica nel suo genere.
Dai miei figli: son bravissima. Loro hanno imparato in tenera età l’arte del raggomitolamento operoso, quello stato apparentemente inerte tra l’abbraccio e l’avvinghio che però ha un che di attivo che si rivela con un movimento di piede, di mano, di testa al momento opportuno. Io nel raggomitolamento mi ci trovo particolarmente bene, lo assecondo alla perfezione.
Dagli amici: son bravissima. Io in un abbraccio di amico mi tuffo proprio con entusiasmo, e non è mica da tutti, secondo me, bisogna esserci portati. E bisogna anche saper accorciare le distanze quando sai che l’amico ha della voglia ma anche del timore a toccarti, è qui che si vede la bravura, ché poi son capaci tutti di dire Son capaci tutti.
Invece no: di volta in volta farsi toccare una mano o la spalla o abbracciare in una morsa d’acciaio, si deve capire quando si può e quando non si deve. Pretendere: mai; chiedere: in silenzio; proporre: basta aprire le braccia.
Io, son bravissima.

Poi, non si sa come, è successo che altri ne hanno scritto. Domi, lo Splendido, Mitia, Laura,per il momento

nostalgia preventiva

Me lo devo ricordare, questo piccolo gomitolo di gioia, io e il mio amore come i fidanzati, accoccolati sul divano a spartire momenti di intimità calda e condivisa. Soli e felici di esserlo, me lo devo ricordare perché non lo so, per quanto ancora si potrà essere noi in questo modo: noi io e te, che quando eravamo una persona sola mi sembra allo stesso tempo un secolo e un attimo fa. Non so quanto tempo ci resta perché tra te bambino e te uomo c’è di mezzo un battito di ciglia.

feeling good

Qualche giorno fa ho ricevuto da un amico una mail di 50 parole, compresi i saluti. Uno dice, in una mail di 50 parole non ci sarà scritto quasi niente; invece ci sono persone che sono abituate a comunicazioni scarne, e che in 50 parole ci fanno stare un sacco di cose, se vogliono.
C’era scritto, nella mail: “Con mia moglie ultimamente si sta un gran bene”. Io ho pensato che in questa frase ci fosse tutto un mondo, di sollievo, di rilassatezza, di confortevole appagamento; e che questo fosse tanto più apprezzabile in quanto scritto da uno che normalmente non si sbrodola in confidenze. Mi sono chiesta, chissà se gliel’ha detto, che si sta così bene, o se per scaramanzia o per paura con lei non ne parla. Ché io, per esempio, quell’errore lì lo faccio sempre, e quando penso che sto bene mi sembra che si debba capire da fuori, e invece no.

Poi ieri, che coincidenza, un altro uomo (il mio) mi ha detto all’incirca le stesse cose, e parlava di me. E ho riconosciuto il sollievo, la rilassatezza e l’appagamento e mi è sembrato bellissimo, sentirmelo dire. Io, poi, forse sono stata zitta perché mi son tuffata dentro a un bacio. Faccio sempre lo stesso errore, ma secondo me si capiva, che quella era la risposta.

Feeling good

Kikka I love you*

Per sempre nel mio cuore )*

Te lo ricordi, quel giorno lì, quando i tuoi amici ti avevano preso per il culo e ti avevano detto, figurati, se una così viene a darla a te, mezzo sfigato come sei. Tu non avevi detto niente, loro avevano pensato che ci fossi rimasto male, e invece stavi solo cercando di nascondere l’eccitazione e la gioia dopo che lei ti aveva guardato negli occhi e tu avevi visto che non eri, davvero, il mezzo sfigato che tutti credevano. Dicessero quello che volevano, non ti toccava più.
Avevi lasciato gli amici ed eri andato da lei, e l’avevi baciata per tutto il pomeriggio mentre lei ti accarezzava la pelle sottile del polso dove si sentiva battere il cuore.
Era inevitabile, poi, che ti servisse uno spazio grande, per contenere quella gioia, e avevi scelto il muro più nuovo, più candido, più visibile. Avevi aspettato il buio e lasciato le parole in grande, che le vedesse lei e che le vedessero tutti, in paese. Che si sapesse che lei era tua e che sarebbe stato così per sempre. Per sempre.

Poi, un giorno, non era stato più per sempre e quelle parole avevano cominciato a pesare, e quella scritta era diventata troppo grande, troppo vistosa, troppo indelebile, e avevi cominciato a cambiare strada, per non passarci più davanti e per non doverci pensare, che lei non era più tua e  il ricordo di quei pomeriggi e di quei baci ti grattava il cuore come una raspa.

Allora ieri hai aspettato il buio, di nuovo, e quelle parole che erano tue le hai violentate, con rabbia e colore, per non vederle più. E invece, sotto, vedi: ci sono ancora.

* (io leggo le scritte sui muri)

coup de foudre

Mentre me lo racconta, al fresco davanti a un caffè nel giardino di un bar, ha l’aria di non stare nella pelle. Lo ascolto e penso che lo sta raccontando a me, con cui non ha mai avuto una vera confidenza. Significa che non c’è nessun altro a cui dirlo; che tra tutti ha pensato che io avrei potuto capire. Una cosa così non si racconta a chi non può capire.

Mi dice che ha fatto un trattamento shiatsu ad una donna, una notte. Dice che non se la ricorda, che era buio, che non saprebbe nemmeno darle un’età. Dice che verso la fine le ha chiesto di fare un respiro, e che un respiro così lui non l’aveva mai sentito; mai, in tanti anni.

Poi si sono salutati, ché la mattina dopo lei aveva un treno da prendere; lui dopo tre ore di sonno è andato a cercarla alla stazione, senza trovarla: probabilmente se anche l’avesse vista non l’avrebbe riconosciuta. Al buio, non l’aveva vista bene.

Da allora è passato un mese. Un mese in cui si sono scambiati dediche e messaggi, forse qualche telefonata. Lui ha cercato di conoscerla attraverso una frase scritta a penna, guardando e riguardando la sua scrittura come se nascondesse la sua anima.
“Sei capace di interpretare la calligrafia?” gli ho chiesto
“E’ l’unica cosa che ho” mi ha risposto.

Io quell’aria da bambino in un uomo di una certa età non pensavo che l’avrei mai vista. Dice che adesso conosce il suo respiro, la sua scrittura e i suoi pensieri e che sabato la raggiunge nella città dove abita. Lei lo aspetta.

bisogna farlo di pomeriggio

Il sesso, in effetti, è un po’ come la scrittura: ci sono giorni in cui ne hai voglia, giorni in cui non ne hai, giorni in cui ne avresti voglia se trovassi il momento, la concentrazione, la collocazione appropriata.

La donna, in quanto essere squisitamente in balia degli eventi naturali, delle fasi lunari, dei ritmi circadiani, la sera è portata ad accasciarsi in uno stato prossimo all’atarassia o al catatonismo, da cui è arduo distoglierla; l’uomo, non si sa come, è sveglio come un grillo e non si capacita dello scarso o nullo interesse che la sua donna dimostra di fronte alle sue avances amorose.
Questo perché il momento, la concentrazione, la collocazione ideali (per il sesso, non per la scrittura) secondo me si trovano di pomeriggio.

 Mi direte che è un po’ poco per risolvere i problemi del mondo. Dipende dai punti di vista: se partiamo dal presupposto che tutti gli uomini si lamentano, si son lamentati o si lamenteranno, presto o tardi, per la scarsa disponibilità erotica delle loro consorti, compagne o fidanzate di lungo corso, allora la soluzione di questo dramma dell’incomunicabilità potrebbe rivelarsi rivoluzionaria.

 Mi direte che si fa presto a dire pomeriggio, ma le persone normali di pomeriggio lavorano. Lo so: se non si ha la fortuna di orari flessibili e segretarie collaborative è necessario approfittare del fine settimana; nel qual caso il pomeriggio può anche acquistare una durata più che dignitosa, contrariamente al resto della settimana.

 Mi direte che ci sono degli impedimenti sotto forma di figli che di pomeriggio hanno la pessima abitudine di girare per casa. A questo proposito ho deciso che la playstation, il computer, la televisione, i cugini e, in misura minore ma comunque significativa, i compiti per le vacanze sono stati inventati allo scopo di distrarre la prole per il tempo necessario affinché i genitori abbiano la possibilità, previo barricamento in camera da letto, di svolgere i loro amorosi impegni.

 

P1020699Io ve lo dico: funziona molto meglio, di pomeriggio.

 Soprattutto se si dispone di un cartellino sulla porta come il mio (fatto da Lorenzo per la festa della mamma, ma perfetto per l’occasione)