la seconda cosa bella

Stamattina, il posto dove in assoluto avrei voluto svegliarmi era una tenda, sotto una pineta, vicino al mare. Mi sarebbe piaciuto sentire per prima cosa il profumo balsamico degli aghi di pino, poi quello salato e ventoso dell’acqua mischiato al rosmarino.
Sarebbe stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, sotto gli alberi.

Il secondo posto dove avrei voluto svegliarmi era casa mia, anche se a casa mia tutti quei profumi non ci sono, e infatti ho aperto gli occhi nel mio letto, e fuori c’era comunque un odore pulito di verde umido e di notte appena passata, un odore che poi viene il sole a cancellare.
È stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, in giardino.

Qualche volta per essere felici bisogna sapersi accontentare.

un pensiero limpido che non so se riesco a esprimere

Io avrei cominciato  a metter via parole, a mano a mano che arrivavano, spontanee. Volevo conservarle in una scatolina, un salvadanaio, una borsina di tela, solo che poi mi son scordata di raccoglierle,  a mano a mano che arrivavano, e le ho lasciate ripartire senza rimpianto.
Son rimasta a corto di una lingua che descrive ma ci ho guadagnato di vivere giornate piene e gioiose, che a ricordarle le parole sono di troppo, a doverle raccontare sarebbero comunque poche.

plebea inside

La ragione, non l’unica ma la principale, per cui da grande non avrei mai potuto fare la principessa è la mia capacità pressoché nulla di dare ordini a chicchessia.
Questa mia evidente peculiarità si manifesta in maniera prepotente e definitiva quando mi trovo alle prese con la signora delle pulizie, una santa donna che proprio oggi, dopo un anno di lontananza forzata, è tornata a visitare la mia casa per la gioia mia e di tutta la mia famiglia, che negli ultimi dodici mesi si era arrangiata, tra un bonfonchio dissimulato e una malcelata insofferenza, nelle poche ma indispensabili incombenze domestiche di routine.

Io, dicevo, le abitudini all’altezzoso e distaccato atteggiamento di superiorità nei confronti dei subalterni proprio non son mai riuscita non dico ad acquisirle, ma neanche ad avvicinarmi all’idea; e poco importa che subalterni di fatto lo siano, se non altro per una questione di dipendenza economica.
Io ho il savoir faire di una sguattera, in queste occasioni qua. E invece di chiedere delle prestazioni specifiche (la pulizia dei vetri, il riordino di uno sgabuzzino, il ramazzamento delle foglie morte davanti al cancello), cosa che magari ci si aspetta da me, mi limito a consegnare con aria vergognosa detersivi e spugne, nella speranza che non mi si chieda “Da dove comincio?”

Poi, travolta dal senso di colpa al pensiero che qualcuno debba occuparsi della pulizia degli ambienti che noi abbiamo sporcato, comincio a darmi da fare come una forsennata nel tentativo di rendere il compito meno gravoso alla collaboratrice domestica.

Stamattina, il primo giorno dopo un anno in cui finalmente ho riavuto la signora delle pulizie, confesso che ho sgobbato come una dannata, non sopportando l’idea che qualcuno facesse il lavoro sporco al posto mio.

Poi ho pagato, come si conviene.

pantofolaia sui generis

Mi sa che abbiamo delle turbe: ieri, quando la Michela mi ha chiesto se stasera avevamo voglia di vederci a cena per una pizza, un cinese – giapponese o qualunque altra cosa, il primo pensiero che ho fatto è stato quasi quasi li invito a casa mia. Poi mi son fatta dei riguardi nei confronti dello Splendido e ho aspettato di parlargliene la sera. Lui mi ha detto perché non li invitiamo qui?

Allora oggi al telefono ho invitato la Michi e Luigi. Quando succedono ‘ste cose la gente ti chiede subito: ma sei sicura? Io sì, son sicura, ma evidentemente alle persone non piace molto fare inviti a casa, forse perchè poi gli restano i piatti da lavare, le tovaglie con le macchie, tutte quelle cose fastidiose che riguardano il riordino postumo, che onestamente neanche a me fa impazzire, ma quando chiedi la bicicletta di solito poi tocca pedalare.

Mi è venuto il dubbio che siamo un po’ noiosi, con questa mania delle cene a casa: magari uno vorrebbe uscire e invece noi siamo pigri, e poi ci son da sistemare i bambini che la mattina si alzano ancora prestino, e poi sinceramente a me di prendere la macchina un’altra volta, dopo che mi son fatta 70 km solo per spostamenti di routine non ne ho voglia per niente. E insomma, io a casa mia ci sto bene; non c’è un altro posto dove io stia bene come a casa mia e quindi mi viene naturale fare inviti. Però ho il dubbio, ecco. Che magari stiamo esagerando.

scheletri nel frigorifero

Io ieri ho deciso che la mia casa era un disastro e ho fatto un buon proposito: ho pensato che se mi metto d’impegno e faccio una o due cose al giorno, è possibile che il sabato l’aspetto generale del posto in cui viviamo assomigli meno a un caravanserraglio e che quindi sia meno frustrante per me e anche per lo Splendido dargli una ripulita.

Per dimostrare la mia serietà di intenti ho cominciato con tre cose detestabili: l’aspirazione di quantità di balocchi pollinosi dal pavimento del piano terra, la pulizia delle scale di accesso al mio laboratorio e la bonifica del frigorifero.

Il frigorifero a casa mia fino a ieri gridava vendetta: era un’accozzaglia di vasi e vasetti che stazionavano sul ripiano più alto da tempo immemorabile. Non nascondo che alcuni ingredienti non avevano ancora cominciato a muoversi autonomamente solo perché ben chiusi con un coperchio a tenuta ermetica; altri avevano superato silenziosamente la data di scadenza nonostante  l’aspetto ingannevolmente commestibile.

Eviterei, per questioni di decenza, di descrivere lo stato dei cassetti e dei ripiani. Vi dico solo che munita di spugnette e detergenti ho dato una lustrata al caro elettrodomestico, che adesso, semivuoto e profumato, parrebbe testé uscito di fabbrica.

Quindi è da ieri che passando davanti al frigo non resisto alla tentazione di aprirlo per rimirare tanta purezza e facendo questo sono stata folgorata da un pensiero che mi piace e che quindi vorrei condividere.

Il mio frigo è bellissimo. Non perché è pulito, anche se pulito è ancora meglio. Comunque il mio frigo è bellissimo anche da fuori, e se ci passi davanti anche se non lo apri non puoi non guardarlo, ché sopra ci sono tante cose e ognuna ha un suo senso.

Io credo che il mio frigo parli molto di me e delle mie incongruenze e dei miei desideri, e quindi forse mi capite se vi dico che mostrarvelo, a me, un po’ mi emoziona.

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je préfère le moulin rouge

Allora io come blogger sono pivella e mi manca proprio quell’impostazione mentale per cui se vuoi che ti leggano devi andare incontro al tuo potenziale pubblico. E quindi io scrivo, scrivo senza pensare per chi e per come, però poi devo ammettere che mi piacerebbe avere idea dell’idea che uno, leggendomi, si fa di me.
Questo per dire che quando qualcuno mi ha fatto notare che dal mio blog sembro la mamma del mulino bianco non è che me la sono presa, ma ci ho pensato su.

La mamma del mulino bianco a me non è che sia mai piaciuta.
Lei si sveglia la mattina presto e, contrariamente alle mamme normali che sfoggiano uno stampo da cuscino sulla faccia, due occhi da panda comatoso e una verve da bradipo, lei tutta pimpante dopo un minuto è già in cucina e ha preparato la colazione per tutta la famiglia. O è già miracolosamente vestita e truccata oppure, apparentemente acqua e sapone ma pettinatissima, con il rossetto e uno strato invisibile di terra abbronzante, è scesa in pigiama come le mamme vere, ma con che pigiama, porca miseria! Non quella roba informe e slandronata che hanno in dotazione le persone normali, no: il pigiamino setoso, rosa cipria, appena stirato (!) che si conviene a una donna perfetta come lei. Basterebbe già questo a farmela stare sulle palle per l’eternità.

La tavola è imbandita come per un pranzo reale: succhi, tè, cestini di vimini con quattro tipi di biscotti e tre merende diverse, le fette biscottate e le marmellate nelle ciotoline. A casa mia le merendine si scartano direttamente dalla confezione e i biscotti escono dal sacchetto dei biscotti, per non dire della marmellata che è già tanto che la tiri fuori dal frigo, altro che ciotoline di porcellana.

Poi lei sorride, a colazione. Sorride al papà del mulino, ai bambini del mulino, ai passerotti che vengono a smangiucchiarsi le briciole di merendina sul davanzale della finestra del mulino.
Ora, io ve lo dico: alle sette, appena sveglia, trangugiando il caffè, con i bambini che la cartella non l’hanno ancora fatta, la colazione ci mettono un quarto di secolo a finirla e io che con i miei 90/50 di pressione faccio fatica a stare in piedi non riesco a sorridere a chicchessia e i passerotti li farei arrosto.

Quindi, ricapitolando, io la mattina faccio schifo che bisogna amarmi veramente molto per guardarmi in faccia; il pigiama è un’accozzaglia di tute vecchie e magliette da battaglia; i capelli li ho alla moda di Medusa; cerco di sorridere interiormente alla giornata ma dal mio viso ancora non trapelano emozioni positive; aggiungo che qualche volta sono talmente snaturata che mi dimentico di comprare il latte e propino ai miei bambini qualunque roba potabile in sostituzione e maschero il senso di colpa arrabattando scuse sull’utilità dello spirito di adattamento.

Vi sembra che io assomigli alla mamma del mulino, fin qui? Non tanto, eh?

Vi invito, adesso, a pensare alla mamma del mulino nelle attività della sua giornata. Intanto non lo vedi perché lei mai ti mostrerebbe la sua biancheria intima, ma è ovvio che è coordinatissima e sobria, né essenziale né frufru. Men che meno provocante. Io la mutanda e il reggiseno in coordinato non riesco nemmeno se ci provo, c’è sempre qualche impedimento tipo che mi sono messa quella mutanda lì che avrebbe il suo reggiseno uguale ma poi mi accorgo che siccome voglio metterci sopra una maglietta così o colà per qualche ragione non va bene e allora amen, ché di cambiare mutanda non se ne parla; ma il più delle volte è che o la mutanda o il reggiseno sono nel cesto della roba da lavare o, nella migliore delle ipotesi, stesi ma umidi.

La mamma del mulino si veste prevalentemente in beige e panna; io no.

La macchina della mamma del mulino sono indecisa se sia un suv nero o una classe A. Probabilmente un suv con la scusa del cane. Il suv nero è molto utile per andare a prendere i bambini in una zona con poco parcheggio, infatti è per quello che i suv son sempre parcheggiati in posti assai improbabili dove rompono tantissimo le palle. Comunque, quale che sia la macchina della mamma del mulino, è sempre pulita sia dentro che fuori, non come la mia che ogni tanto bisogna disinfettarla con degli agenti chimici che possiedono solo i servizi segreti.

La mamma del mulino passa molto tempo con i suoi figli, come me. Solo che lei non si arrabbia mai, non litiga con il grande perché le assomiglia troppo o col piccolo perché fa il furbo. È molto paziente, lei.

E poi il punto di forza della mamma del mulino: il mulino, appunto.
Il mulino è sempre in ordine e pulito. Non ci sono cose da stirare in giro, i libri abbandonati su tutti i ripiani orizzontali disponibili, la scopa appoggiata dove non dovrebbe, il cesto in lavanderia che straborda, le formiche in cucina, le pentole che aspettano di essere lavate. Il mulino è sempre perfetto, come lei.

Volete vedere casa mia? Ecco, appunto.

Quindi spiegatemi: cosa vi fa pensare, del mio blog, che io possa assomigliare alla mamma del mulino?

PS: non lo volevo dire ma è più forte di me. La mamma del mulino dacché si è riprodotta secondo me fa pochissimo sesso ricreativo

 

 

 

te lo dico io perché sono disperate

Ho capito una cosa: gli architetti odiano le casalinghe. Dico casalinghe ma intendo tutti coloro che, per piacere o per dovere, a tempo pieno o parziale, devono cimentarsi con i lavori domestici. Alla facoltà di Architettura esiste un esame segreto di Sadismo e, se non passi quello, la laurea puoi anche scordartela.

Quando stai ristrutturando casa e l’architetto ti consiglia una soluzione fantastica, stai sicuro che sotto c’è un trabocchetto. Ti assicura che lo scuretto sotto il gradino e la fessura tra lo scalino e la parete sono i dettagli che fanno la differenza, che vedrai la sensazione di leggerezza, vuoi mettere con una banale scala che esce dal muro e comincia da terra? Però non ti dice che quelle rientranze, fessure, spiragli sono destinati a rimanere per tutti i secoli dei secoli un ricettacolo di polvere/pelo di cane/foglie morte (a seconda della collocazione della benedetta scala). Tu che sei rincoglionito da settimane di andirivieni di elettricistimuratoriidraulici dici sì, che bello e non ci pensi minimamente, che quella sarà la tua rovina. Il piastrellista e il resinatore di gradini lavorano ottomila ore per ottenere l’effetto voluto e tu sei ancora ignaro. Per poco: fino alla prima pulizia.
Le mie scale (interna ed esterna) sono un miracolo di leggiadria, paiono sospese nel nulla. Peccato che non se ne accorga nessuno a causa degli scuretti perennemente luridi.

Si capisce che oggi ho fatto le pulizie, sì?

Ah, comunque ho un sacco di amici architetti (che è come quelli che dicono ho un sacco di amici gay)

son cose che non ti aspetti

Ieri sera, quando siamo tornati dalla montagna, mi sono resa conto di una cosa strana. La casa non aveva per niente l’odore di casa nostra, ma nemmeno l’odore che hanno le case degli altri. Sapeva, ecco, di vuoto: sembrava di entrare in una casa fantasma. Possibile che siano passati solo cinque giorni e non ci sia più traccia di noi? ho pensato.
In realtà tracce di noi ce n’erano eccome: se non altro, il disordine che avevamo lasciato partendo era intatto. Però mi dispiaceva, questo limbo olfattivo. Allora oggi che siamo tornati tutti qui, animali di varie specie, a riempire lo spazio del nostro profumo, ho messo su due pentole per farla tornare quella di sempre, la casa.
E adesso Riccardo che suona il violoncello sta facendo il resto. Bello.

rivelazioni

Confesso che non ho mai avuto una grande affinità con il Santo patrono dei cioccolatini, quindi sabato ho pensato bene di invitare a cena otto persone (al netto della mia famiglia) per le quali ho allegramente spignattato per gran parte della giornata.

Ho evitato accuratamente di costruire cuori di biscotto e cupidi di cioccolato e invece, tra un pelamento di patate e una grattugiata di formaggio, tra una spennellata d’olio e un rosolamento di cipolla, di tanto in tanto ho buttato un occhio al computer con cui ho giocato un pochino, nelle pause. Il computer ne porta ancora le tracce: entrato in contatto con la pirofila del dolce durante il transito di quest’ultima dal tavolo al forno, ha acquisito un tocco di classe con un baffo appiccicosetto di crumble di pere al cioccolato. Buonissimo.

chiaraTutto questo per spiegare come ho scoperto una verità scomoda ma, ahimè, ineluttabile: nonostante i miei sforzi, fatti specchiandomi sulla porta del forno; sebbene sia stata del tutto obiettiva nel dichiarare un mento abbastanza pronunciato e un naso decisamente importante; benché abbia avuto anche l’onestà di aggiungere due zampette di gallina ai lati degli occhi, il mio avatar è venuto decisamente più carino di me.