c’è questa cosa incredibile del pane

Il pane è un po’ un miracolo e un po’ una magia.

Non si capisce come, certe volte ti sforzi di seguire delle ricette e pesi la farina giusta, il lievito rinfrescato con un criterio orario rigoroso, l’acqua alla temperatura ideale. Pensi di ottenere una pagnotta perfetta e ti ritrovi con un mattone, o con una palla di gomma, anche se apparentemente non hai sbagliato niente.
Spesso pensi che ti sfugga qualche segreto alchemico oppure più banalmente ti senti incapace.

Altre volte mescoli a casaccio dei rimasugli di farine male assortite con una pasta madre rinfrescata di corsa perché te ne sei ricordata in ritardo, sali a occhio, versi una quantità approssimativa di malto versandola dal vasetto, aggiungi l’acqua in fretta e furia direttamente dal rubinetto e però impastando vedi che la palla assume subito una liscezza goduriosa bella da toccare. Lasci lievitare in un posto esageratamente caldo perché hai letteralmente le ore contate, poi dai due pieghe (premature) a sentimento calcolando il tempo che ti rimane prima di infornare, tagli con decisione e  sotto il coltello avverti la compattezza perfetta dell’impasto ma sai che con tutti gli errori che hai fatto hai pochissime possibilità di riuscita.

Eppure il pane in questi casi ti premia: per l’intenzione, la caparbietà, il coraggio. Lo vedi crescere in forno e assumere quel colore bruno e caldo solo per la tua soddisfazione. Lo sforni ed è compatto ma leggero, lo senti dal peso che è venuto bene, lo capisci ancora prima di tagliarlo.

Perché il pane è come quando non ti aspetti niente dalla vita e invece ti arriva un regalo

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mezzo. E mezzo no

Oggi ho visto un tizio, mezzo tossico mezzo punkabbestia, i capelli mezzi rasati e mezzi rasta: brutto, sporco e dallo sguardo malato.

Mentre camminava, con un gesto meccanico, ha buttato una carta nel cestino: ho notato il gesto ancora prima di accorgermi del cestino.

Quello che ho pensato è che per quanto scegli, o ti capiti, di  vivere come un  mezzo disgraziato, nei gesti sovrappensiero esce l’educazione che hai ricevuto.

l’unico modo per avere un lieto fine è scriverselo? (una domanda che ha dentro delle speranze)

Il lieto fine si capisce che è lieto solo quando i giochi sono terminati, lo dice la parola stessa.
Nelle fiabe si dice “E vissero per sempre felici e contenti” appunto perché quando se ne parla i protagonisti sono morti e sepolti da un pezzo: i bambini lo capiscono per via del passato remoto, che è un tempo che non si usa quasi mai, e se si usa deve significare qualcosa.

Nella vita vera è più facile che si incappi in (anche lunghi) lieti intermezzi, più che altro perché finché c’è vita c’è possibilità di cambiamento, e questo riguarda le cose brutte ma purtroppo anche quelle bellissime.

Più raramente, a ognuno di noi è certamente capitato di conoscere qualcuno (genitori, nonni, bisnonni) che ha avuto una vita anche piena di tribolazioni ma che, fatti tutti i conti, ha avuto un lieto fine, un amore pieno, una famiglia felice, una vecchiaia allegra: lo si capisce al traguardo.
Queste esistenze esemplari rappresentano di solito un paradigma, la prova che l’ideale di vita sognata esiste, il canovaccio su cui provare a costruire una storia che abbia la giusta angolazione. Provarci, con i mezzi che si hanno, è giusto e obbligatorio.

La verità, però, è che l’unico modo efficace per guadagnarsi un lieto fine è avere culo.

come si cura la solitudine (una domanda senza punto interrogativo)

La solitudine è tutt’altra cosa che il semplice essere soli, trovarsi senza compagnia, vivere senza coinquilini, essere (volenti o nolenti) single.

L’unico, insormontabile senso di isolamento è quello che deriva dall’impossibilità di condividere un grande dolore. Quando capita diventi inaccessibile,  vittima di una vera e propria separazione dal mondo; sperimenti una specie di esilio che non sei in grado di superare, un’emarginazione che hai voluto senza desiderarla.
Questo tipo di solitudine è l’unica senza rimedio, e passa solo col passare del tempo, come una malattia che deve fare il suo corso.

La solitudine più quotidiana, di quando ti ritrovi sola in una casa che vorresti vivere in due, o quando desideri cose che ti piacerebbe fare in gruppo, non la sperimento da un sacco di tempo anche se l’ho certamente vissuta. Che io l’abbia dimenticata è stranissimo perché sono stata per molti anni una persona piuttosto isolata: forse che io l’abbia dimenticata è un buon segno perché significa che non lascia strascichi.

(in pratica però, come si cura la solitudine, io non lo so)

Perchè l’arte scaturisce più facilmente dal dolore e dalla sofferenza che non dall’allegria e dalla serenità? (una domanda interessante)

Secondo me l’arte non nasce necessariamente dalla sofferenza o dal dolore: sono quasi certa, per il poco che ne so, che nasca dal desiderio.

Quello che fa male alla creazione artistica non è l’allegria ma la soddisfazione, che ci adagia nella mollezza dell’appagamento, che ci spinge al languore figlio della sazietà.

Fortunatamente per noi, gli artisti spesso e volentieri sono anime inquiete, che non indugiano nello stato di benessere raggiunto ma inventano di volta in volta nuove ambizioni, e trovano nella perenne insoddisfazione, che è propria della loro indole, carburante e stimolo per la ricerca continua di un vero, definitivo compimento (compimento che non è concretizzabile e che quindi diventa esso stesso massimo spasimo, pretesa dell’impossibile, desiderio estremo).

Questa è anche la ragione per cui chi si dedica all’arte è considerato spesso, e non a torto, un essere insopportabile, inaffidabile, sregolato. Perché il desiderio, quando non si placa mai, consuma qualunque equilibrio.

qual è stata la scelta più difficile? (una domanda millimetrica)

Penso di avere avuto, finora, una vita facile.
Facile non significa che non mi siano mai capitati i momenti bui o le preoccupazioni o i dolori: facile per me vuol dire che non mi sono mai trovata di fronte a un grande bivio, a scelte che mettessero in crisi le mie sicurezze o a decisioni che fossero in grado di cambiare il corso delle cose. Non ho mai nemmeno dovuto prendere iniziative d’emergenza per salvaguardare la salute o la vita dei miei figli: cosa, questa, che nella mia mente rappresenta il massimo immaginabile della difficoltà di scelta.

Le scelte difficili della mia vita, quindi, si sono mantenute sempre, tutto sommato, a un livello sopportabile di travaglio.

Quello che posso dire è che, salute a parte, quello che rende veramente ardue le decisioni è la scelta tra il proprio bene e il bene altrui, intraprendere qualcosa che desideriamo ma che sappiamo potrebbe dispiacere a quelli che amiamo; scegliere di mettersi al primo posto sapendo di far del male a qualcuno e prendersene la responsabilità. Oppure, per paura del dolore altrui, rinunciare sapendo che ci porteremo dietro del rimpianto. Distinguere tra quello che è necessario e quello che è superfluo.
In questo senso può sembrare una cosa da poco, ma andare a vivere un anno a Roma a 23 anni è una decisione che non ho preso con spensieratezza (ed era giusto così)

cos’è che ci lega davvero? (una domanda in dm)

Il fatto che i social network possano essere un grosso stimolo alla conoscenza reciproca è palese, ma ho ancora da capire esattamente quanto questo conti nella costruzione delle relazioni. Verrebbe da dire: “poco” ma anche, al contrario, “moltissimo”.

Personalmente credo che anche la pura condivisione virtuale crei, alla lunga, un legame. Non avrei difficoltà ad elencare nomi (o nick 😉 ) di persone mai viste con cui ho però stabilito una relazione schietta. Perché se è vero che attraverso lo schermo non passano sguardi e  fisicità, è altrettanto evidente che tramite le parole è possibile veicolare idee ed esprimere sentimenti autentici.

Non è raro che i sentimenti virtuali prendano a poco a poco spessore e lì la scelta di fare un salto a piè pari nel mondo di ciccia è importante e delicata perché porta con sé tutti i rischi e le incognite legati alle aspettative. Le aspettative sono una delle sciagure che affliggono il genere umano e dimostrano come siamo tutti portati a inventarci nella nostra testa delle storie bellissime al cui confronto la realtà non ha quasi mai speranza di spuntarla.

Può succedere che poi i binari continuino per sempre paralleli, oppure che si decida di prendere una strada sola: seguirsi sul web oppure frequentarsi fuori, dando un’impronta univoca alla relazione. In pratica  l’interesse intellettuale e quello emotivo potrebbero non coincidere e potrei aver voglia di leggerti ma non di frequentarti, oppure di frequentarti senza leggere quello che scrivi.

Nel nostro caso, il blog prima e il SN poi son serviti a stabilire un contatto, e a mantenere alto il livello del reciproco interesse. L’affetto è venuto dopo, con gli incontri, le pizze, le chiacchiere, e ha creato una sorta di binario parallelo su cui pattinare facendo tesoro della strada virtuale fatta fino ad allora. 
È successo che il salto nel mondo degli abbracci non sia stato una delusione (almeno credo) e scoprire che probabilmente siamo più imperfetti e fallibili e disastrati di quanto sembriamo nel mondo virtuale ci è piaciuto. Ci è piaciuto scoprire le paure, le insicurezze, le altalene emotive altrui, come i pregi meno manifesti.
Credo che questo sentimento che ci lega, come individui ma credo ancora più come gruppo, abbia tutti i numeri per chiamarsi amicizia: quella di pancia, vagamente adolescenziale nella sua spontaneità, quella che ti fa pensare che una persona ti manca, che spinge a programmare le vacanze insieme, a fare inviti ai matrimoni, a fare uno squillo per vedersi quando si capita in città.

È quello che pensavamo di aver perso diventando adulti.

cosa c’è alla fine del mare? (una domanda rubata)

Alla fine del mare c’è qualcuno che guarda da questa parte. C’è una sabbia diversa, oppure sassi; forse una pineta, una foresta, una giungla. Una lingua che non si capisce. Animali stranissimi, credo. Spezie e frutti esotici. Più freddo, o caldissimo. Vento con un altro odore.

Al di là del mare forse non c’è niente e quella riga quasi dritta e quasi tonda che vedi in fondo è la fine di tutto. Se da lì fai un altro passo, cadi.

Dall’altra parte del mare probabilmente comincia un altro tempo. Forse ieri, forse domani: se arrivi fino all’orizzonte puoi vedere com’eri o come sarai. Quasi certamente non ti piacerai, ma se hai coraggio guarda.

“Alla fine del mare c’è la Croazia” risponde il papà alla bambina.
Io un po’ ci resto male.

spero solo di non dover attingere da yahoo answers perché vorrebbe dire che c’è grande crisi

Fammi una domanda, una sola. Che mi dica chi sei, cosa ti piace, cosa non sai. Chiedimi quello che vuoi, ricordati solo che non ne so di fisica e di geografia. Domandami in pubblico, in privato, in dm, qui o altrove, nell’anonimato o ad alta voce in piazza. Io rispondo, se posso.

Da domani.