ma benedette le vacanze col fidanzato

Tra le persone-blogger che leggo ce ne sono alcune che scrivono con una costanza encomiabile (non so come facciano), altre che centellinano i post con una cadenza talmente dilatata per cui fai in tempo a dimenticarti che esistono, fortuna che c’è il Reader che ti avverte, e quando ti avverte è come uno scoppio di allegria, anche se magari l’argomento non è allegro affatto.

Poi c’è una che sei stato abituato per un sacco di tempo a leggere tutti i giorni, ché tutti i giorni aveva qualcosa, magari solo una scemenza, con cui rallegrarti la giornata, poi all’improvviso si  fidanza e: basta; si vede che da fidanzati si ha dell’altro da fare nel tempo libero.
Però peccato, pensavo, che non si possa scrivere anche da fidanzati, anche se non tutti i giorni, ma ogni tanto, così, per rallegrare le giornate degli amici. Tra l’altro, pensavo, da fidanzati ci saranno anche degli argomenti nuovi e interessanti, chenneso: le strane abitudini del fidanzato, cosa mangia a colazione il fidanzato, l’inebriante profumo dello shampoo del fidanzato (questa se mi permettete è tanto carina N.d.A.), la squisitezza del caffè del fidanzato.

La cosa magica è che giusto mentre pensavo a queste cose e dicevo tra me e me che sarebbe stato da scriverci un post, sulla tristezza della mancanza di post da fidanzati, ecco che lei ricomincia a scrivere delle vacanze col fidanzato.

Grazie fidanzato, che porti in vacanza la Sidgi.

di sindromi e tormenti

La mancanza di tormenti secondo me è il più grande ostacolo per la produzione di letteratura e anche di espressione artistica in genere. Io ho questo problema qua, che son priva di tormenti, e infatti si vede che non partorisco niente che riesca ad avvicinarsi anche da lontano alla mia idea di  spessore concettuale o almeno che si possa paragonare a una parvenza di banale gradevolezza.

Uno per produrre delle belle cose mi sa che ha bisogno almeno di qualche dispiacere in corso, una disputa per l’eredità, una gelosia retroattiva; meglio di tutto sarebbe una pena d’amore fresca fresca, quelle sì che son pretesti per riuscire felicemente nella scrittura!
Io ultimamente, al massimo, vengo investita per alcuni giorni con cadenza ciclica più o meno regolare da una sindrome pre-ma-anche-durante-mestruale di una certa importanza ma che mi dà poche soddisfazioni dal punto di vista, diciamo così, artistico perché comune a una buona metà dell’umanità e quindi in un certo senso inutile per creare quel sentimento fruttifero e propedeutico alla spinta creativa conosciuto come “sentirsi del tutto incompresi dal resto del mondo e perciò soli con il proprio dolore che per forza di cose deve incanalarsi verso concretizzazioni palesi magari anche solo a noi stessi”.

Comunque per trovare scuse per lamentarsi funziona benissimo, invece.

 

 

mi ci vorrebbe del baccano

Il silenzio che viene dopo un rumore è un silenzio diverso. Ché il silenzio-silenzio, quando c’è, ti abitui e poi non lo senti più: succede che te ne accorgi solo quando arriva un suono ad interromperlo, e in pratica lo scopri quando non c’è più, è finito.
Invece il silenzio dopo un boato, un tuono, uno schianto, è un silenzio così denso e vivo e forte che te lo senti addosso, pesante.
Magari non sai esattamente cosa farne: un po’ lo ascolti, un po’ hai la tentazione di spegnerlo; ma se resisti a quella tentazione lì e lo prendi e te lo metti sulle spalle come uno scialletto te lo puoi gustare tutto, finché dura.

le parole degli altri

Mi piacerebbe scrivere un post, un racconto o una storia autobiografica in cui mettere le parole che mi piacciono di più: microcosmo, maieutica, sublimare, noncuranza. Poi però quelle parole le avrei usate e dovrei separarmene e io, separarmene, non sono pronta.
Le parole, quasi sempre, mi pare di sprecarle. Ho paura che si consumino a forza di usarle, e di ritrovarle sfilacciate e inconsistenti, impigliate in periodi confusi e in frasi abbozzate senza garbo. Poi, mi resta il rimpianto del momento in cui potevo ancora cercare uno scorrere diverso, un suono più dolce, un senso meno ovvio.

Quando leggo le parole degli altri mi sembra di incontrare altri pesi e consistenze: leggere morbidezze avvolgenti o taglienti asperità disidratate. Nelle mie, al massimo, sensata gradevolezza.
Quando leggo le parole degli altri spesso ci trovo la forza dirompente della lingua. A volte, scopro il turbamento dato dalle scelte audaci. Nelle mie, caute comodità di lattice.

 Questa è la ragione per cui leggere dà più soddisfazione che scrivere

di necessità e di smania

La scrittura,  trovo che sia un po’ come il sesso: la ragione principale per farlo è il piacere personale prima ancora che quello altrui (lo so, sono egoista) e invece capita anche, qualche volta, per abitudine o per senso del dovere.

Io da qualche giorno non ho più il mio netbook, che era il mio cordone ombelicale con la rete.
In casa per la verità ci sono due computer: un notebook figo, che però è dello Splendido, e una ciofeca che va a manovella, che è dei bambini. Io li posso usare, quando mi serve, ma non è come avere il Piccoletto di fianco, acceso giorno e notte (si fa per dire: io di notte dormo), solo mio, con le mie password memorizzate ché tanto nessuno oltre a me lo usa, con il plin plon della posta in arrivo.

Lo Splendido mi ha detto dài che ne prendiamo un altro; io sto temporeggiando e lo so che sembra incomprensibile, ma è per via del desiderio.

Io, quando non avevo il Piccoletto giravo con un taccuino in borsa, e guai a dimenticarlo a casa. Magari non avevo accesso a un pc per ore o per giorni e la scrittura era necessaria e improcrastinabile. Nel taccuino ci finiva un po’ di tutto: frasi finite, parole solitarie, pezzi interi con un capo e una coda, che restavano in attesa prima di finire in un post, in una mail o in una lettera d’amore.

Questa abitudine bella l’ho persa, con la comodità di una tastiera sempra a portata di mano. E sarà per via del fatto che sono una tipa all’antica, ma quel desiderio lì, impellente, di scrittura, lo voglio di nuovo. Voglio la penna che scorre sulla carta: una penna così e una carta colà, non penna e carta tout court. Voglio guardare i segni, voglio che la scrittura sia bella da vedere prima che da leggere, perché se è brutta da vedere sarà brutta anche da leggere; voglio il peso del quadernino nella borsa a ricordarmi che quello che incontro lo posso immortalare con l’inchiostro, liquido e tiepido che pare sangue tra le dita.

Io il desiderio spesso me lo perdo per strada, per pigrizia o per abitudine, e lo devo cercare nelle tasche nascoste, come quando scopri che fai l’amore ancora prima di sentirne il bisogno vero e vuoi tornare a ricordarti la necessità e la smania.

il confronto che convince

Mi trovo nella sala d’aspetto di un ambulatorio medico e, come si fa di solito mentre si aspetta, mi guardo intorno per cercare qualcosa da leggere. C’è una pila di riviste che non riconosco; ne prendo una. Le riviste negli studi medici sono diverse da quelle dei parrucchieri, per dire. Più serie, meno pettegole. In genere.

Questa rivista qua, che ho in mano, prima di tutto la studio per capire che roba sia. Capisco che non la riconosco perché è l’inserto settimanale di un quotidiano che non ci penso neanche lontanamente né di leggerlo né di comprarlo né di aspettarne con ansia l’inserto. Il quotidiano è Il Giornale, l’inserto si chiama Tempi.

Mi dico che sono fortunata ad avere l’opportunità di scoprire qualcosa su una rivista di cui ignoravo anche l’esistenza e – badate bene – mi accingo a leggerla con animo scevro di qualunque preconcetto.

Vi risparmio le mie considerazioni sugli argomenti trattati nella umoristica rivista.

Vi risparmio le mie considerazioni sullo spessore giornalistico della simpatica rivista.

Vi risparmio le mie considerazioni sulla qualità della scrittura che ho potuto riscontrare nella divertente rivista.

Vi dico solo che ho rimpianto il numero di Vip che ho intravisto ieri in autogrill in cui si svelava con splendide foto pseudoautentiche l’abitudine di Paris Hilton di girare senza biancheria intima.

PS: per la cronaca, l’altra rivista che non riconoscevo era quella di comunione e liberazione, che non mi ricordo che titolo abbia perché non avevo mai letto nemmeno quella, ma che nel suo genere poteva anche essere accettabile, in confronto.