a cosa servono gli amici

Gli amici si vedono nel momento del bisogno, il fatto è che però quale sia il momento del bisogno nessuno lo sa.

Ho conosciuto persone che gli amici li cercano solo quando stanno bene, altri che solo quando stanno male. Certi ti presentano subito la fidanzata, altri spariscono fino a quando non si sfidanzano. Alcuni ti raccontano tutto e altri non ti raccontano niente. Certi restano tuoi amici per sempre, altri un decennio sì e l’altro no, altri ancora per un periodo e poi mai più.

Essere amico di qualcuno è una specie di esercizio di sopravvivenza perché sei messo alla prova di continuo: se fai domande o se non le fai, se ti fai vivo tu o se aspetti che si faccia vivo lui, se sei dalla sua parte sempre o se cerchi di essere obiettivo per il suo bene: in realtà come la fai la sbagli ma anche, contemporaneamente, la fai giusta.

A cosa servono gli amici, io non lo so bene. Forse a esserci  come un salvagente che però ognuno lo decide da solo, quando tirarlo fuori da sotto al sedile. Alcuni anche mai, però sotto al sedile, il salvagente, quasi sempre c’è.

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la seconda cosa bella

Stamattina, il posto dove in assoluto avrei voluto svegliarmi era una tenda, sotto una pineta, vicino al mare. Mi sarebbe piaciuto sentire per prima cosa il profumo balsamico degli aghi di pino, poi quello salato e ventoso dell’acqua mischiato al rosmarino.
Sarebbe stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, sotto gli alberi.

Il secondo posto dove avrei voluto svegliarmi era casa mia, anche se a casa mia tutti quei profumi non ci sono, e infatti ho aperto gli occhi nel mio letto, e fuori c’era comunque un odore pulito di verde umido e di notte appena passata, un odore che poi viene il sole a cancellare.
È stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, in giardino.

Qualche volta per essere felici bisogna sapersi accontentare.

fenomenologia dello scambio di casa/4: imprevisti

Quando si va in vacanza bisogna sempre scegliersi bene la compagnia. Quando scambi casa tua con quella di un altro, la compagnia la devi scegliere meglio.

Per esempio, dalla mia esperienza posso dire che vale sempre la pena portarsi appresso un ingegnere, o un falegname, o un meccanico. Insomma, un uomo che abbia dimestichezza con il bricolage (mio marito mi perdonerà se non lo annovero nella categoria), perché potrebbero sempre verificarsi degli inconvenienti tipo un buco nel materasso gonfiabile su cui bisogna dormire (Santiago de Compostela) oppure un crollo della struttura del letto Ikea (Boenningheim). Se al buco del materasso si può ovviare con del mastice e un pezzetto di gomma come quello con cui tutti noi bambini degli anni 70 aggiustavamo la bici, per il crollo del letto ci vuole una certa perizia tecnica e dell’abilità manuale consolidata negli anni.

In ogni caso, nel dubbio, se dormite a casa d’altri sdraiatevi con prudenza. Noi, ci portiamo via Luigi.

 

fenomenologia dello scambio di casa/3: le affinità elettive

Ognuno di noi, io credo, cerca nella casa con cui scambiare delle somiglianze con la sua casa, qualcosa che lo faccia sentire a proprio agio nonostante le inevitabili differenze di abitudini e stili di vita.
Nella mia famiglia ciascuno ha le sue necessità: mio figlio grande spera ogni volta che ci sia un piano, oppure almeno una chitarra, e finora è andata bene perché uno strumento l’abbiamo trovato (e usato) quasi sempre: nel nostro profilo il piano campeggia nella prima foto e evidentemente la cosa funziona come richiamo per gli amanti della musica.
Anche mio marito che curiosa sempre tra i dischi per cercare della musica affine in genere ha fortuna.
Siamo sempre felici di doverci occupare dei gatti altrui e ormai abbiamo capito che il gatto è una filosofia di vita, che un micio è casa e che i possessori di gatti si sentono molto più tranquilli ad affidare i loro animali a chi a sua volta vive con dei felini: tra di noi ci capiamo, indipendentemente dalla lingua.
Fa sempre tenerezza scoprire gli stessi titoli sulle librerie, trovare gli stessi mobili (Ikea) e vedere l’effetto che fanno in una stanza che non è la nostra, curiosare sullo scaffale dei dizionari o quello delle guide turistiche e trovarli straordinariamente simili ai nostri.
Le somiglianze sono rassicuranti quando tutto il resto, dalla lingua agli orari dei negozi, è diverso.

Io, da parte mia, cerco le mie affinità in cucina: apro gli sportelli per carpire informazioni sul tipo di abitudini alimentari delle persone che abitano in quella casa, mi incuriosisco di fronte a ingredienti per me inusuali e mi commuovo davanti a dispense che sembrano la fotocopia della mia.

In quest’ultima vacanza in Germania, appena entrata in cucina ho capito che sarei stata bene: non solo per il cassetto delle spezie in cui mancava solo la pasta di curry rosso, che mi sono premurata di comprare e lasciare in eredità, certa che sarebbe stata gradita; e nemmeno per la dispensa della farina, un piccolo tesoro a km 0 per panificatori casalinghi; soprattutto per un fantastico forno elettrico da pane in pietra refrattaria che, con un certo timore reverenziale, ho sfruttato per sfornare pagnotte degne della migliore tradizione tedesca. Poco importa che la prima volta io abbia sbagliato clamorosamente temperatura (non trovavo le istruzioni) e abbia praticamente carbonizzato il primo esperimento: già al secondo impasto quella cucina è diventata mia e il forno una specie di compagno di viaggio.

Per ringraziare i padroni di casa ho abbandonato in frigo un barattolino di lievito madre: non sono sicura che lo useranno ma mi piace pensare di sì e del resto se c’era un luogo adatto per lasciarlo, era quello. I tedeschi, il pane, sanno farlo.