la seconda cosa bella

Stamattina, il posto dove in assoluto avrei voluto svegliarmi era una tenda, sotto una pineta, vicino al mare. Mi sarebbe piaciuto sentire per prima cosa il profumo balsamico degli aghi di pino, poi quello salato e ventoso dell’acqua mischiato al rosmarino.
Sarebbe stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, sotto gli alberi.

Il secondo posto dove avrei voluto svegliarmi era casa mia, anche se a casa mia tutti quei profumi non ci sono, e infatti ho aperto gli occhi nel mio letto, e fuori c’era comunque un odore pulito di verde umido e di notte appena passata, un odore che poi viene il sole a cancellare.
È stato bello fare colazione col freschino della mattina, all’ombra, in giardino.

Qualche volta per essere felici bisogna sapersi accontentare.

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dell’arte di farsi desiderare

Io, l’ho sempre detto, a farmi desiderare non sono bravissima infatti mi sto ancora chiedendo come ho fatto a sposarmi, considerato che sono talmente incapace di farmi bramare da aver messo in atto con colui che all’epoca mi piaceva l’assedio più idiota nella storia del corteggiamento.
Però ho chiarissimo il concetto che concedersi con parsimonia premia.

Per esempio la mia gatta Mafalda è una che lo sa benissimo e ci riesce perfettamente, ché per mille volte fa la scontrosa ma poi il giorno in cui si accoccola sulle mie gambe a far le fusa diventa una specie di festa al punto che mi metto a far le fusa anch’io. Tipo adesso.

Ho moltissimo da imparare

mi chiamava

Entro in una libreria che poi è una libreria per ragazzi: mio figlio deve scegliere un libro per un regalo, mia nipote lo stesso. Abbandono subito i due a rovistare indisturbati. Non bisogna avere fretta quando si compra un libro e io ho dato loro il tempo che vogliono: si fiondano subito nella loro zona di competenza, uno a destra e uno a sinistra perché a una certa età i libri per ragazzi e quelli per ragazze sono divisi da un confine intangibile ma evidente.
Secondo me il tempo che si sta a guardare i libri è il tempo del desiderio: anche quando si sta cercando un libro per qualcun altro lo sappiamo bene tutti che in realtà ci stiamo perdendo nei sogni nostri. Li spio da lontano e so che nelle quarte di copertina che stanno divorando c’è la curiosità di scoprire storie che li rapiscono; e anche se il libro da regalare l’hanno individuato dopo tre minuti non mi dispiace che si attardino tra i volumi solo per il gusto di guardare esercitando il desiderio.
Il desiderio è bello anche quando non può essere soddisfatto.

Io intanto guardo lo scaffale striminzito dei libri normali, che poi lo so che tutti i libri son normali, ma insomma: libri non per bambini, ecco.
Lo faccio sempre, quando vengo qui, senza intenzione, distrattamente, quasi per abitudine. Stavolta però mi ipnotizza un librino che non conosco, di un editore che mi piace, con un titolo che mi attrae. Leggo la seconda e la terza di copertina, le prime righe della prima pagina, vedo che dentro ci sono dei piccoli disegni buffi. Deciso, lo compro: mi chiamava.
Il desiderio quando può essere soddisfatto è meglio.

di necessità e di smania

La scrittura,  trovo che sia un po’ come il sesso: la ragione principale per farlo è il piacere personale prima ancora che quello altrui (lo so, sono egoista) e invece capita anche, qualche volta, per abitudine o per senso del dovere.

Io da qualche giorno non ho più il mio netbook, che era il mio cordone ombelicale con la rete.
In casa per la verità ci sono due computer: un notebook figo, che però è dello Splendido, e una ciofeca che va a manovella, che è dei bambini. Io li posso usare, quando mi serve, ma non è come avere il Piccoletto di fianco, acceso giorno e notte (si fa per dire: io di notte dormo), solo mio, con le mie password memorizzate ché tanto nessuno oltre a me lo usa, con il plin plon della posta in arrivo.

Lo Splendido mi ha detto dài che ne prendiamo un altro; io sto temporeggiando e lo so che sembra incomprensibile, ma è per via del desiderio.

Io, quando non avevo il Piccoletto giravo con un taccuino in borsa, e guai a dimenticarlo a casa. Magari non avevo accesso a un pc per ore o per giorni e la scrittura era necessaria e improcrastinabile. Nel taccuino ci finiva un po’ di tutto: frasi finite, parole solitarie, pezzi interi con un capo e una coda, che restavano in attesa prima di finire in un post, in una mail o in una lettera d’amore.

Questa abitudine bella l’ho persa, con la comodità di una tastiera sempra a portata di mano. E sarà per via del fatto che sono una tipa all’antica, ma quel desiderio lì, impellente, di scrittura, lo voglio di nuovo. Voglio la penna che scorre sulla carta: una penna così e una carta colà, non penna e carta tout court. Voglio guardare i segni, voglio che la scrittura sia bella da vedere prima che da leggere, perché se è brutta da vedere sarà brutta anche da leggere; voglio il peso del quadernino nella borsa a ricordarmi che quello che incontro lo posso immortalare con l’inchiostro, liquido e tiepido che pare sangue tra le dita.

Io il desiderio spesso me lo perdo per strada, per pigrizia o per abitudine, e lo devo cercare nelle tasche nascoste, come quando scopri che fai l’amore ancora prima di sentirne il bisogno vero e vuoi tornare a ricordarti la necessità e la smania.