una constatazione

Non sono coraggiosa, non sono volitiva, mi intimidisco di fronte alle persone decise, ho sempre paura di avere torto, dopo tre no (forse anche prima) è sicuro che cedo.

Non avrei mai potuto fare la rivoluzionaria.

altre ragioni per festeggiare il 25 aprile

Ieri non ci siamo visti, peccato.

Peccato, perché era il nostro anniversario, quando l’ho detto allo Splendido si è messo a ridere. Io però penso che certe amicizie bisogna trattarle come i grandi amori e quindi ci tengo a ribadire, anche se fa ridere, che ieri era il nostro anniversario. L’anniversario dell’amicizia con la Sidgi.

Non capita mica sempre di ricordarsi in che giorno hai conosciuto una persona che poi diventa importante per te, perché magari quando scopri che è diventata importante per te non sai più il giorno in cui l’hai conosciuta. Per ricordartelo devi avere un’agenda ben aggiornata, un diario, un blog o una casella di posta che eviti di svuotare per mesi e mesi, in modo da rintracciare mail vecchie di secoli in cui magari ti sei dato appuntamento con una persona che all’epoca non sapevi che sarebbe diventata importante per te. Oppure devi essere Zu, ma di Zu ce ne son pochissimi al mondo.

A me piace, l’idea che il nostro anniversario sia il 25 aprile; secondo me è stata una specie di liberazione anche quella. Liberazione da un certo tipo di solitudine, che se frequenti la Sidgi poi di quel tipo di solitudine non soffri più, e io forse prima, un po’, ne soffrivo.

non sono una maestra

Non mi conoscono. Mi presento, li guardo tutti negli occhi sorridendo, chiedo i loro nomi. Alcuni sono nomi stranissimi che non riesco a ripetere. Ridono, quando sbaglio a pronunciarli, mi correggono divertiti perché a loro non sembrano difficili: sono i nomi dei compagni di scuola.

Sul tavolo rettangolare ho disposto il materiale con cui lavorare, li guardo guardare incuriositi senza immaginare come funzioni: appena vedono l’acqua gli nasce una domanda negli occhi. Spiego che sì, bisogna mettere le mani in acqua, per questo lavoro, ma più tardi. L’acqua è tiepida apposta perché a loro non dia fastidio bagnarsi, qualcuno non resiste e tuffa due dita nella bacinella, io faccio finta di arrabbiarmi: non si mettono le mani in acqua senza il mio permesso.

Ormai è tutto pronto e la pasta di carta sciolta in acqua; mostro loro come si fa, e so che sembra una magia. E’ sempre così, quando da un minestrone semiliquido esce un foglietto rettangolare. Faccio finta di essere una strega, che quella sia la mia pozione magica, loro si divertono a fingere di crederci.

Quando è ora di provare, i più timidi cercano di mimetizzarsi; le bambine, intraprendenti, hanno già tirato su le maniche. Qualcuno si rifiuta di lavorare perché non vuole bagnarsi le mani; io non insisto ma incoraggio, sperando che alla fine venga voglia anche a loro.

Questi bambini sono un fantastico campione di umanità. Ci sono i paurosi, gli ambiziosi, i secchioni, gli insicuri. I chiacchieroni, i timidi, quelli che sembrano timidi ma poi diventano estroversi. Le perfezioniste, quelli che hanno fretta di finire, quelli che vogliono fare da soli e quelli che vorranno sempre un aiuto. Li riconosco subito, e mi chiedo se crescendo cambieranno indole e modi, influenzati dalle mille esperienze della vita, o se assomiglieranno sempre ai loro stessi bambini.

Si lavora chiacchierando; mi raccontano vita, morte e miracoli dei fratelli, dei genitori e dei nonni. Io gli parlo dei miei figli, bambini grandi. Mi chiamano Chiara perché, dicono, non sono una maestra. Per tutto il tempo mi chiedo chi è tra di noi quello che si diverte di più, con questo gioco. Non so perché ma ho sempre il sospetto di essere io.

E intanto un po’ li ascolto e un po’ penso che mi manca avere dei bambini ancora piccoli, che si stupiscono con le magie; che mi conviene approfittare di questi bambini qui, che si innamorano di me dopo cinque minuti; che mi dicono Ti voglio bene, Chiara; che vanno a casa felici perché gli ho fatto scoprire una cosa nuova, e raccontano che abbiamo usato il frullatore per fare il minestrone viola.

la mia festa

Oggi è la mia festa e quindi dico quello che voglio.
Ultimamente mi faccio sentire abbastanza spesso, ma niente: a voi servono le spiegazioni, perché siete piccoli, di dimensioni e anche di cervello. Guardali qua i grandi uomini, i padroni del mondo. Ma padroni di cosa, che non siete buoni nemmeno a lasciar pulito dove mangiate: le bestie sono meglio di voi, e infatti alle bestie non bisogna spiegare, loro sanno, capiscono.

Vorrei potervi dire che mi dispiace per voi, per le volte che vi ho fatti sentire impotenti, disarmati (lo ammettete anche voi, no?). Macché, non mi dispiace per niente: a voi queste cose qui servono, in un certo senso lo faccio per voi, ché non vi montiate ulteriormente la testa. La testa bisogna tenerla sulle spalle, i voli pindarici lo sanno tutti dove portano, ma voi niente: ‘sta roba qua mica la capite, e avanti a fare i conti senza l’oste.
Ecco, ve lo dico una volta per tutte: non ci siete solo voi. E io ho cose più grosse di cui occuparmi, cose che c’erano prima di voi e ci saranno dopo, vuoi vedere che adesso mi tocca farmi dei riguardi perché voi non vi sapete comportare!

La nuvola, ve lo dico, non son mica sicura che la finisco qua. Ci sto pensando e comunque non è per ripicca, anche se (confesso) mi sono divertita a guardarvi, presi dal panico che neanche un formicaio preso in pieno da una pisciata di cane, e siccome adesso voi state ridendo del paragone vi assicuro che una pisciata dentro al formicaio non è cosa da poco. Alzi la mano chi ci ha mai pensato. Figurarsi: voi di quello che vi capita intorno neanche vi accorgete. Vi accorgete solo di quello che sconvolge i vostri piani.
Ecco, i piani. Andate pure avanti, a fare i vostri piani. Poi però non vi lamentate, ché io vi avevo avvertiti. Non. Ci. Siete. Solo. Voi.

Ah, e vi ringrazio per il contentino che mi date, a dedicarmi una festa, una festa di un giorno, ma non crediate che basti così poco per tenermi buona. E ci siamo capiti.

un post che ha per titolo un respiro

Essere felici, io lo so come si fa. Servono qualche etto di farina e acqua tiepida, poco lievito, sale, un olio d’oliva profumato e le erbe del giardino, tritate: quelle non costano niente, le pianti un anno e te le ritrovi nuove per tutta la vita a ogni primavera che incontri. Uno spicchio d’aglio se ce l’hai è ancora meglio. Poi basta. Impasti poco, lasci lievitare, copri di olio e erbette e lasci che il forno faccia il resto.

Tu intanto che aspetti annusati le mani che sanno di salvia e basilico e respira, che la giornata così finisce bene.

je me souviens

Mi ricordo da sempre tutto intorno odore di sigaretta; in giornate fortunate, profumo di pipa.

Mi ricordo il gesto del pollice che batteva regolare sul volante dell’auto: diceva che l’aveva ereditato da suo padre.

Mi ricordo che con la voce sapeva affascinare le persone, e ne andava fiero. Non ho preso da lui.

Mi ricordo che voleva farmi dipingere gli infissi di rosso amaranto. Per puro spirito di contraddizione li ho voluti verde rosmarino.

Mi ricordo centomila libri per imparare il Tedesco, e dischi e cassette, a inseguire un miraggio.

Mi ricordo che il Garamond, ci piaceva a tutti e due.

Mi ricordo che non si sporcava mai le mani col cibo: ho scoperto l’arte tanto raffinata quanto inutile di mangiare la pera con forchetta e coltello.

Mi ricordo che non l’ho mai visto senza barba, se non in fotografia. La barba prima era rossa, poi bianca.

Mi ricordo che una volta che è venuto in macchina con me ha continuato a rimproverarmi che stavo in mezzo alla strada.

Mi ricordo che non gli piaceva che parlassimo di soldi, e io ancora adesso non so come si fa.

Mi ricordo certi regali che faceva solo a me: le penne stilografiche.

Mi ricordo che, il nostro ultimo abbraccio, se avessi immaginato che sarebbe stato l’ultimo avrei stretto più forte.

grès

Il caffè della mattina è l’unico che desidero davvero. Il caffè, a me, in realtà non piace, ma quello lì: morbido, con la giusta quantità di latte, caldo ma non bollente, addolcisce la prospettiva di un risveglio spesso prematuro.

Il caffè della mattina non va bevuto in una tazza qualunque  ma categoricamente in una tazza amata, riconoscibile, della giusta misura, che tenga il calore per il tempo che serve.
Le nostre tazze nuove le chiamiamo etrusche perché le abbiamo comprate a San Gimignano. Hanno la forma di mug ma piccoline, leggermente svasate. Sono magiche, l’ho appena scoperto.

Sono magiche perché bere il caffè della mattina in quelle tazze lì è un piacere indicibile. A guardarle sono bellissime, hanno il colore di una terra verdastra e a tratti rugginosa. Le tieni in mano e capisci l’arte di chi le ha create; il lavoro, la passione. Ruvide tra le mani, le accarezzi mentre ascolti il profumo del caffè, un momento prima di assaggiarlo, e il godimento scopri che è già iniziato per il fatto di toccare una materia che parla. Appoggi le labbra sul bordo, più liscio grazie a uno smalto poco scivoloso, la bocca assapora il caffè e la grana leggermente scabra della tazza; la lingua, curiosa, ne saggia la superficie, gradevole al contatto, tutt’altro che inerte, viva.

Non mi capacito che ne abbiamo comprate solo due.