Chiara e il dramma della pipì

Sono abbastanza famosa tra i miei amici e parenti perché sono una di quei rarissimi esemplari di femmina che quando viaggiano riescono a resistere un numero indefinito di ore senza bisogno di fermarsi in autogrill, in una piazzola di sosta, in un bar malfamatissimo, allo scopo di fare la pipì. Sono resistentissima, da sempre e quasi sempre, con pochissime eccezioni: quando bevo molto caffè o molta acqua, una cosa per me quasi impossibile perché bere non rientra (purtroppo) quasi mai nelle mie priorità, e il caffè neanche mi piace.

Ieri però ero in montagna, e in montagna, si sa, c’è questa esperienza quasi mistica della colazione che è parte integrante della vacanza. Io con la colazione non mi risparmio: dolce, salato, marmellate, pani coi semi e senza semi, uova, speck, succhi e caffè, litri di caffè che non ti accorgi di bere presa come sei a ingollare quel ben di dio.

Prima di partire per la passeggiata in mezzo al bosco, certo, una piccola pipì preventiva va fatta sempre: e infatti io non ho tralasciato questo piccolo atto di elementare previdenza, prima di affrontare  le due ore di cammino che ci sarebbero volute per raggiungere un rifugio.

Dopo mezz’ora però il caffè ha cominciato  a fare effetto e io mi son trovata in breve tempo nella situazione tragica della Minzione Non Rimandabile.

Ora dovete sapere che io sono abbastanza pudica, non mi smutando volentieri in pubblico (a meno che non sia una spiaggia naturista) e anche in condizioni estreme cerco sempre un luogo appartato e lontano da sguardi indiscreti per le (rare) necessità della mia vescica. Ieri la situazione non lasciava la possibilità di raggiungere luoghi appartati se non sprofondando per un metro nella neve fresca: anche volendo, poi sarebbe stato impossibile abbassare i pantaloni.

Mio marito, impietosito, si è messo a cercare il luogo adatto: una curva del sentiero, un tratto costeggiato da alberi frondosi che riparassero la vista, abbastanza lontano dal tornante precedente ma sufficientemente vicino al successivo, in modo da essere avvisati in tempo di eventuali gitanti in arrivo. Non so come, in un tempo record sono riuscita a farmi strada tra calzamaglia e pantaloni tecnici con doppia abbottonatura, ad accucciarmi con le chiappe praticamente nella neve e a rivestirmi giusto un minuto prima che arrivassero uno sciatore bello spedito in discesa e uno degli ennesimi gruppi di ciaspolatori in salita. Ma io ormai ero salva e il mio buchetto pisciarolo nella neve a bordo pista era già stato occultato con la maestria degna di un gatto nella sabbiera.

Da questa terribile esperienza, che voglio condividere perché chiunque potrebbe un giorno o l’altro esserne vittima, ho capito una cosa: adesso mi compro il pisciacoso.

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l’umanità si divide/2

L’umanità si divide in quelli che il mare e gli altri, che la montagna.

Tra i primi, ci sono coloro che al mare ci sono nati o cresciuti e che senza non potrebbero vivere; e gli altri che, siccome non ci sono né nati né cresciuti, allora vorrebbero abitarci, almeno per una parte dell’anno, e che appena possono ci tornano, rispondendo a un invito irrinunciabile.
Perché il mare ha questa predisposizione ammaliatrice che lo costringe a chiamarti con la sua voce di acqua e di vento, che una volta che l’hai conosciuta la senti anche da lontano e di tanto in tanto si fa viva nei ricordi, come il profumo di una persona amata.
Poco importa che si appartenga al gruppo degli spasimanti del mare d’inverno o a quello degli amanti del mare d’estate: lui è seduttore in tutte le stagioni.

Mi piace più di tutto il momento in cui si manifesta con l’odore, sposalizio di aria e acqua, prima ancora di farsi raggiungere dagli occhi.
Poi quando mi incanta con il rumore: sciabordio di code di sirene, indaffarate in danze sottomarine.
Solo alla fine decide di sedurmi lo sguardo: mutevole, policromo, instancabile e imprevedibile, mi ipnotizza con racconti di avventure, segreti e tesori perduti.

Per quelli che solo la montagna nutro una sorta di istintiva diffidenza e li frequento il meno possibile, quindi non è che abbia molto da dire a riguardo.

delirio dolomitico serale

Esco in pigiama e pantofole, ma imbacuccata con sciarpa berretto e maglione di pile, perché sto bollendo. C’è un momento della sera in cui tutto il sole preso sul viso e tutto il freddo accumulato durante il giorno si fondono in un unico calore.
Allora vado fuori, a prendere aria. Due minuti. Però quei due minuti bastano per sciogliere calore e pensieri. Davanti la scenografia più spettacolare del mondo, alle spalle il buio più buio che puoi pensare, con un silenzio che in certe ore è quasi innaturale: alzo gli occhi e il cielo non è il cielo ma un lenzuolo nero punteggiato di un numero impossibile di stelle. E come faccio a non pensare che qui la pace sembra una cosa vera, a non chiedermi per quale ragione io, noi, abbiamo il privilegio di conoscerla questa pace, per qualche giorno in modo così intenso, così tangibile, così nonsocomedirlo.
E vai a capire perché non può essere sempre così. E vai a capire perché non ovunque.