scheletri nel frigorifero

Io ieri ho deciso che la mia casa era un disastro e ho fatto un buon proposito: ho pensato che se mi metto d’impegno e faccio una o due cose al giorno, è possibile che il sabato l’aspetto generale del posto in cui viviamo assomigli meno a un caravanserraglio e che quindi sia meno frustrante per me e anche per lo Splendido dargli una ripulita.

Per dimostrare la mia serietà di intenti ho cominciato con tre cose detestabili: l’aspirazione di quantità di balocchi pollinosi dal pavimento del piano terra, la pulizia delle scale di accesso al mio laboratorio e la bonifica del frigorifero.

Il frigorifero a casa mia fino a ieri gridava vendetta: era un’accozzaglia di vasi e vasetti che stazionavano sul ripiano più alto da tempo immemorabile. Non nascondo che alcuni ingredienti non avevano ancora cominciato a muoversi autonomamente solo perché ben chiusi con un coperchio a tenuta ermetica; altri avevano superato silenziosamente la data di scadenza nonostante  l’aspetto ingannevolmente commestibile.

Eviterei, per questioni di decenza, di descrivere lo stato dei cassetti e dei ripiani. Vi dico solo che munita di spugnette e detergenti ho dato una lustrata al caro elettrodomestico, che adesso, semivuoto e profumato, parrebbe testé uscito di fabbrica.

Quindi è da ieri che passando davanti al frigo non resisto alla tentazione di aprirlo per rimirare tanta purezza e facendo questo sono stata folgorata da un pensiero che mi piace e che quindi vorrei condividere.

Il mio frigo è bellissimo. Non perché è pulito, anche se pulito è ancora meglio. Comunque il mio frigo è bellissimo anche da fuori, e se ci passi davanti anche se non lo apri non puoi non guardarlo, ché sopra ci sono tante cose e ognuna ha un suo senso.

Io credo che il mio frigo parli molto di me e delle mie incongruenze e dei miei desideri, e quindi forse mi capite se vi dico che mostrarvelo, a me, un po’ mi emoziona.

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je préfère le moulin rouge

Allora io come blogger sono pivella e mi manca proprio quell’impostazione mentale per cui se vuoi che ti leggano devi andare incontro al tuo potenziale pubblico. E quindi io scrivo, scrivo senza pensare per chi e per come, però poi devo ammettere che mi piacerebbe avere idea dell’idea che uno, leggendomi, si fa di me.
Questo per dire che quando qualcuno mi ha fatto notare che dal mio blog sembro la mamma del mulino bianco non è che me la sono presa, ma ci ho pensato su.

La mamma del mulino bianco a me non è che sia mai piaciuta.
Lei si sveglia la mattina presto e, contrariamente alle mamme normali che sfoggiano uno stampo da cuscino sulla faccia, due occhi da panda comatoso e una verve da bradipo, lei tutta pimpante dopo un minuto è già in cucina e ha preparato la colazione per tutta la famiglia. O è già miracolosamente vestita e truccata oppure, apparentemente acqua e sapone ma pettinatissima, con il rossetto e uno strato invisibile di terra abbronzante, è scesa in pigiama come le mamme vere, ma con che pigiama, porca miseria! Non quella roba informe e slandronata che hanno in dotazione le persone normali, no: il pigiamino setoso, rosa cipria, appena stirato (!) che si conviene a una donna perfetta come lei. Basterebbe già questo a farmela stare sulle palle per l’eternità.

La tavola è imbandita come per un pranzo reale: succhi, tè, cestini di vimini con quattro tipi di biscotti e tre merende diverse, le fette biscottate e le marmellate nelle ciotoline. A casa mia le merendine si scartano direttamente dalla confezione e i biscotti escono dal sacchetto dei biscotti, per non dire della marmellata che è già tanto che la tiri fuori dal frigo, altro che ciotoline di porcellana.

Poi lei sorride, a colazione. Sorride al papà del mulino, ai bambini del mulino, ai passerotti che vengono a smangiucchiarsi le briciole di merendina sul davanzale della finestra del mulino.
Ora, io ve lo dico: alle sette, appena sveglia, trangugiando il caffè, con i bambini che la cartella non l’hanno ancora fatta, la colazione ci mettono un quarto di secolo a finirla e io che con i miei 90/50 di pressione faccio fatica a stare in piedi non riesco a sorridere a chicchessia e i passerotti li farei arrosto.

Quindi, ricapitolando, io la mattina faccio schifo che bisogna amarmi veramente molto per guardarmi in faccia; il pigiama è un’accozzaglia di tute vecchie e magliette da battaglia; i capelli li ho alla moda di Medusa; cerco di sorridere interiormente alla giornata ma dal mio viso ancora non trapelano emozioni positive; aggiungo che qualche volta sono talmente snaturata che mi dimentico di comprare il latte e propino ai miei bambini qualunque roba potabile in sostituzione e maschero il senso di colpa arrabattando scuse sull’utilità dello spirito di adattamento.

Vi sembra che io assomigli alla mamma del mulino, fin qui? Non tanto, eh?

Vi invito, adesso, a pensare alla mamma del mulino nelle attività della sua giornata. Intanto non lo vedi perché lei mai ti mostrerebbe la sua biancheria intima, ma è ovvio che è coordinatissima e sobria, né essenziale né frufru. Men che meno provocante. Io la mutanda e il reggiseno in coordinato non riesco nemmeno se ci provo, c’è sempre qualche impedimento tipo che mi sono messa quella mutanda lì che avrebbe il suo reggiseno uguale ma poi mi accorgo che siccome voglio metterci sopra una maglietta così o colà per qualche ragione non va bene e allora amen, ché di cambiare mutanda non se ne parla; ma il più delle volte è che o la mutanda o il reggiseno sono nel cesto della roba da lavare o, nella migliore delle ipotesi, stesi ma umidi.

La mamma del mulino si veste prevalentemente in beige e panna; io no.

La macchina della mamma del mulino sono indecisa se sia un suv nero o una classe A. Probabilmente un suv con la scusa del cane. Il suv nero è molto utile per andare a prendere i bambini in una zona con poco parcheggio, infatti è per quello che i suv son sempre parcheggiati in posti assai improbabili dove rompono tantissimo le palle. Comunque, quale che sia la macchina della mamma del mulino, è sempre pulita sia dentro che fuori, non come la mia che ogni tanto bisogna disinfettarla con degli agenti chimici che possiedono solo i servizi segreti.

La mamma del mulino passa molto tempo con i suoi figli, come me. Solo che lei non si arrabbia mai, non litiga con il grande perché le assomiglia troppo o col piccolo perché fa il furbo. È molto paziente, lei.

E poi il punto di forza della mamma del mulino: il mulino, appunto.
Il mulino è sempre in ordine e pulito. Non ci sono cose da stirare in giro, i libri abbandonati su tutti i ripiani orizzontali disponibili, la scopa appoggiata dove non dovrebbe, il cesto in lavanderia che straborda, le formiche in cucina, le pentole che aspettano di essere lavate. Il mulino è sempre perfetto, come lei.

Volete vedere casa mia? Ecco, appunto.

Quindi spiegatemi: cosa vi fa pensare, del mio blog, che io possa assomigliare alla mamma del mulino?

PS: non lo volevo dire ma è più forte di me. La mamma del mulino dacché si è riprodotta secondo me fa pochissimo sesso ricreativo

 

 

 

quando non avevo il blog

Quando non avevo il blog ero grafomane lo stesso. Forse anche un pochino di più.

Avevo l’abitudine di indirizzare missive virtuali eccessive e probabilmente sconclusionate ai due o tre disgraziati che mi davano retta. Ogni tanto mi sbrodolavo in teorizzazioni del tutto inconsistenti su questo o quell’ argomento di portata epica, che puntualmente dopo due o tre giorni riacquistava la sua dimensione straordinariamente quotidiana.

Finché un amico mio, probabilmente per indirizzare la mia logorrea verso luoghi più consoni, ha ospitato la mia prima esternazione blogghistica.

Siccome oggi un altro amico mio mi ha mandato un regalo musicale e mi ha fatto tornare in mente la cosa, ne approfitto, con due avvertenze.
1: è un po’ lungo. Da leggere solo se avete tempo.
2:  parla molto di me. Da leggere solo se vi interessa.
La trovate QUI

… e che Giulio Carlo non mi fulmini

Le canne non me le facevo nemmeno da piccola, in quell’età disgraziata in cui se non ti droghi almeno un po’, non piangi qualche ora tutti i giorni per un amore infelice e non litighi di continuo con un genitore qualunque vuol dire che hai dei problemi seri.
Posso dire a mia discolpa che comunque ho pianto tantissimo e litigato a sufficienza per ritenere di aver vissuto un’adolescenza normale.
La mia precisazione ha il solo scopo di tranquillizzare quanti saranno portati a pensare che questo post possa essere il frutto di un leggero condizionamento psicotropo.
Per noi, liceali negli anni ‘80, l’unico Giulio Carlo è lui: Argan. Quello dei libri verdi sui cui si studiava la Storia dell’Arte in bianco e nero. Già che ci sono, tranquillizzo anche lui, sperando che questo basti per mettermi al riparo dalla sua ira funesta: se Lei guarda bene, Giulio Carlo, io nei tag la parola l’ho messa tra parentesi, proprio perché la mia non è quella cosa lì che Lei cercava faticosamente di stipare nella nostra scipitissima zucca di studenti poco entusiasti (pietoso eufemismo). Solo che non sapendo come definirla, la parola l’ho presa in prestito, ma in minuscolo: vede? e con le parentesi. Così, giusto per capire di cosa parliamo, ma con la stessa differenza che intercorre tra scrittura e letteratura. Avrei potuto dire bricolage ma forse non si sarebbe capito.

La ragione per cui scrivo oggi è che mio marito, vedendo l’autoritratto, ha avuto un turbamento e mi ha chiesto se davvero io mi senta contorta come la linea in questione.
Quell’aggeggio, lì, nella foto, ha un titolo, “Confini”, che in effetti non è “Autoritratto“, e questo perché non ho capito subito che lo fosse, un ritratto. Adesso, però, ogni volta che lo guardo mi ci specchio e quindi lo è diventato. L’ho appeso alla parete e mi piace.

La carta è il mio mestiere e la conosco bene: siamo amiche. Capisco che soffre della sua condizione bidimensionale e allora ogni tanto le faccio riconquistare spessore: la lascio tornare materiale plastico perché la sua natura vera è quella, e io lo so. Mentre accarezzo la sua forma liquida sento che mi è grata e anch’io godo del contatto della pasta sulle mani.
Il filo ha una straordinaria e incontrastabile attrazione su di me. Compro gomitoli, rocchetti, matassine di qualunque colore e spessore e materiale. Metallo (spesso), lana e cotone, carta, spago, nylon. Il filo ha la forma del tempo, della strada, della melodia. Qui, del limite.
L’ago è quello che distingue la casualità dall‘intervento umano. E’ lavoro.
La tisana ha la funzione di un colore ad acqua perché volevo un effetto simile a quello che avrebbe sortito un acquerello, ma meno intenzionale (però l’ho scelta anche perché mi piace pasticciare). Il confine pare netto (linea) ma non lo è, ché se guardi bene il colore è sbavato: forse perché mi piacerebbe che le delimitazioni naturali si prendessero una rivincita sulla prepotenza della volontà umana.

Ho avuto sempre i miei piccoli problemi con i confini. Barriere mentali me ne costruisco troppe; le cucio come orli intorno alle mie paure.
Eppure dei confini geografici non ho mai saputo capire le logiche: dev’essere perché mi manca il senso dell’orientamento. Allo stesso modo, non colgo separazione tra le zone emotive che si vorrebbero distinguere in regioni diverse del cuore e invece fanno di me un unico, irrequieto paese.