joyful girl

A un certo punto lo Splendido mi chiede se sono felice e io mi accorgo che sì, mi sa che sono felice.

Secondo me per essere felici non ci vuole proprio niente: non è che sei felice quando non hai nessun problema e hai tutto quello che chiedi. Succede che un giorno ti svegli e ti rendi conto che magari non è il periodo migliore della tua vita, che il lavoro non è un granché, che non hai i soldi per andare in vacanza e per comprarti un vestito nuovo, però ti reputi una persona fortunata e riesci a dare più peso alle cose che hai rispetto a quelle che vorresti.
E però anche per essere infelici non ci vuole niente: certe volte anzi pensi di avere tutto quello che desideri e sei infelice lo stesso. Ti sembra che l’insoddisfazione ti abiti dentro come una tenia che ti succhia ogni entusiasmo lasciandoti sgonfio e povero e incapace di reagire agli stimoli.
L’infelicità è come una malattia che ti toglie dagli occhi tutti i colori.

In questo periodo mi sembra che mi abbiano fatto un incantesimo e vedo le cose come se ci fosse il sole tutti i giorni, a spolverare il mondo dal grigio. Io il colore che preferisco è il blu.

 

(joyful girl)

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because Jellicles can and Jellicles do/2

Mia sorella è in vacanza  e mi ha chiesto se ogni tanto posso andare a casa sua a controllare gli animali.

Mia sorella ha due gatte, Olga e Fosca, che se non fosse che di aspetto si somigliano – due orecchiette puntute, la coda lunga, quattro zampe, molto pelo, le vibrisse etc… – diresti che sono due esseri geneticamente del tutto dissimili. Una scende zompettando dalle scale appena si accorge che stai aprendo la porta; l’altra entra con un balzo dalla finestra appena sente il rumore dei croccantini. Una ti accoglie strusciandosi sui tuoi piedi e aspetta i due minuti canonici di carezze prima di dedicarsi al cibo; l’altra si fionda sulla ciotola senza degnarti di uno sguardo. Una, puntualmente, dopo aver mangiato un po’ torna da te per la seconda dose di coccole e si sdraia sul tappeto facendo le fusa mentre le gratti la pancia, prima di tornare a sfamarsi del tutto; l’altra com’è entrata se ne va senza salutare appena ha finito la sua razione.

A me ovviamente Olga piace di più. Oggi mentre ci facevamo le feste a vicenda ho pensato che i gatti sono come gli umani, ognuno ha il suo carattere, la sua sensibilità e anche le sue simpatie. Io e Olga ci siamo simpatiche. Ho pensato anche che questa cosa mi ricorda mio marito quando torna a casa per pranzo e, mentre io sto mescolando qualche intruglio nella pentola, passandomi vicino mi dà un bacio sul collo, come se il suo primo pensiero fossi io, e non la pentola. Per dire.

pantofolaia sui generis

Mi sa che abbiamo delle turbe: ieri, quando la Michela mi ha chiesto se stasera avevamo voglia di vederci a cena per una pizza, un cinese – giapponese o qualunque altra cosa, il primo pensiero che ho fatto è stato quasi quasi li invito a casa mia. Poi mi son fatta dei riguardi nei confronti dello Splendido e ho aspettato di parlargliene la sera. Lui mi ha detto perché non li invitiamo qui?

Allora oggi al telefono ho invitato la Michi e Luigi. Quando succedono ‘ste cose la gente ti chiede subito: ma sei sicura? Io sì, son sicura, ma evidentemente alle persone non piace molto fare inviti a casa, forse perchè poi gli restano i piatti da lavare, le tovaglie con le macchie, tutte quelle cose fastidiose che riguardano il riordino postumo, che onestamente neanche a me fa impazzire, ma quando chiedi la bicicletta di solito poi tocca pedalare.

Mi è venuto il dubbio che siamo un po’ noiosi, con questa mania delle cene a casa: magari uno vorrebbe uscire e invece noi siamo pigri, e poi ci son da sistemare i bambini che la mattina si alzano ancora prestino, e poi sinceramente a me di prendere la macchina un’altra volta, dopo che mi son fatta 70 km solo per spostamenti di routine non ne ho voglia per niente. E insomma, io a casa mia ci sto bene; non c’è un altro posto dove io stia bene come a casa mia e quindi mi viene naturale fare inviti. Però ho il dubbio, ecco. Che magari stiamo esagerando.

bisogna educarli da piccoli

E poi ci fu, quindici anni orsono, la prima notte di nozze. Ne vogliamo parlare?

La prima notte di nozze, una volta, secondo me aveva il suo bel perché: dopo che avevi passato mesi o anche anni a guardarti da lontano e a sfiorarti le mani di nascosto, nei giorni in cui i genitori si scordavano di sguinzagliarti dietro orde di fratelli più piccoli, ti trovavi finalmente a casa tua e fuori tutti; tu e lui e insomma, improvvisamente soli, capisco che non si potesse attendere un minuto di più.

 Noi dopo quella giornata lì, quando ci siamo trovati da soli, è stato per scoprire che avevamo una tenda al posto del letto, e io non so se fosse perché ero stanca morta, ma pur di non fare la fatica di smontare la tenda e rimettere il materasso giuro che se la temperatura non avesse sfiorato i 2000° ci avrei dormito dentro. Insomma dopo tutta la giornata di emozioni e amici e mal di stomaco (ché io ero agitata forte, l’ho già detto) e smonta la tenda, finalmente avevamo un letto e credo che dopo un microsecondo il mio novello sposo abbia capito che dormivo. Va detto che la mia intenzione era appunto quella di mettere la testa sul cuscino e svenire tra le braccia di Morfeo. Anche perché, diciamocelo, nei nove anni precedenti noi non è che ci fossimo sfiorati le mani di nascosto e quindi onestamente la mia priorità in quel momento era il sonno.

 Epperò gli uomini voi li conoscete. Nel cuore della notte sento quello che dorme impunemente nel mio letto che mi importuna ripetutamente fino a svegliarmi. È la nostra prima notte di nozze, dice, non vorrai mica dormire tutto il tempo?

Beh, quella notte credo di avergli fatto il più grande cazziatone della mia vita.

e comunque non ero io quella che voleva scappare davanti all’altare

Io 15 anni fa a quest’ora, ma anche nelle ore e nei giorni precedenti, un po’ di panico ce l’avevo. Era il panico delle cose definitive, ché se quando ti sposi lo fai con una certa convinzione non puoi non avere la sensazione di trovarti sull’orlo del burrone. È il burrone delle cose che non sai, che non puoi prevedere ma che di sicuro prima o poi succederanno: cose belle e anche bruttissime; dolori da condividere o entusiasmi da raccontare; momenti di simbiosi e anche giorni di incomunicabilità assoluta. C’è di tutto, in un matrimonio, per fortuna: è quello che rende la quotidianità movimento, accadimento, vita.

E io in questi quindici anni non mi sono pentita mai, di trovarmi dentro a questa storia.

Ecco, volevo dirlo allo Splendido: che se mi prepara la carta io stasera gliela firmo per altri quindici così.

 

gemelli ascendente granseola

 

 

Mettiti lì, fermo, che ti voglio fare il ritratto. Fermo, ho detto. Ma tu fermo non lo sei mai, anche se cerchi di stare immobile hai gli occhi che cambiano, la faccia che non trattiene le espressioni, il naso che se dici una bugia si vede subito. Come si fa a farti il ritratto? Poi, i pittori veri, quelli che hanno uno spirito di osservazione, non hanno mica bisogno di avere il modello davanti, lo dipingono a memoria, e ritraggono la sua personalità più dai dettagli che dalle somiglianze. Vero. Io infatti non sono pittrice, non saprei disegnare un cane o un bambino.

Vorrei essere pittrice e farti un ritratto in cui tutti capiscano come sei. In cui ci sia quello che sembri e quello che non mostri, ma che io vedo. Tutto e il contrario di tutto, come sei tu. Come quelle figurine che piacciono ai bambini, che quando le muovi cambiano immagine.
È impossibile, farti un ritratto, a te: che sei pieno di bianchi e di neri e anche di grigi e di blu, che bisogna stare attentissimi per non sbagliarsi, sui tuoi colori. Forse per farti un ritratto bisognerebbe fartene due: uno per ogni gemello. Quello destro e quello mancino; quello rilassato e quello ansioso; quello insicuro e quello estroverso; quello amorevole e quello tagliente.

Oppure se fossi pittrice ti farei un ritratto mentre dormi, perché ti ho guardato tante volte mentre dormivi: a me piace guardarti. E nel ritratto tutto quello che sei lo metterei nei tuoi sogni, da immaginare attraverso le tue palpebre chiuse. Ecco: quello saresti proprio tu.

 

 

se Proust mi conosceva diventavo la sua Musa

Oggi sono andata dal mio pusher di farina perché volevo chiedergli se aveva le cicerchie. Non le aveva perché dice che le cicerchie una volta ha provato a tenerle, ma poi non gliele chiedeva mai nessuno e ha finito per buttarle via. Peccato.

Il mio pusher di farina ha un negozietto che secondo me esiste da sempre, immutabile nei secoli. E’ uno di quei posti che vorresti che non sparissero mai, ma che sai che un giorno spariranno. Io do sempre per scontato che tutta la cittadinanza sia al corrente dell’esistenza di quel negozio lì, che per me è una specie di monumento, anche se dentro ci son due che uno è affabile mentre l’altro è davvero scontroso; però alla fine gli perdoni la mancanza di savoir faire perché un’altra bottega così non so se ci sia.
Questo negozio sta in una via che conoscono tutti e che si chiama Contrà Chioare, che secondo me è un nome bellissimo per una via.

Oggi quando sono entrata a chiedere le cicerchie mi ha avvolta un profumo di bottega in estinzione che se voi non lo conoscete, quel profumo lì, non potete capire. Per aver la scusa di restarci dentro un po’, anche se le cicerchie non c’erano, ho comprato i semi di sesamo e i pinoli, che non è come al supermercato, che li trovi imbustati e plastificati. Le cose, in questo negozio qua, sono tutte dentro ai sacchettoni di tela oppure nei contenitori di vetro trasparente sui ripiani e tu puoi indovinare cosa c’è dentro dal colore del contenuto oppure leggere le etichette, se hai una buona vista. Qua le cose te le tirano fuori dai barattoloni e le mettono nei sacchettini di carta, come faceva la mia bisnonna con le caramelle, quando andavamo a Bessica nella sua bottega, che aveva lo stesso profumo di bottega in estinzione e infatti un giorno si è estinta.

il cuore dal satellite

Ora, io non so l’Inglese. Dovrei ma non lo so. Dovrei perché l’ho studiato nove anni a scuola e quindi, se lo studio non fosse una totale perdita di tempo quando uno c’ha la testa da un’altra parte, e se l’allenamento del cervello non fosse imprescindibile per il mantenimento dell’attività linguistica specialmente in ambito extramaterno, qualcosa di tutte quelle ore di laboratorio e di lettorato e anche i viaggi all’estero in famiglia (per la verità solo uno, in Irlanda) avrebbero dovuto lasciare una traccia in uno a caso dei miei lobi cerebrali. Invece quasi zero.
Ogni tanto mi domando come facessi a scrivere quelle cose lì, di letteratura e analisi del testo; che oggi neanche in italiano, per dire.

Ieri per esempio stavo andando a buttare la carta nel cassonetto e mi son resa conto che io, di come si dice in Inglese raccolta differenziata dei rifiuti, non ne ho neanche la più sbiadita parvenza di idea. Invece in Francese sì, che lo so: si dice tri sélectif des déchets oppure collecte sélective, e ho anche idea che si possa dire triage perché da qualche parte l’ho sentito. Ma questo solo perché in effetti in Francia ho fatto la raccolta differenziata e ho dovuto imparare come si diceva.

Questa è la prova provata che io l’Inglese non lo so. Però lo so sempre meglio di quelli di Google, che nella loro pagina scrivono google heart, e se non ci credete andate a vedere in fondo. Io come una scema mi son detta che cavolo è google heart? Niente, è solo uno più ignorante di me.

[edit 8.05.2010] nel frattempo quelli di google si sono accorti che ci facevano una figuraccia e hanno corretto la pagina. Mi sa che son tornata a essere l’ignorante massima mondiale.

post post elettorale

Credo che sarebbe bello essere di quelli che dicono io voto le persone, una volta di qua , la prossima di là. Penso che mi piacerebbe guardare alla politica con leggerezza.
Io invece, la politica la vivo con un senso di malessere e di cupa rassegnazione.

Mi ricordo di un tempo, beata gioventù, in cui mi pareva anche una cosa bella e nobile, la politica. Pensavo che uno scegliesse di occuparsene perché aveva delle idee e gli pareva giusto di mettersi a disposizione. Queste cose qua, pensavo, beata gioventù. Sarà che di persone così ne ho anche conosciute, e so che ce ne sono ancora. Ma l’altroieri io sono andata a votare e tutto quell’entusiasmo non ce l’avevo.

Solo che io di dire stavolta non voto non ce la faccio mica. Sarà che poi se non voti non puoi neanche lamentarti, e poco importa se sia del sindaco o del governo o dei parlamentari europei. È il principio. Bisogna prendersi le proprie responsabilità, penso.

Io purtroppo son nata di sinistra e quindi sono destinata a soffrire. Ultimamente soffro anche doppio perché mi sento apolide, in questa politica qua. A me il PD mi pare veramente un’accozzaglia di gente che magari sono amici su FB ma poi non andrebbero mai a cena insieme. D’altronde non mi sento di buttare nel cesso il mio voto per la sinistra sinistra e sinistra, che sono in quattro e riescono a non mettersi d’accordo su niente e poi si lamentano che la gente non li vota.

Quindi da un lato penso che certi dovrebbero essere un po’ più integralisti e altri imparare l’arte del compromesso. Ma così verrebbe fuori veramente un partito di sinistra come si deve e rischierebbe anche di avere successo. Non sia mai.