firma anche tu per la salvaguardia dell’infanzia dall’inquinamento acustico!

Ho scoperto di recente, facendo il mio nuovo lavoro di baby sitter, che esiste la piaga sociale dei giocattoli rumorosi. E che vuoi che sia, diranno i miei piccoli lettori: da che mondo è mondo l’infante gioca coi sonaglini, i barattoli pieni di lenticchie, il tamburo fatto con le scatole da scarpe. All’infante i rumori piacciono, è bello stimolare il senso dell’udito passando dal rumore alla musica, il suono è conoscenza, sperimentazione, gioia. Certo.

Se i miei piccoli lettori pensano questo è perché hanno in mente il ricordo dei giochi di quando loro erano piccoli, oppure di quando erano piccoli i loro figli che oggi sono poco meno o poco più che adolescenti (tipo i miei). Ma il mondo, cari miei, sta cambiando, e molto in fretta.

Quando i miei figli erano piccoli (quindi poco più di dieci anni fa) esistevano ovviamente i giocattoli rumorosi senza batteria e i giocattoli rumorosi con batteria. Tralasciando i giocattoli rumorosi senza batteria che sono sempre gli stessi dalla notte dei tempi e godono della fortuna immarcescibile del fascino da oggetto atavico, mi soffermerei sull’invenzione infernale dei giocattoli a batteria, che risale invece all’era moderna. Ho un ricordo affettuoso dell’orsetto fotografo, simpatico e tutto sommato innocuo carillon dotato di musichina e flash, e del trenino degli animali, catafalco con musichina e versi di animali tutto sommato non insopportabile e dalla batteria pressoché inesauribile; e un ricordo per nulla piacevole di pochi altri diabolici aggeggi le cui batterie furono presto tolte e mai sostituite, chissà perché.

Ma in dieci anni, ve lo dico io, il detestabile mondo dei giocattoli rumorosi a batteria si è evoluto. Moltissimo evoluto. Adesso il giocattolo rumoroso (mettiamo che sia la casetta fattoria con animali numeri e canzoncine bilingui) non si limita a far rumore quando schiacci un tasto o giri una rotella o tiri una cordina. NO. Lui fa sì tutto quello che deve fare quando lo stimoli. Poi per un tempo variabile tra i 40 e i 70 secondi tace.
Nel frattempo l’infante si dedica a un altro giocattolo rumoroso (mettiamo che sia la porta da calcio parlante con registrazione automatica dei goal) per un minuto circa, il tempo medio di attenzione dell’infante moderno a un gioco nuovo. Poi  si passa al terzo giocattolo rumoroso (mettiamo sia il cruscotto di macchinina dotato di frecce bippeggianti, tergicristallo semovente, antifurto e autoradio). Dopo dieci secondi di gioco numero 3 il gioco numero 1 si anima e dice qualcosa tipo “Dai vieni a giocare con me, premi il tasto con l’orsetto!” (e via con una canzoncina): i giocattoli rumorosi moderni non vogliono essere messi da parte! Il bambino in genere resta per un secondo o due indeciso se continuare con il gioco rumoroso 3 o se tornare al gioco 1. Lì dipende dall’appeal del gioco.
Dopo una manciata di secondi però anche il gioco numero 2 comincia a parlare, dice cose tipo “Dai tira un rigore!” (e via con la canzoncina). Nel frattempo il gioco numero 3 sta ancora suonando e il gioco numero 1 sta ancora cantando la canzoncina. Il bambino in tutto questo resta incredibilmente impassibile, mentre la baby sitter (io) ha le mani tra i capelli e dei desideri di distruzione e sta decidendo quale gioco rumoroso spaccare spegnere per primo.
Quando pensi che i giochi che non vengono ripresi dal pargolo se la siano messa via e proprio nel momento in cui il pargolo li ha dimenticati ecco che salutano. “Ciao ciao!” dicono. Il pargolo è immediatamente tentato di tornare da loro.

Nella casa dove passo le mie mattine i giochi rumorosi sono almeno 5 e vengono usati tutti contemporaneamente con le modalità che vi ho descritto senza iperboli.
Credo che sia ora di porre fine alla tortura delle baby sitter con i giocattoli rumorosi a batteria. Perfino i libri fanno un casino insopportabile.

L’infante non sa cosa sia il silenzio. Non è brutto un mondo senza silenzio?

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un gesto

Riconosco il gesto di una mano a cercare un’altra mano come il più familiare, tra una madre e un figlio.
La prima volta, il primo minuto, il primo istinto è stato quello di toccare dita piccolissime che presto avrebbero imparato a stringere. Per mille e mille giorni quante volte ci siamo cercati in quel modo non saprei dire, in un’abitudine quotidiana a chiedere sostegno, a dimostrare fiducia; ad alleggerire i silenzi più eloquenti e le paure più inconfessate.
Non ci siamo quasi accorti che la necessità di quel contatto, poi, si è diradata: la mano tesa meno urgente mentre imparavamo gesti più adulti, e parole piene.

Non so quando sia successo che è cambiato tutto, così in fretta: quando ieri la tua mano ha cercato la mia non era quella di un bambino che mi stringeva ma quella di un uomo che mi chiamava, per dire emozioni conosciute, con una voce nuova.

se telefonando

Non sono mai stata un tipo da chiacchiere perché le parole a me non vengono facili: il più delle volte sono di quelli che Porca miseria ecco cosa dovevo rispondere due ore fa . La battuta pronta a casa mia ce l’hanno tutti tranne me. E il telefono è sempre stato il mio cruccio: un mezzo che mi attira per la semplicità del contatto ma che mi spaventa per altri versi. Lo uso pochissimo, il telefono.

Ieri ero presa in una conversazione via chat su skype con una persona che mi piace e mi son resa conto che quello che mi fa paura, del telefono, sono le pause. I silenzi e l’ansia di riempirli. I silenzi uniti alla distanza, ché i silenzi da soli a me non dispiacciono, sono anche una che può star zitta in compagnia senza problemi, come dice un’altra persona che adoro: Vieni a trovarmi così parliamo, anzi magari stiamo anche zitti, se non abbiamo niente da dire.
Invece la chiacchiera via chat ho pensato che mi piaceva, e i silenzi ci potevano stare tutti, come le attese delle parole giuste a scandire un tempo rilassato in cui inserire, volendo, una pausa per la tisana della sera o un bacio ai bambini, o anche solo un momento per raccogliere i pensieri che non sempre arrivano veloci.

mi ci vorrebbe del baccano

Il silenzio che viene dopo un rumore è un silenzio diverso. Ché il silenzio-silenzio, quando c’è, ti abitui e poi non lo senti più: succede che te ne accorgi solo quando arriva un suono ad interromperlo, e in pratica lo scopri quando non c’è più, è finito.
Invece il silenzio dopo un boato, un tuono, uno schianto, è un silenzio così denso e vivo e forte che te lo senti addosso, pesante.
Magari non sai esattamente cosa farne: un po’ lo ascolti, un po’ hai la tentazione di spegnerlo; ma se resisti a quella tentazione lì e lo prendi e te lo metti sulle spalle come uno scialletto te lo puoi gustare tutto, finché dura.

resoconto di una vacanza

Ascolto donne, felicemente sovrappeso sotto un’ombrellone, scambiarsi chiacchiere che odorano di menta e basilico e fare programmi per Natale e Capodanno. Un altro giorno, al mare, una ragazza dorme con la testa appoggiata a una piccola pila di libri; un signore, invece, pisola beato sulla sdraio, un volumetto in lettura abbandonato sul petto: forse gli ha regalato un tatuaggio rettangolare.

Sto con persone a cui sorridere, amici nuovi e anche no. Bello non sentirsi in dovere di partecipare alle conversazioni, e immergersi senza sensi di colpa in parole di carta; non essere indispensabile e però nemmeno superflua.

Poi ci son posti che vien voglia di visitare andando dove ti portano gli occhi, senza mappa, senza programmi; sperando, quasi, di sbagliare strada e avere così l’opportunità di uno scorcio inatteso. Il mare di tutti i colori; le città di pietra chiara; una campagna aspra ma generosa.

Acqua salata, e poi dolce; e calda e fredda; e la doccia all’aperto che la sera ti rende tutto il calore del sole. E mandorle bagnate, a togliere il salato dalle labbra, il pomeriggio. E chilometri di strada a riempirsi il cuore di ulivi, sotto il sole, guidati da un navigatore che predilige strade secondarie; e chilometri di strada a riempirsi gli occhi di buio, in compagnia di una mezza luna su quegli ulivi, indovinando sagome incollate sopra un telo di notte. E poi ancora ulivi e oleandri e limoni e tamerici ed eucalipi e mandorli, che viene voglia di stare zitti.

il titolo non c’è

Ci sono volte, a me succede, in cui le parole si fanno gommose e insipide come se fossero troppo masticate. Si appiccicano ai pensieri e li rendono inafferrabili, isolati in una bolla di elastico. Mi pare di vederli, i pensieri, dentro la bolla, traslucida e sottile: zitti, i pensieri, senza voce, imprigionati in una tela di ragno.

Allora, in quei momenti lì, anche la scrittura si fa sforzo e lavoro per te che di solito è leggerezza e respiro. Si fa cammino con le scarpe da montagna quando cercavi una passeggiata a piedi nudi lungo il fiume.

Io, e si vede, oggi mi sembrava di voler cantare ma mi sento la lingua legata e non lo so neanche, il perché.

in corpo otto

La primavera non è affatto una piccola cosa, e secondo me assomiglia all’amore.

Io ogni giorno la sento un po’ più forte, nell’odore dell’erba la mattina; nel tepore dell’aria la sera; nel movimento silenzioso della terra.

Mi sento come una letterina in minuscolo, senza grazie, in corpo otto, vicino alla primavera che invece è un capolettera miniato in rosso, blu e oro.

 

delirio dolomitico serale

Esco in pigiama e pantofole, ma imbacuccata con sciarpa berretto e maglione di pile, perché sto bollendo. C’è un momento della sera in cui tutto il sole preso sul viso e tutto il freddo accumulato durante il giorno si fondono in un unico calore.
Allora vado fuori, a prendere aria. Due minuti. Però quei due minuti bastano per sciogliere calore e pensieri. Davanti la scenografia più spettacolare del mondo, alle spalle il buio più buio che puoi pensare, con un silenzio che in certe ore è quasi innaturale: alzo gli occhi e il cielo non è il cielo ma un lenzuolo nero punteggiato di un numero impossibile di stelle. E come faccio a non pensare che qui la pace sembra una cosa vera, a non chiedermi per quale ragione io, noi, abbiamo il privilegio di conoscerla questa pace, per qualche giorno in modo così intenso, così tangibile, così nonsocomedirlo.
E vai a capire perché non può essere sempre così. E vai a capire perché non ovunque.

sulla soglia

A volte sarebbe saggio scegliere il silenzio; ritrarsi come una tartaruga nel carapace; mettersi umilmente in attesa.
Parlo dei giorni in cui sai che avresti qualcosa da dire, ma quando provi a mettere giù i pensieri ti si ingarbuglia la consecutio, le parole paiono pesanti come massi e faticose come partenze in salita.

Io, però, questa finestra oggi avevo voglia di aprirla lo stesso, per arieggiare la stanza, far entrare i rumori della strada, affacciarmi a osservare i passanti con cui incrociare sguardi e sorrisi. Ecco: mi sporgo appena un po’.

Sarebbe bello che oggi foste voi, a lasciare due parole sul mio balcone: due margherite rubate all’aiuola, due cioccolatini contro il calo degli zuccheri, due baci sulla fronte che fan passare il mal di testa.
Mi piacerebbe, sì.