è qui

Ha a che fare, io credo, con lo stupore. La sorpresa che ti coglie impreparato. La meraviglia che accompagna la fine dell’attesa, ogni volta.

Oggi nemmeno ci pensavo, anche se eran giorni che lo cercavo con il naso e con gli occhi. Finché non si sente col naso vuol dire che non è ora, mi ripetevo, in questi giorni. E in effetti segni ce n’erano pochi; con le orecchie non ne parliamo, è davvero troppo presto per sentirlo con le orecchie, mi dicevo, ma col naso, e con gli occhi, sarebbe tempo, ormai.

Oggi invece ero distratta e non ci pensavo per niente, stavo guidando verso un appuntamento con un amico che mi accoglie sempre con un sorriso;  ho girato lo sguardo e l’ho visto e sono sicura che era lui. Col naso non si sente ancora, ma per quello serve solo la prima pioggia, ché lui ormai è qui.

(L’autunno)

vere divagazioni (scrivo, non muoio, ma non sono io)

Io non lo so davvero, come faccia: prende in mano uno strumento ed è come se l’avesse sempre conosciuto. Oggi ha chiesto:” Posso suonare la chitarra?” “Sì”, ho risposto io. Non si sapeva nemmeno come accordarla, una chitarra, mai stata capace di suonare niente, io; abbiamo dovuto chiedere a google: accordare chitarra. Cose che se non ci pensi non te le puoi nemmeno immaginare, ma c’è un sito per accordare la chitarra: ti fa sentire la nota e tu la copi e la incolli sulla tua corda. Praticamente così: altro che diapason. Io ho pensato che avrebbe preso la chitarra per far finta, invece è lì che suona e suona davvero, cosa non si sa. Musica che non viene dalla memoria ma dalla pancia, la sua. Allora mi è venuto in mente che ogni tanto lo rimprovero, gli dico ma com’è che non cogli il gusto della scrittura, non ti vien voglia di cercare le parole, di inventare la tua lingua? E poi invece capisco, che le sue parole non son fatte di alfabeto, e che la sua lingua è suono. Io e lui non siamo uguali, mi dico. Invece siamo uguali, eccome, solo che ognuno ha il suo modo di perdersi nelle cose. 

Ecco che ha smesso con la chitarra, chissà se si è stancato di una cosa che non sa fare bene come vorrebbe, se gli è venuta voglia di pianoforte o di violoncello, che quelli li sa suonare meglio. Mi viene in mente quando, piccolino, inventava canzoni sul rumore della lavapiatti, in cucina; o quando è arrivato tutto contento a farci sentire che aveva imparato a suonare il pettine. Cosa suoni? Il pettine. Non si è mai sentito. Eppure, lui, è capace. Con la naturalezza di quello che ha capito il segreto del cosmo, e cioè che qualunque cosa è musica.

write or die, provato con angoscia

nostalgia preventiva

Me lo devo ricordare, questo piccolo gomitolo di gioia, io e il mio amore come i fidanzati, accoccolati sul divano a spartire momenti di intimità calda e condivisa. Soli e felici di esserlo, me lo devo ricordare perché non lo so, per quanto ancora si potrà essere noi in questo modo: noi io e te, che quando eravamo una persona sola mi sembra allo stesso tempo un secolo e un attimo fa. Non so quanto tempo ci resta perché tra te bambino e te uomo c’è di mezzo un battito di ciglia.

feeling good

Qualche giorno fa ho ricevuto da un amico una mail di 50 parole, compresi i saluti. Uno dice, in una mail di 50 parole non ci sarà scritto quasi niente; invece ci sono persone che sono abituate a comunicazioni scarne, e che in 50 parole ci fanno stare un sacco di cose, se vogliono.
C’era scritto, nella mail: “Con mia moglie ultimamente si sta un gran bene”. Io ho pensato che in questa frase ci fosse tutto un mondo, di sollievo, di rilassatezza, di confortevole appagamento; e che questo fosse tanto più apprezzabile in quanto scritto da uno che normalmente non si sbrodola in confidenze. Mi sono chiesta, chissà se gliel’ha detto, che si sta così bene, o se per scaramanzia o per paura con lei non ne parla. Ché io, per esempio, quell’errore lì lo faccio sempre, e quando penso che sto bene mi sembra che si debba capire da fuori, e invece no.

Poi ieri, che coincidenza, un altro uomo (il mio) mi ha detto all’incirca le stesse cose, e parlava di me. E ho riconosciuto il sollievo, la rilassatezza e l’appagamento e mi è sembrato bellissimo, sentirmelo dire. Io, poi, forse sono stata zitta perché mi son tuffata dentro a un bacio. Faccio sempre lo stesso errore, ma secondo me si capiva, che quella era la risposta.

Feeling good

il confine del mondo

Cento metri, scarsi, sono quelli che fanno la differenza. Tra un bambino che deve essere accompagnato davanti alla porta di scuola e quello che vuole mostrarsi grande e indipendente e autonomo. Poco importa se uscito da scuola dovrà tornare a casa a piedi da solo, arrivare alla fermata dell’autobus o, appunto, percorrere cento metri scarsi per aspettare la mamma all’ angolo. L’ angolo, a cento metri, è il confine del mondo.

Lorenzo lo guardo dallo specchietto, quando gira l’angolo. Fiero; seguito a vista dalle maestre, ne sono certa; spesso accompagnato da mamme altrui, spaventate da tanta libertà. La cartella gialla, il suo colore, lo annuncia come uno squillo di tromba, quando arriva.
E mi vien da sorridergli, per forza, quando sale in macchina con l’aria felice di chi ha compiuto una grande impresa.

€ 2,39 (mi par di ricordare)

Se sei piemontese e quando eri piccolo tua nonna ti ha cresciuto a pane e crema gianduja fatta con le nocciole raccolte dietro casa, adesso forse puoi anche smettere di leggere.
Io voglio parlare di una cosa che non ha nulla a che vedere con il cioccolato spalmoso fatto in casa, e nemmeno con le prelibatezze di nicchia dal costo esorbitante che compri nelle migliori pasticcerie del regno. Questo qua è un posto modesto, buono per la delizia da grande distribuzione, roba che chiunque possa trovare al supermercato sotto casa. E oggi è tempo di pubblicità spudorata. Gratuita. Perché mi va. Perché non vedo perché no. In ogni caso l’argomento è quello: le nocciole e il cioccolato.

Chiunque abbia un cuore e le papille gustative inclini all’apprezzamento dei sapori dolci avrà prima o poi, nella vita, in un momento di tristezza, di solitudine o di sindrome premestruale, cercato il conforto di un cucchiaino di Nutella. E ok, la Nutella va bene, aiuta.
Ma secondo me il giorno in cui scopri la crema Novi è come quando cominci a non sentirti più un bambino. Vuoi ancora le carezze, ma cerchi quelle della morosa: la mamma la saluti con un sorriso e ti lasci sfiorare da un bacio ogni tanto, ma le sue coccole non le cerchi più. La crema Novi è per quando cambia qualcosa nel tuo orizzonte, per quando sei pronto a capire che la dolcezza, da sola, non basta: ci vuole equilibrio.
Il bicchierino di crema Novi vale la pena di aprirlo quando te lo puoi permettere. Quando sei sicuro di poter affondare il cucchiaino spogliandoti di tutti i tuoi sensi di colpa, e raccogliere il cioccolato con la lingua e farlo rotolare sul palato respirando con il naso per sentire il profumo della nocciola che abbraccia il cioccolato.
Il bicchierino di crema Novi è piccolo: troppo. Io penso che lo facciano apposta, piccolo: perché così, in certi momenti, puoi anche mangiartelo tutto, in silenzio, quando te lo puoi permettere ed è stata una giornata molto dura; o quando vuoi godere molto, e basta.

all’istante

A me è successo più di una volta, e intendo fuori da qui, da questo mondo di felicemente disadattati, blogger e socialcazzari; mi è successo più di una volta di trovare persone a cui sentirmi legata all’istante.
Solo che in genere, fuori di qui, sono soprattutto i gesti, mai le parole, che rivelano un’affinità emotiva. Invece nel mondo dei felicemente disadattati le parole, e solo quelle, scorrono a fiumi: troppo spesso rapide, senza misura, poco pensate. Bisogna imparare a farsi strada, capire gli umori e le timidezze e distinguere: tra logorroici, poeti, esibizionisti, eremiti, finti tonti e tonti per davvero; lentamente affezionarsi alle persone  giuste. Ma senza gesti, senza sguardi, un legame di sole parole ti chiedi come sia veramente possibile.

E quando arrivano anche i gesti e gli sguardi realizzi che certe persone le cose importanti le conservano dentro agli occhi, per regalartele il giorno del primo abbraccio.

a gambe levate

Ci sono certi che per via del fatto che sono bravi a scrivere, a inventare bene le storie, o a raccontare bene se stessi, ti immagini che siano anche bravi a vivere.

Invece magari, di vivere, quelli, non son proprio capaci; e spendersi per dei rapporti veri, a quelli, fa un po’ paura: ché dentro la letteratura sembra tutto più semplice, e se una cosa non va come vorresti basta cambiare la storia e far succedere quello che desideri. Nella vita non è mica così, e tocca prendere quello che càpita. Tocca rischiare, qualche volta.

Allora c’è da sperare di non essere così bravi, a scrivere, ma di riuscire a vivere come si deve, anche a costo di rimetterci, ogni tanto, un pezzettino di cuore. Ché vedere uno che scappa a gambe levate fa riflettere.

 

Kikka I love you*

Per sempre nel mio cuore )*

Te lo ricordi, quel giorno lì, quando i tuoi amici ti avevano preso per il culo e ti avevano detto, figurati, se una così viene a darla a te, mezzo sfigato come sei. Tu non avevi detto niente, loro avevano pensato che ci fossi rimasto male, e invece stavi solo cercando di nascondere l’eccitazione e la gioia dopo che lei ti aveva guardato negli occhi e tu avevi visto che non eri, davvero, il mezzo sfigato che tutti credevano. Dicessero quello che volevano, non ti toccava più.
Avevi lasciato gli amici ed eri andato da lei, e l’avevi baciata per tutto il pomeriggio mentre lei ti accarezzava la pelle sottile del polso dove si sentiva battere il cuore.
Era inevitabile, poi, che ti servisse uno spazio grande, per contenere quella gioia, e avevi scelto il muro più nuovo, più candido, più visibile. Avevi aspettato il buio e lasciato le parole in grande, che le vedesse lei e che le vedessero tutti, in paese. Che si sapesse che lei era tua e che sarebbe stato così per sempre. Per sempre.

Poi, un giorno, non era stato più per sempre e quelle parole avevano cominciato a pesare, e quella scritta era diventata troppo grande, troppo vistosa, troppo indelebile, e avevi cominciato a cambiare strada, per non passarci più davanti e per non doverci pensare, che lei non era più tua e  il ricordo di quei pomeriggi e di quei baci ti grattava il cuore come una raspa.

Allora ieri hai aspettato il buio, di nuovo, e quelle parole che erano tue le hai violentate, con rabbia e colore, per non vederle più. E invece, sotto, vedi: ci sono ancora.

* (io leggo le scritte sui muri)