a fin di bene (il mio)

Oggi ho fatto una cosa assurda che va contro i principi che mi sono più cari ma lo giuro, Vostro Onore, è stato a fin di bene: me le concede le attenuanti, vero?

Prima avevo fatto la torta per il compleanno di Lorenzo (auguri Lolli!) – una bella, e spero buona, torta di cioccolato e lamponi – e poi al supermercato mi son vista questa scena (immaginavo, certo, ma io immagino fin troppo bene) di un manipolo di sedicenni nella mia cucina che per guarnire la torta montavano la panna e mi inzaccheravano il muro fino al soffitto.

Insomma, ho comprato la panna spray, ma giuro che non accadrà mai più

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nonna papera de noantri

Quando ero piccola non volevo fare la parrucchiera (la ballerina forse sì, prima di rendermi conto che sono negata. Peccato per il tutù); adesso che sono grande non volevo fare la foodblogger che è un mestiere in cui ti tocca:

1. preparare dei piatti, che ti sei inventato o hai copiato molto bene in modo che sembrino tuoi, e ricordarti la ricetta per scriverla sul blog
2. impiattarli in modo artistico e appetitoso
3. fotografarli su un tavolo pulito e ordinato con delle tovaglie ricamate o tovaglioli di lino e degli accessori (piatti, bicchieri, posate) ogni volta diversi ma sempre perfetti

Siccome io non so ricordarmi una ricetta che sia una, figuriamoci quando me la sto inventando, ho scarsissimo interesse per gli impiattamenti (lo so, è un problema mio) e non so fotografare, oltre a non possedere ottomila piatti diversi e settordici servizi di posate e bicchieri, ho pensato che il mio rapporto con la cucina avrebbe dovuto limitarsi al mio abituale spignattamento quotidiano o al massimo quello delle feste, in cui ci si applica con più impegno per elaborare qualche piatto meno banale da propinare ad amici e parenti.

La cosa essenziale è che io non sia costretta a seguire pedissequamente una ricetta: non per il principio, ci mancherebbe, è proprio che non sono capace.
Per esempio, se devo fare una torta di mele, dopo averne lette alcune decine per ispirarmi, prendo gli ingredienti canonici e li mescolo un po’ a casaccio seguendo un criterio tutto mio con quelle che nella mia testa sono delle proporzioni plausibili. Il numero delle uova dipende da quelle che ho in frigo, se ne ho tante ne metto tre o quattro, se ne ho poche due oppure una; quando sono presa molto male perché uova non ne ho, ma ormai ho deciso che la torta s’ha da fare, preparo la tatin, anche se per la verità nell’impasto della tatin un uovo ci andrebbe.
Tutto questo conferma la regola universale per cui nelle torte di mele ci puoi mettere quello che vuoi in proporzione variabile ché tanto vengono sempre buone: sembra impossibile ma se hai poco burro, poche uova, poco zucchero o poca farina basta abbondare con le mele.

Se hai poco di tutto fai un muffin, che però finisce subito.

scusa, Zuccazoe

Mettiamola così: per indole ho la tendenza a interrompere le catene. Adesso mi chiedono di fare questo gioco del Liebster award e io non ho proprio più l’età per i giochi nei blog, oltre al fatto che cercare di diffondere le quattro scemenze che scrivo sempre più di rado mi imbarazzerebbe assai

epperò

1. vorrei ringraziare lo stesso per il pensiero

2. rispondere alle domande è cortesia:

Credi nell’istinto? Nel mio, pochissimo: sbaglio sempre
Sai parlare in pubblico? No, mi fa più o meno l’effetto di un patibolo ma un po’ peggio perché poi non muori e devi anche ricordarti la vergogna
Cosa pensi della omosessualità? Che è una possibilità come un’altra
Chi ti ha sconvolto? Sembro sconvolta?
Ti tufferesti in un cenote? Non so cosa sia un cenote: devo googlare?
In media quante ore dormi per notte? Molte, mai abbastanza
Che profumo usi? Nessuno, ho il naso ipersensibile
Ti piace assaggiare pietanze sconosciute? Sempre, ma il lampredotto non mi è piaciuto
Qual é il rumore che ti evoca ricordi? La pioggia sulla tenda
Per un aumento accetteresti un collega con l’alitosi? Non ho un lavoro che preveda colleghi ma tengo per precauzione un vasetto di cardamomo in dispensa
Fai la carità? Poco e male

che poi io volevo solo bere un caffè

Sono da tempo immemore allergica alla Nestlé, ormai ci ho fatto il callo e l’idea di comprare un prodotto di questa marca (come anche di una qualunque marca affiliata, o come si dice) non mi sfiora nemmeno. Mi è capitato in qualche occasione di bere il caffè di George Clooney quando me l’hanno offerto e confesso che l’ho trovato buono, anche se la cosa non ha scalfito la mia convinzione, tant’è che negli ultimi anni la mia famiglia ha stoicamente resistito all’acquisto della macchinetta diabolica con le monodosi multigusto, e del resto la vecchia caffettiera Bialetti funzionava (e funziona) ancora perfettamente.
Poi, un giorno, alla Coop, ecco l’offerta per la macchinetta diabolica con monodosi multigusto di marca Coop in offerta. Il cedimento è stato piuttosto repentino, infatti senza pensarci troppo ci siamo ritrovati con questo attrezzo – piccolo, discreto, funzionale – in cucina, con il suo corredo di capsule in vario assortimento di miscele e sapori.
Le capsule sono carine, colorate, invoglianti. Ogni miscela ha il nome di un pittore – bella idea, vero? Vuoi mettere con quegli insulsi neologismi pseudoevocativi (Volluto, Livanto, Fortissio) del caffè di George? – e però ci son dei problemi: con che criterio hanno accoppiato i colori delle capsule ai pittori? Perché Tiziano è turchese? Tintoretto verde? Giotto rosso? Capisci subito che non sono azzeccati, i colori. Peccato.
Poi uno si fa delle storie in testa, pensa che di sicuro il suo caffè preferito avrà di sicuro il nome di un pittore che gli piace tantissimo, io per esempio volevo Caravaggio – che per inciso è viola, da non credere – e invece alla fine mi bevo quasi sempre Guercino, che non è mai stato il mio pittore preferito e che comunque non può essere d’argento. Fortuna che Raffaello non è malaccio e l’oro alla fine quasi, quasi gli dona.

le cose che so fare. Esercizio di stile copiato dalla Mich

So fare male tantissime cose e poche altre perfettamente.
So fare lo strudel: ho imparato da poco ma mi viene da dio e non perdo occasione per esercitarmi perché lo strudel non fa troppo male alla dieta e fa benissimo all’anima.
So cucire i libri: su corde, su fettuccia, su nervi in pelle allumata e su linguette fesse. Anche su altre cose, volendo: un giorno vorrei provare coi fili del bucato.
So pensare: passo molto tempo da sola e la solitudine, per il pensiero, aiuta. Raccontare il pensiero, a voce quasi mai; a scriverlo mi viene più facile anche se non sempre bene come vorrei.
Ho un’abilità particolare nel perdere il mio tempo senza annoiarmi mai.
So toccare. Me l’ha detto Zu e io sono d’accordo anche se lui si riferiva agli oggetti, io agli umani. Mio marito però è (molto) più bravo di me.
Ho un’abilità del tutto involontaria che porta le persone a raccontarmi le cose senza che io formuli alcuna domanda, e questa è una cosa che non mi dispiace perché non so fare la ficcanaso ma mi piacciono le confidenze.
Sono brava a mettere insieme nella mia testa sapori differenti ma non ho la costanza di applicarmici abbastanza da farne un’arte. Può capitare comunque che ne escano accostamenti gradevoli.
Sono capace di ricordarmi il profumo di certe persone (poche) e di riconoscere quello di molte altre. È una dote quasi inutile ma ci sono affezionata.
So farmi molto piccola, ancora più di quel che sono, ma non ho mai imparato a rendermi del tutto invisibile, cosa che invece ho spesso desiderato.
Credo di saper mettere la gente a proprio agio a casa mia e anche se questo non è del tutto merito mio lo scrivo lo stesso, perché non esserne capace è sempre stata una delle mie più grandi paure.

(L’esercizio originario qui)

come quando ti togli il vestito appariscente e ti rimetti il maglione vecchiotto ma comodo

Lo so lo so, adesso funziona che vieni qua perché hai visto che c’è un post nuovo e non ti ritrovi, ti pare che non te lo ricordavi così questo blog, oppure se è un po’ che mi conosci mi riconosci subito, invece, anche se con questa mise non mi avevi mai vista.
Perché quella sgargiante pappagallata che era questo posto negli ultimi mesi, te lo devo proprio dire, non ero io. Cioè ero io ma lievemente fuori dai miei binari, quelli di blu e di grigi, di carta e di lana, insomma: ero io che mi dipingevo di un profumo che in verità non ho, ecco.

Adesso mi dispiace perché forse ti deludo ma così mi sento meglio, magari mi viene perfino voglia di scriverci dentro. Spero che apprezzi comunque l’azzurritudine che sa un po’ di cameretta tiepida di neonato, di primavera. Ma anche di ghiacciaio dal di dentro, volendo: se sei stato dentro un ghiacciaio te lo ricordi di sicuro.
Un colore per tutte le temperature, insomma. Se ti pare che ci voglia un po’ più di scuro, di grigio, di caldo, dammi un consiglio che può essere che lo segua. Ma può anche darsi di no.

Alla fine mi metto sempre quello con cui sto comoda e non quello con cui sto bene. Sono sempre la solita cialtrona.

gente famosa per la sua proverbiale forza di volontà

Ieri ho fatto una specie di voto per cui per tutta la mattina mi son ripetuta che avrei mangiato solo frutta e verdura. Prima di andare in palestra infatti ho sbocconcellato con voluttà (la voluttà indotta dalla convinzione) una banana e mi sono sentita bene, in forma e con la giusta dose di energia per affrontare l’ora di ginnastica. Uscita dalla palestra tutta fiera del mio proposito sono tornata a casa con l’idea di farmi una terrina di insalata e carote, al limite due ceci che tecnicamente non sono una verdura ma per praticità d’intenti avrei senz’altro considerato tali.

Sul tavolo della cucina (ero sola in casa) ho trovato un sacchetto di pane fresco e un biglietto: “Fatti un panino con l’Asiago e il San Daniele”.

Quindi poi mi son mangiata anche un dolcetto con il caffè.

altre vite/2

Probabilmente tondeggiante ma non rotondo, appena ruvido al tatto, liscio alla vista ma non lucido; non spigoloso, non scuro, non rosa: e invece di un grigio convinto, che a guardare da vicino si vede che sfuma e che brilla, anche, un po’.  Sicuramente non una pomice, ché io galleggio se voglio ma di mio affonderei.

Non chiedetemi l’origine perché sono andata a settembre in scienze l’anno in cui si studiavano le rocce.