resoconto di una vacanza

Ascolto donne, felicemente sovrappeso sotto un’ombrellone, scambiarsi chiacchiere che odorano di menta e basilico e fare programmi per Natale e Capodanno. Un altro giorno, al mare, una ragazza dorme con la testa appoggiata a una piccola pila di libri; un signore, invece, pisola beato sulla sdraio, un volumetto in lettura abbandonato sul petto: forse gli ha regalato un tatuaggio rettangolare.

Sto con persone a cui sorridere, amici nuovi e anche no. Bello non sentirsi in dovere di partecipare alle conversazioni, e immergersi senza sensi di colpa in parole di carta; non essere indispensabile e però nemmeno superflua.

Poi ci son posti che vien voglia di visitare andando dove ti portano gli occhi, senza mappa, senza programmi; sperando, quasi, di sbagliare strada e avere così l’opportunità di uno scorcio inatteso. Il mare di tutti i colori; le città di pietra chiara; una campagna aspra ma generosa.

Acqua salata, e poi dolce; e calda e fredda; e la doccia all’aperto che la sera ti rende tutto il calore del sole. E mandorle bagnate, a togliere il salato dalle labbra, il pomeriggio. E chilometri di strada a riempirsi il cuore di ulivi, sotto il sole, guidati da un navigatore che predilige strade secondarie; e chilometri di strada a riempirsi gli occhi di buio, in compagnia di una mezza luna su quegli ulivi, indovinando sagome incollate sopra un telo di notte. E poi ancora ulivi e oleandri e limoni e tamerici ed eucalipi e mandorli, che viene voglia di stare zitti.

Annunci

il confronto che convince

Mi trovo nella sala d’aspetto di un ambulatorio medico e, come si fa di solito mentre si aspetta, mi guardo intorno per cercare qualcosa da leggere. C’è una pila di riviste che non riconosco; ne prendo una. Le riviste negli studi medici sono diverse da quelle dei parrucchieri, per dire. Più serie, meno pettegole. In genere.

Questa rivista qua, che ho in mano, prima di tutto la studio per capire che roba sia. Capisco che non la riconosco perché è l’inserto settimanale di un quotidiano che non ci penso neanche lontanamente né di leggerlo né di comprarlo né di aspettarne con ansia l’inserto. Il quotidiano è Il Giornale, l’inserto si chiama Tempi.

Mi dico che sono fortunata ad avere l’opportunità di scoprire qualcosa su una rivista di cui ignoravo anche l’esistenza e – badate bene – mi accingo a leggerla con animo scevro di qualunque preconcetto.

Vi risparmio le mie considerazioni sugli argomenti trattati nella umoristica rivista.

Vi risparmio le mie considerazioni sullo spessore giornalistico della simpatica rivista.

Vi risparmio le mie considerazioni sulla qualità della scrittura che ho potuto riscontrare nella divertente rivista.

Vi dico solo che ho rimpianto il numero di Vip che ho intravisto ieri in autogrill in cui si svelava con splendide foto pseudoautentiche l’abitudine di Paris Hilton di girare senza biancheria intima.

PS: per la cronaca, l’altra rivista che non riconoscevo era quella di comunione e liberazione, che non mi ricordo che titolo abbia perché non avevo mai letto nemmeno quella, ma che nel suo genere poteva anche essere accettabile, in confronto.

tentativo balengo di critica letteraria

Alberto Ragni l’ho conosciuto attraverso il suo blog, dove scrive brevi pezzi incantevoli che parlano di cose inventate, di cose vere, di cose vere che sembrano inventate e di cose inventate che potrebbero essere vere.

Alberto però non è un blogger prestato alla letteratura, e invece sicuramente uno scrittore prestato al blog, che infatti dice di considerare un’esperienza di passaggio. Un passaggio che gli estimatori sperano sia il più lungo possibile, visto che le 30 parole, la vita di MP, i piccoli dialoghi maestro-bambini sono schizzi che uno si appenderebbe in camera da letto come mosaico policromo in divenire.

Ma noi siamo qui per parlare di libro, non di blog.

Il titolo del terzo romanzo di Alberto Ragni è “Cera per le sirene” e prima di leggerlo, il romanzo, ti immagini esseri mitologici con code di pesce e navigatori con le orecchie tappate. Invece no: dalla prima pagina ti accorgi che di ben altre sirene si tratta e che non è a Itaca che ti porterà questo viaggio, ma in un paese molto più vicino e anche, però, del tutto ignoto.

A me che non so (e forse non vorrei) raccontare un romanzo, questo fa venire in mente un libro pop-up, di quelli che piacciono ai bambini perché, aprendosi, fanno sbocciare paesaggi in prospettiva e figure tridimensionali. E infatti “Cera per le sirene” apre la finestra su un microcosmo che in un momento prende vita; anche, io credo, per via dei dialoghi scarni, tutt’altro che letterari, e dei personaggi che hanno un che non di banale ma di quotidiano che te li rende subito familiari.

Corrado, narratore e protagonista, del tutto privo di capacità strategiche nel gioco delle carte quanto nella vita, ti accompagna attraverso un mondo in transito con la leggerezza di chi, a dispetto degli eventi apparentemente infausti, si aspetta altro dal futuro. E i colleghi, la famiglia, i vicini, la casa tu li conosci per mezzo del suo sguardo: più osservatore che partecipe. In attesa, diresti.

Quando ho aperto il libro pop-up ho visto questa storia qui. Una storia che poteva essere solo amara e invece culmina in una specie di festa tra il conviviale e il funebre in atmosfera da archeologia industriale; e in una piccola ripicca liberatoria che non è un lieto fine ma somiglia a un esorcismo contro la rassegnazione.

Il link al blog di Alberto Ragni lo trovate qui di lato (trabucco); il libro, se siete fortunati, in libreria.