sacrifici materni

Ero lì e giuro, non volevo. Però mio figlio, poveretto, era in camera che soffriva con la matematica e ho io avuto un afflato di amore materno e gli ho detto: “Amore lo vuoi un pancake per merenda, magari con la crema cioccolatosa sopra?” E lui, con l’aria di uno che intravede un barlume di speranza, proprio: “Magari!” ha detto.
Quindi ho preso uova latte farina eccetera e ho fatto questi pancake un po’ a caso com’è il mio solito, visto che non ho la ricetta. Nella mia testa galleggiava ancora l’afflato d’amore materno per cui dal mio impasto casuale è uscita una pila di pancake che sarebbe bastata (ma anche avanzata) per i miei figli: il matematico senza speranza e l’altro, che per convenzione chiameremo lo storico in erba.

Infatti lo storico in erba non si è fatto pregare due volte ha salutato la merenda improvvisata con aria entusiasta, dopo aver fatto una rampa di scale a tempo di record.

È bello per una madre vedere i propri figli riconoscenti ma è fantastico condividere i momenti di armonia familiare, non si devono deludere i pargoli che si aspettano complicità e vicinanza:  è solo per quello, lo giuro, che ho accettato di mangiare due pancake.

La crema al cioccolato ci stava benissimo.

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8 marzo festa della mutanda

Oggi è l’8 marzo e io festeggio la mia prima settimana di sciopero della lavatrice.

Confesso che è uno sciopero difficilissimo perché si scontra con la mia naturale tendenza al chioccismo, che è quella cosa che ti porta a trattare i tuoi figli come se fossero sempre i tuoi pulcini.

L’idea che la dispensa sia poco fornita, il bucato da stirare, che manchi il pane (orrore!) o che i pulcini tornino da scuola affamati e non ci sia il pranzo pronto nel giro di dieci minuti mi fa soffrire. È più forte di me e non posso farci niente. Questa volta ho deciso, però, di soffrire in silenzio e di pretendere da loro quello che è giusto che loro pretendano da se stessi, e cioè un minimo di autonomia.

I miei figli hanno un cesto della biancheria che straborda costantemente. Alle mie richieste di svuotarlo di tanto in tanto, e di trasferire i panni da lavare in lavanderia hanno risposto, dopo reiterati solleciti, con una sostanziale inerzia.
Fino alla settimana scorsa, superando il senso di frustrazione, mi sono sempre risolta a pensarci da me, a svuotare il cesto secondo un mio criterio, bianchi o colorati a seconda delle giornate, in modo che ci fossero sempre un certo numero di mutande pulite e un paio di jeans a disposizione.
Finché un giorno ho capito che sbagliavo: la femminista che è in me ha avuto un moto di ribellione, non al fatto di dover svolgere un lavoro che dovrebbe toccare ai miei figli, ma all’idea che due uomini educati da me diano per scontato che le incombenze domestiche siano esclusivamente di mia competenza. È giunto finalmente il momento di dare agli uomini la possibilità di essere nostri pari, e la consapevolezza che possono essere completi, indipendenti, liberi.

In realtà nella mia famiglia i maschi, che sono la maggioranza, hanno dei compiti che svolgono abbastanza frequentemente: apparecchiare e sparecchiare la tavola, svuotare la lavastoviglie (un lavoro che non piace a nessuno), occuparsi del conferimento dell’umido e del vetro nei cassonetti appositi. Queste mansioni però spesso vengono svolte dai due giovani come se fossero un favore, una gentilezza, un regalo. Qualche volta bisogna domandare, pungolare, incalzare per ottenere un servizio che dovrebbe essere svolto spontaneamente e per puro senso del dovere e della collaborazione. E quello del bucato è un compito che proprio non ne vogliono sapere di considerare come proprio.
Insomma, al momento la loro autosufficienza è incompleta e la mia battaglia per la parità dei sessi, per quanto dura, deve andare avanti.

Fatto sta che ho redatto delle brevi istruzioni sui programmi della lavatrice: bianchi, colorati e lana. Mi sono imposta di mantenere la calma anche quando la mattina alle 7:27 i ragazzi ciondolano senza calzini o vagano alla ricerca di una felpa.  Non che non abbia la tentazione di andare a controllare lo stato del loro cesto (del resto la loro ultima lavatrice risale a una settimana fa quindi posso immaginare la quantità di roba accumulata) o di buttare con nonchalance quattro cose loro nella lavatrice nostra ma so che devo resistere per il loro bene:  i maschi della mia famiglia hanno il diritto di diventare persone indipendenti, e non sarà la mia natura di chioccia a impedirglielo.

Mi consolo pensando che nessuno è mai morto per una mutanda riciclata dal giorno prima. Almeno, non credo.

cose di poesia, almeno un po’

Se voi entraste nella camera dei miei figli la mattina presto sentireste probabilmente odore di feromoni girovaghi, ascelle puberi ancorché deodorate, felpe portate per un numero di ore al limite della decenza, pigiami compagni di inquietudini notturne; e sareste portati a catalogare tutto questo come puzza di stanza di adolescente.
Io invece, varcando la soglia della camera, mi attardo un momento inebriata  da quello che riconosco come il profumo del mio spropositato amore.

Subito dopo apro la finestra.

del giorno in cui diventai supereroa

Io mica lo sapevo: non me l’avevano detto. Se me l’avessero detto sarei stata anche più tranquilla, invece ero tranquilla normale, emozionata come quando ti devi buttare dal trapezio però sotto hai la rete (anche se non mi sono mai buttata da un trapezio e in quel frangente non avevo la rete, ma l’idea di emozione era quella lì).
Ovviamente era una tranquillità dettata anche dall’incoscienza, oltre che da un’inspiegabile fiducia nella Forza della Natura. Fatto sta che mi sentivo abbastanza padrona della situazione, a dispetto della mancanza di esperienza e tutto il resto.

Poi verso le 17 e qualcosa (credo di avere i geni della snaturatezza perché l’ora esatta non me la ricordo, accidenti all’ascendente che mai riusciremo a calcolare) ho avvertito con chiarezza che Ame-no-Uzume,  Tlazolteotl, Asherah, Heket, Thalna, Rauni, Ilizia, Hina, Cerere, Athtart e tutte le altre divinità della fertilità e del parto e protettrici delle nascite erano con me perché ho acquisito dei superpoteri inequivocabili come se avessi bevuto un sorso di kriptonite omeopatica alla 2000CH e quando è stato il momento di spingere avevo in me la Forza di un Jedi femmina.

Quando ho visto il mio bambino appena nato, poi,  è stato come se una leonessa si fosse impossessata del mio corpo perché ho capito che sarei stata pronta a sbranare chiunque avesse osato avvicinarsi al mio cucciolo con intenzioni minacciose, e penso che questa mia nuova condizione di leonessa si intuisse anche da fuori perché infatti nessuno ha mai osato avvicinarsi con intenzioni minacciose.
Almeno: non negli ultimi 15 anni.

I nomi delle dee ovviamente li ho trovati su wikipedia

dev’esser stato che ho dormito alcuni lustri tipo la Bella Addormentata

Da quando mio figlio ha la morosa mi sono accorta che me lo abbraccio di continuo.
Lui, d’altro canto, si lascia fare. Spesso se le viene a cercare, le carezze. Mi bacia. Ci stringiamo.

Qualche volta gli sento addosso un profumo che non è il suo e invece di essere gelosa mi fa tenerezza, perché quelle volte è sempre lui che viene in cerca di un contatto e mi sembra strano che corra da me  a stofinarsi come un gattino un minuto dopo che ha finito di sbaciucchiarsi con la morosa.

Oggi mentre me lo stropicciavo tutto pensavo che quel corpo solido fatto di muscoli compatti, le spalle larghe, le braccia scolpite, le mani così più grandi delle mie: fino all’altro giorno era neonato.

Cos’è successo nel frattempo? (No non me lo dite, grazie)

cose che a raccontarle non rendono ma secondo me ci si può commuovere

In genere non li guardo, oppure li spio con la coda dell’occhio mentre faccio dell’altro. Non mi piace che si sentano osservati: è bella la naturalezza con cui lo fanno e non mi va di disturbarli nemmeno con lo sguardo. Però so che sono belli da fotografare per poi riguardare la foto nei giorni bui.

Non li guardo però, ovviamente, li ascolto. Sarebbe impossibile non sentirli, del resto, a tre metri da me, o al massimo nella stanza adiacente. Non so mai chi comincia ma quando me ne accorgo sono lì tutti e due, a quattro mani col piano oppure al piano e violoncello, a giocare con la musica. Li invidio, ovvio: io non lo so fare.

Sbagliano, riprovano, si aspettano, si rincorrono, ridono, risbagliano, cambiano pezzo quando uno non viene. Passano da un genere e da un secolo all’altro e io rido dei loro punti d’incontro che a volte son buffi, a volte incomprensibili per me che parlo un’altra lingua.

Mi viene da pensare che non può essere un’adolescenza terribile se lasci che tuo padre sieda al piano con te e fai passare i pomeriggi come fossero minuti; nemmeno se magari il giorno dopo piangi e sbatti le porte convinto che non ti si capisca.

È un bell’essere figlio, è un bellissimo essere padre.

prove tecniche di democrazia/2

Lorenzo da ieri e per le due prossime settimane è capoclasse.
Lo scopro in macchina, con tre ragazzi che chiacchierano e mi raccontano la loro mattina di scuola e il concerto del pomeriggio: le cose che si scoprono dei propri figli scarrozzando i loro amici sono incredibili e io ne approfitto, quando posso. Mentre guido loro parlano senza accorgersi di me, ho notato che funziona così: se li lascio fare per qualche minuto poi posso permettermi di intervenire con qualche domanda senza che si sentano interrogati o spiati.
È così che scopro come funziona la cosa dei capoclasse: ogni due settimane ci sono le elezioni. I candidati vengono votati per alzata di mano e i due che hanno raccolto i consensi maggiori vanno al ballottaggio. Poi il neoeletto nomina il suo vice.

La grande novità è che per la prima volta è stato eletto un maschio: in classe le femmine sono in numero maggiore e si sa che le femmine votano le femmine, il che è un’ingiustizia clamorosa. Ci vorrebbe un’alternanza, dicono (non usano questo termine ma il senso è quello), mi aspetto che tirino fuori da un momento all’altro la questione delle quote azzurre.
È chiaro che prendono molto seriamente queste elezioni. Criticano una bambina che si candida ogni volta senza essere mai eletta e anzi insiste ad autovotarsi quando ormai è ovvio che così facendo disperde il suo voto. Questa cosa della dispersione del voto torna anche quando mi raccontano che per eleggere il maschio hanno dovuto fare delle consultazioni preventive e votare compatti.
La soddisfazione dei tre per questa conquista è evidente dall’entusiasmo con cui la raccontano: ci tengono a specificare che queste sono elezioni democratiche, lasciando intendere che se le femmine avessero vinto per l’ennesima volta loro avrebbero dovuto accettare la sconfitta invece questa volta ce l’hanno fatta perché avevano un candidato forte.

Chiedo a mio figlio come abbia scelto il suo vice. Mi aspetto che abbia preferito un amico, invece mi spiega che ha nominato vice la sua sfidante al ballottaggio.
“Perché se è andata al ballottaggio vuol dire che aveva il sostegno del popolo”, mi dice.

Le prime prove di democrazia qui

vista da questa prospettiva

Quando decidi di riprodurti devi mettere in conto che passerai non una fase ma diverse fasi in cui ti sarà impossibile fare la vita a cui eri abituato. Ti verrà naturale cercare di appropriarti degli spazi necessari come individuo e come coppia ma non sarà mai, per molto tempo, la stessa cosa. Ci saranno di continuo nella tua testa, per prima cosa, quei cosi piccoli che ti somigliano e che ti costringeranno a fare delle scelte, talmente spesso che poi fare delle scelte, numerose volte al giorno, diventerà la tua normalità. Una normalità viva e gioiosa, se l’hai voluta, ma anche faticosa e frustrante, spesso.

Se hai la fortuna di poterti permettere una baby sitter o hai una nonna attiva e disponibile capiterà, come prima, che tu possa uscire in coppia per andare al cinema, a teatro, a cena. Però saranno occasioni meditate, valutate, soppesate, cercando compromessi, accettando rinunce, schivando imprevisti: lontane quindi dall’incosciente spensieratezza di un tempo, quando contavi magari le monete nel salvadanaio per andare al cinema ma eri del tutto padrone del tuo tempo libero.

Ecco: noi (noi gli Splendidi) quest’anno dopo un sacco di tempo ci siamo fatti la tessera per una rassegna al cinema e (quasi) tutte le settimane riusciamo a trovare la (quasi) totale spensieratezza per goderci la libertà di guadarci insieme dei film imperdibili ma anche no, sapendo che i nostri figli sono abbastanza grandi da sopravvivere a casa da soli una sera, e anche di arrangiarsi per mangiare se serve, e magari a voi non sembrerà questa gran cosa, invece per me è una delle (ritrovate) gioie della vita coniugale.

ma si può arrivare preparati?

Mi sono accorta che ultimamente lo tocco spesso. Sovrappensiero, allungo la mano sulla sua gamba quando il semaforo è rosso, sul divano gli accarezzo i piedi, cerco le sue mani di continuo e indugio sui calletti del palmo, sulla pelle spessa delle dita: non ci si può credere, che a tredici anni uno abbia le mani così callose.
Mi rendo conto sempre in ritardo di questi gesti, che lui non rifiuta mai, che anzi ancora riceve con piacere, spingendo la testa verso le mie carezze come un gatto, ricamando questo contatto di baci, desideroso di coccole come un bambino.
Mi sembra di fare la scorta, di questi gesti, per quando verrà il momento di allontanarsi e di lasciare che siano altri (altre) a goderne.

Mi domando se sarà difficile. Mi rispondo che sì.