mica la chiamano rete per niente

Una volta, quando non c’era l’internet, potevi anche vivere in pace. Sereno. Soddisfatto. Non sapevi, allora, quante cose ci fossero da imparare, fuori. Per scovarle, bisognava scartabellare chissà che bibliografie, impegnarsi, fare una ricerca mirata. Probabilmente impazzire per la mancanza di materiale a disposizione. Ma dovevi già sapere che le volevi, quelle informazioni, e il più delle volte vivevi quieto nella tua beatissima ignoranza e continuavi a fare le tue cose, la tua vita, senza sensi di colpa e senza grosse tentazioni. Qualche volta facevi un corso, perché ti interessava molto.

Adesso le tentazioni ti saltano addosso da tutte le parti, mentre cerchi un tutorial per utilizzare al meglio il tuo telaio a pettine liccio te ne escono altri dieci che ti spiegano tecniche di cui non avevi mai sentito neanche parlare e che improvvisamente devi fare tue, ti sembra che la tua vita senza  arazzo a quattro cimose sia una vita sprecata, capisci di non poter andare avanti senza possedere un crochet de Lunéville, sai con certezza che non potrai trovare la tua strada senza momigami. Non si può stare un giorno senza essere aggrediti da una scoperta meravigliosa, e se per disgrazia conosci più di una lingua (con l’inglese, per dire, hai finito di vivere) hai a disposizione un archivio sterminato a cui attingere, nonché gente fanatica in qualunque parte del mondo che non vede l’ora di darti una mano.

La mia vita è un inferno, amici.

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prezioso

Qualche giorno fa ero con un bambino che tenevo per mano: cercavo di evitare che cadesse  saltellando da un gradino all’altro di un muretto, mentre io camminavo vicino a lui sulla strada. Il muretto era più interessante della strada e lui saltava dai gradini, troppo alti per lui, confidando sulla saldezza della mia mano. Io lo pensavo molto concentrato sui salti finché a un certo punto mi ha detto: “Vedrai che capirai, Chiara!”

Lì per lì non ho intuito. Pensavo si trattasse del muretto, e dei salti. Gli ho anche chiesto spiegazioni, ma lui ripeteva la stessa frase, con quell’accento sul mio nome, Chiara, facendomi intendere che si trattasse di un’anticipazione che aveva deciso di accennare appena, per prepararmi a una scoperta, una rivelazione, una meraviglia.

Però quando ho visto, ho capito. E in questi giorni ci ho pensato ancora, a quel gesto generoso e delicato di dire senza dire, per lasciarmi l’aspettativa di un’emozione senza tuttavia rovinarmi la sorpresa. Mi è parso un regalo prezioso.

Quando sapevo scrivere

Oggi, per una ragione banale, mi sono trovata a rileggere un post (anzi due) scritto da me, qualche anno fa. Quando sapevo scrivere.

Come sia possibile che uno disimpari a scrivere io non me lo spiego. Voglio dire, non ho un tumore al cervello (almeno, non credo). Non ho avuto traumi che mi impediscano di farlo, e scrivere a me è sempre piaciuto un sacco. Sono stata una discreta grafomane negli anni dell’adolescenza e un po’ anche dopo, e ho tempestato stalkerato di lettere d’amore e di amicizia più di una persona (che probabilmente non disprezzerà il mio blocco attuale).
Gli “anni del blog” (sapete tutti quello di cui parlo, vero?) sono stati tra i più vivaci della mia vita per quanto riguarda le relazioni, e questo solo grazie alla scrittura, che ho vissuto sempre come la modalità di comunicazione che più si confà al mio modo di essere. Un modo non particolarmente estroverso, lo ammetto. Le parole io le trovo sempre con calma (qualche volta con grave ritardo), e la comunicazione orale non ha pazienza, vuole reazioni rapide, brillanti, sciolte. Io non le ho mai. Una volta incontravo risposte maturate nel silenzio di una pagina bianca (o a righe, o a quadri); addirittura nel ticchettio zoppicante della tastiera del computer. Mi piaceva, tanto. A volte forse ero brava. A rileggerle adesso mi pare che le abbia scritte un altro.

Da quando ho le mani piene – di attrezzi, di lavoro, di materia che mi appartiene – la testa è completamente vuota di parole da dire e del modo di dirle: il pensiero passa per le mani e diventa subito concreta espressione di un’idea. È così lontano dalla consistenza astratta della scrittura, questo modo di esprimere, eppure al tempo stesso timidamente simile alla poesia, che racconta senza spiegare e accenna senza rivelare. Più affine, forse, alla me di oggi, che accetta che non tutto sia palesato.

shall I compare thee to a cup of tea?

Devo ammettere che prima di questa vacanza avrei optato per una tazza di brodo, o di latte e cacao, ma un vero viaggio ti lascia sempre qualcosa di nuovo da portare a casa ed ecco che il mio ricordo dell’estate 2018 è il tè nel giardino di Broughton Castle: un tè con tutti i crismi, una goccia di latte e un piattino di scones con la marmellata e la clotted cream. Ombra e luce, rilassatezza e pace. Indimenticabile.

L’Inghilterra, o meglio questa parte di Inghilterra, è quindi paragonabile a una tazza di tè? Io credo di sì. Certo, è più tiepida, e più verde (ma neanche troppo, dopo un’estate asciutta come questa).
Quello che posso dire è che l’ho trovata rassicurante: è come te l’aspetti, anche meglio di come te l’aspetti, ma senza colpi al cuore. Ha una sorta di eleganza tranquilla, languida, pacificante. Non voglio dire che sia prevedibile ma in un certo senso, anche nei momenti in cui ti sorprende, è classica, quieta, controllata, riposante. Bellezza in mancanza di sublime, riempie gli occhi e i passi senza scuoterti. Devo dire che l’ho apprezzato.

Mi ritrovo ad amare la campagna inglese senza essermene mai follemente innamorata, e credo che questo sia il suo pregio: conquistarti senza farti perdere la testa. Come una tazza di tè, che probabilmente non ha l’appeal di una cioccolata calda, ma che puoi concederti senza sensi di colpa perché nei momenti di necessità è certo che ti scalderà lo stomaco e un po’ il cuore, ma senza far danni.

Certo con un biscotto è meglio, come l’Inghilterra col sole.

 

se fosse droga

Nel giardino di Luciana, ho sentito l’elicriso da lontano; ci ho tuffato le mani, e nelle mani il naso. L’elicriso ha un profumo che poi si annida in qualche area speciale del cervello perché te lo porti a spasso tutto il giorno, anche dopo che dalle mani hai dovuto lavarlo via: ogni volta che respiri, è come se lo annusassi di nuovo anche se non c’è. Non occorre spiegare quanto io lo ami, questo odore che non va via, è un po’ come una droga, e se fosse droga io lo vorrei perché un effetto un po’ psicotropo per me ce l’ha: mi fa sentire il mare.

8 marzo e cose da femmine

Oggi, per la Festa della donna Giornata internazionale delle donne, mi sono decisa a fare una cosa da maschi . Più che per il fatto che è considerata una cosa da maschi, non l’avevo mai fatto perché è una roba che , come mio marito sa bene, proprio non mi interessa per niente, però oggi ho capito che era venuto il momento. Insomma, sono andata a lavare la macchina con gli spazzoloni: i maschi godono proprio a lavare la macchina con gli spazzoloni, si vede benissimo, e secondo me sarebbe anche una cosa abbastanza figa se ti lasciassero rimanere dentro, mentre lo fai. Invece no, non si poteva.
Comunque era facilissimo: bastava leggere le istruzioni, una cosa in cui le femmine sono bravissime – secondo me anche un po’ più dei maschi – poi posizionare la macchina nel punto giusto (c’era un semaforo, impossibile sbagliare), chiudere gli specchietti e togliere l’antenna (non ci arrivavo, l’ho fatto fare a mio figlio ma solo perché è più alto) e far partire l’ambaradàn.

Quindi da oggi anche questa è diventata una cosa da femmine, come praticamente tutte le altre cose tranne forse fare la pipì in piedi. Anche se devo confessare che quello che mi ha convinta non è stato tanto l’8 marzo quanto il fatto che la macchina fosse veramente  (ma veramente) lurida.

(E fare la pipì in piedi, in casi eccezionali, si può).

sollievo

Una coperta in più quando hai freddo
l’acqua quando hai i piedi sporchi
la pioggia quando la terra è secca
un refolo quando sudi
un pezzetto di cioccolata quando sei a dieta
il mal di testa quando sta passando
la musica dopo il silenzio
un bacio quando lo speravi
l’aria pulita, sempre

Morto

Mi ha detto mio marito che l’eros tra di noi è morto, stecchito. Per sempre. E che l’ho ammazzato io.

È successo perché ho fatto una battuta in uno dei due frangenti in cui l’umorismo è sconveniente – e non era a un funerale. Era una battuta molto divertente e infatti poi abbiamo riso come pazzi per un quarto d’ora – con le lacrime e i singulti e tutto il resto – in quella situazione in cui di solito non si ha l’abitudine di sghignazzare. Eravamo anche già al punto in cui ci si dice che vabbè, ci restano il cinema, la letteratura, i viaggi, tutte cose bellissime da condividere per una coppia per cui la vita sessuale, ormai è chiaro, è solo un ricordo.

Poi per fortuna non era morto morto ma solo tramortito. L’abbiam scampata bella.

chissenefrega

Il mio lavoro (oddio, non è che si possa chiamare proprio lavoro, diciamo la cosa che mi appassiona) in questo momento è questo: prendo dei fogli di una carta che mi piace, la tingo con del materiale vegetale, la taglio a striscioline, la filo a mano con un fuso e poi provo a farci dei tessuti (provo perché non sono ancora brava ma da qualche parte bisogna pure iniziare). Il risultato per me è entusiasmante, non solo dal punto di vista estetico (che pure ha un suo perché) ma soprattutto perché l’idea di destrutturare un materiale di uso molto comune e con quello costruire un manufatto che abbia un aspetto familiare ma inatteso è una specie di magia, e mi piace che la magia avvenga tutta, dall’inizio alla fine – o quasi: la carta non la produco io – nelle mie mani.

Questa cosa mi sembra così ovvia che mostro a tutti i miei campioni e sono convinta che chiunque debba riconoscere l’incantesimo di questi pezzetti di tessuto dai colori tenui e polverosi che sembrano di lino, o di cotone grezzo, o di canapa, e non diresti mai di carta.

Ci resto sempre malissimo quando certi non capiscono. Una persona mi ha consigliato di tagliare a strisce una maglietta, così da fare più in fretta, con un filo più grosso (“Eh?“). Un altro mi ha detto che non ha senso perdere tutto quel tempo per fare una sciarpa che poi tanto uno la perde (“Ah, beh, allora“), e che il lavoro deve essere proporzionato al risultato (qui mi verrebbe da dire che il lavoro è assolutamente parte del risultato, il lavoro è talmente necessario al risultato che non so nemmeno come spiegarlo). Ci resto malissimo, ma solo per un po’ perché poi mi dico Chissenefrega, questa cosa sarebbe bellissima anche se non servisse a niente e a nessuno: il mio filo è sottile come un filo da ricamo perché è così che lo voglio, ci sono dentro tutti i pensieri che ci ho messo mentre lo filavo, in ogni imperfezione porta con sé il ricordo di un momento (non si vede ma io so che c’è), è del colore delle mie giornate, e forse diventerà qualcosa che adesso non so; ma soprattutto è solo mio.

Non ditemi che non ne vale la pena (se lo pensate, tacete).

nel mondo di qua

In paradiso, è una certezza, è sempre stagione di pomodoro e melanzane, i meloni sono tutti dolci, le ciliegie si mangiano senza guardare il verme perché il verme non c’è, e le ultime due si mettono intorno all’orecchio prima di sorridere, o durante. Nell’aria c’è odore di mare e elicriso.
Quindi è estate.

In paradiso quando giri l’angolo ti investe un profumo di olea, quindi è primavera, oppure autunno. Dipende se hai voglia di fragole e panna o di castagne davanti al caminetto.

Se cambi strada forse senti il calicanto, quindi è inverno. Infatti i gatti vengono ad acciambellarsi sulle tue gambe, le giornate pianissimamente si allungano e tu sotto la tua coperta sogni vestiti leggeri e gambe nude, presto.

La cosa migliore del paradiso però è che puoi mangiare la pizza tutti i giorni, se vuoi. Nel mondo di qua, no.