se Proust mi conosceva diventavo la sua Musa

Oggi sono andata dal mio pusher di farina perché volevo chiedergli se aveva le cicerchie. Non le aveva perché dice che le cicerchie una volta ha provato a tenerle, ma poi non gliele chiedeva mai nessuno e ha finito per buttarle via. Peccato.

Il mio pusher di farina ha un negozietto che secondo me esiste da sempre, immutabile nei secoli. E’ uno di quei posti che vorresti che non sparissero mai, ma che sai che un giorno spariranno. Io do sempre per scontato che tutta la cittadinanza sia al corrente dell’esistenza di quel negozio lì, che per me è una specie di monumento, anche se dentro ci son due che uno è affabile mentre l’altro è davvero scontroso; però alla fine gli perdoni la mancanza di savoir faire perché un’altra bottega così non so se ci sia.
Questo negozio sta in una via che conoscono tutti e che si chiama Contrà Chioare, che secondo me è un nome bellissimo per una via.

Oggi quando sono entrata a chiedere le cicerchie mi ha avvolta un profumo di bottega in estinzione che se voi non lo conoscete, quel profumo lì, non potete capire. Per aver la scusa di restarci dentro un po’, anche se le cicerchie non c’erano, ho comprato i semi di sesamo e i pinoli, che non è come al supermercato, che li trovi imbustati e plastificati. Le cose, in questo negozio qua, sono tutte dentro ai sacchettoni di tela oppure nei contenitori di vetro trasparente sui ripiani e tu puoi indovinare cosa c’è dentro dal colore del contenuto oppure leggere le etichette, se hai una buona vista. Qua le cose te le tirano fuori dai barattoloni e le mettono nei sacchettini di carta, come faceva la mia bisnonna con le caramelle, quando andavamo a Bessica nella sua bottega, che aveva lo stesso profumo di bottega in estinzione e infatti un giorno si è estinta.

“Il bambino e la città” (un post che salta di palo in frasca)

Penso che i testi che trattano di psicopedagogia siano molto utili ai genitori che, dopo averli letti, possono tranquillamente fare come gli pare, ma con l’animo più sereno.

Mi è venuta in mente questa cosa qui, oggi, ripensando al titolo di un libro di Françoise Dolto, che io ho letto e poi dimenticato, come al solito, anche se di sicuro leggendolo qualcosa avrò pensato e questo avrà senz’altro contribuito a fare di me la madre che sono.

Il titolo del libro mi è tornato in mente perché oggi Lorenzo doveva fare una cosa che non aveva mai fatto prima. Doveva uscire da scuola da solo e andare a piedi fino a casa di sua zia: in un certo senso doveva appropriarsi della città, una cosa che ai miei tempi era normale – tutti i bambini andavano a scuola, a catechismo, in palestra da soli. I bambini moderni no, non lo fanno più, e per tante ragioni.

Lorenzo era molto fiero di potersi arrangiare. Ha detto che a lui piace gironzolare da solo; credo che lo faccia sentire grande.

Mentre lui usciva da scuola da solo, io, dall’altra parte della città, pensavo a come i bambini per me sono come il pane. Io per fare il pane non riesco a seguire le ricette, e per educare i bambini non sono capace di seguire i manuali. È come se ti dicessero cosa devi fare senza sapere quale materia prima hai a disposizione. Allora io leggo le ricette e i manuali però poi faccio quello che mi dicono le mani e la pancia. La pancia, sì.

PS: Françoise Dolto è quella che ha inventato la Casa Verde e per questo le sarò sempre grata.

PPS: il pane comunque mi viene bene e i bambini… anche, secondo me.

 

 

un post con le parolacce e pure comunista

Vicenza: città industriosa. Siccome c’è la crisi noi ci inventiamo un’idea di pubblica utilità come il Salone del Lusso. “Luxury and Yachts“, si chiama. Perché quelli che erano ricchi lo sono ancora, dicono. Almeno per ora.

A parte il fatto che ci sono poche parole che detesto quanto lusso, e pochissimi mezzi di locomozione che mi indispongono quanto gli yachts, cerco uno stato d’animo neutro per leggere di questa fiera a cui non andrei nemmeno se mi pagassero.

Mettiamoci quindi, serenamente, nei panni di un povero disgraziato che disponga di cinque o sei milioni di euro da investire, o meglio mettere al sicuro, prima di eventuali catastrofi aziendali. Sarà certamente interessato a beni di prima necessità in edizione limitata oppure a oggetti di fine fattura da lasciare, un giorno, ai fortunati eredi. La nostra fiera testé inaugurata fa per lui. Ecco allora per esempio un sarcofago (= cassa da morto) (= tipico esempio di bene da lasciare in eredità) con cinquemila fiori intarsiati che il fortunato potrà aggiudicarsi per la modica cifra di 200.000 euro: una bazzecola.

Mi dirà qualcuno che quel lavoro avrà sfamato le famiglie di quattro fini ebanisti degni dello studiolo di Federico da Montefeltro (vogliamo parlare dei mestieri di una volta? Si sa che stanno scomparendo e non vorrai mica che si perdano le tradizioni, no? Io però i sarcofagi intarsiati me li ricordo al Museo egizio, non esattamente al cimitero di Polegge, quindi non so che tradizione da salvaguardare sia). Che se uno può permettersi una bara da 200.000 euro non si vede perché non debba comprarsela.
Ok. Intanto vorrei tanto conoscere la tariffa oraria del fine ebanista, ché ho ben presente quanto riesce a farsi pagare un artigiano iperspecializzato. Ho il forte sospetto che quello che ci guadagna non sia lui.
Poi sono in pena per il povero milionario. Non vorrei che ci rimanesse male, scoprendo che dopo la sua dipartita non potrà, ahimè, disporre di selezionatissimi vermi con pedigree per tramutare le sue raffinatissime spoglie mortali in pregiatissimo humus. Eccheccazzo, non ci sono più i bei privilegi di una volta!