toccata e fuga ovvero: apologia della sveltina

L’amore, certo, ha bisogno dei suoi tempi. Un’ora, un pomeriggio, per quelli che ce la fanno anche tutta la notte. Per i preliminari, i giochi, le pause, le carezze, il cibo, le parole, l’abbandono, il riposo, qualche volta la fortuna di ricominciare.

Sì.

Però vuoi mettere il gusto di esser pronti per uscire, lavati profumati e vestiti, magari anche come succede spesso appena un po’ in ritardo, aggiustarsi all’ultimo una calza, un calzino, un elastico di mutanda e cogliere nell’altro uno sguardo, l’urgenza del desiderio, e chiedersi se sia il caso e decidere che è il caso per il solo fatto che siamo qui adesso anche se abbiamo un minuto e mezzo prima che ci chiamino per sapere se arriviamo; e dover rispondere Sì, certo: arriviamo, tra un momento solo.

Oppure la bellezza di uscire dai sogni poco prima della sveglia con una mano che accarezza la pelle addormentata e sapere che manca quasi niente al risveglio di tutta la casa ma  aver voglia di lasciarsi andare lo stesso a quel contatto a metà tra il sonno e la veglia, per precipitarsi subito dopo alle incombenze della mattina: aprire le finestre, correre a fare il caffè, chiedendosi se è successo davvero.

Io, signori miei, la sveltina la assolvo.

(Dedicato agli amici di friendfeed)

 

mi ricordo/la vergogna

Mi ricordo che all’asilo una mattina, in cortile, ho preso per mano la maestra, poi ho alzato gli occhi e ho visto che non era la mia maestra ma un’altra e mi sono vergognata.

Mi ricordo che alle elementari facevamo le classi aperte e la Lorena, che non era la mia maestra, mi ha sgridato perché ho disegnato un autoritratto con le mani rovesce.

Mi ricordo che alle elementari facevamo le classi aperte e una volta mi son seduta per terra perché non volevo ballare ma poi mi sono vergognata ancora più che col ballo perché i bambini mi hanno visto le mutande.

Mi ricordo che una volta ho avuto paura di aver cambiato faccia, poi invece avevo ancora la mia, addosso.

Mi ricordo che un giorno mia nonna ha raccontato a qualcuno una cosa su di me, eravamo in camera sua e io avrei voluto sprofondare.

Mi ricordo che un altro giorno mia nonna ha raccontato un’altra cosa su di me, eravamo in bagno e sono arrossita.

Mi ricordo che una volta mi sono martellata un dito e ho fatto finta di niente nonostante il dolore perché mi sentivo scema.

Mi ricordo che in mille occasioni ho avuto pudore dei miei pensieri.

Mi ricordo che in qualche occasione ho avuto poco pudore delle mie parole.

 

 

 

manifesta

Mia mamma ha detto che lei nel ’68 non manifestava perché lavorava e aveva una figlia di pochi mesi (io). Nel ’77 perché lavorava e aveva tre figlie abbastanza piccole (noi).

Ieri però siamo andate insieme a manifestare, sotto braccio. Perché nel frattempo io sono cresciuta  ma il mondo forse è cambiato troppo e forse troppo poco. È stata un po’ come una festa, mi sembra.

del perché la modernità applicata al caffè non ha senso

Le capsule, le cialde, le macchine che lo fanno con la sola imposizione del pensiero diretto o laterale, le caffettiere programmabili, il caffè istantaneo, altro che sicuramente esiste ma che al momento non mi viene in mente: sono il nulla di fronte all’unica vera esperienza sinestetica caffettosa che tocca il suo apice nel momento in cui apri un nuovo pacchetto di polvere di caffè e il profumo te lo senti dentro la pelle, nei bulbi piliferi che si contraggono in un brivido, anche un po’ nel cuoio capelluto e nei polpastrelli.
Poi, il caffè, quando lo bevi, hai già goduto: quasi quasi si potrebbe anche farne a meno.

praticamente, schifosa

Molto recentemente ho scoperto una cosa su di me e cioè che io sto bene quando ho le mani sporche.

Non che abbia mai pensato di essere una che ha la mania della pulizia a tutti i costi e io le unghie perfette non le ho mai avute perché se solo provo a farmele crescere di un millimetro poi mi metto  a fare una cosa per cui me le spezzo per forza. Però non mi ero mai resa conto di quanto lo stato delle mie mani sia lo specchio della mia condizione interiore.

Una cosa che mi sfugge è se io mi metta a fare queste cose sporchevoli quando mi sento bene o se sia proprio la cosa sporchevole in sé che mi porta del benessere, fatto sta che ci sono questi periodi sporchevolissimi in cui mi sento veramente una donna realizzata, una che ha delle mani inguardabili e le unghie multicolori e indelebili sia dentro che fuori.

Adesso che mi sono comprata dei chili di terre, poi, mi sento un po’ come all’asilo quando si aprivano i barattoli di tempera.

dove si scopre che il contrario di un pensiero scomodo è un pensiero scomodo uguale

Ci ho messo qualche giorno per farmi un’opinione e ancora non sono sicura che sia quella definitiva. La cosa è partita da una conversazione tra amici, si parlava dei libri che uno non vorrebbe che esistessero, nella sua casa, nella biblioteca del suo quartiere, magari nel mondo: autobiografie nauseabonde, trattati ideologicamente repellenti, teorie politiche inaccettabili.

Ascoltando il racconto di un’amica bibliotecaria che spiegava la difficoltà di respingere al mittente certi volumi, sulle prime mi son sentita d’accordo all’idea che si tenda a rifiutare il possesso di libri il cui contenuto in qualche modo ci turba: libri ambasciatori di idee che non ci appartengono e che vorremmo anzi allontanare con forza da noi e certamente non divulgare.
Poi però mi sono un po’ ribellata a questo sentimento che non mi piaceva.
La censura, ho pensato, o non deve esistere mai o può esistere in certi casi: il che significa sempre, se è vero che quando c’è uno che ha ragione c’è per forza un altro che ha torto, come dove c’è un cattivo ci dev’essere anche un buono, dove un santo un peccatore, dove un guelfo un ghibellino.
Troppo comodo gridare allo scandalo quando sentiamo proposte aberranti come quella di bruciare i libri di certi autori per le loro idee e dare per scontato che sia sacrosanto eliminarne altri.

Non sono affatto sicura di aver ragione ma penso che nascondere sotto la sabbia le idee che reputiamo sbagliate sia controproducente. Le idee che consideriamo pericolose, offensive, indecorose andrebbero sbeffeggiate, smentite, combattute a suon di dialettica. Sotto la sabbia possono restare intatte, ben conservate, finché a qualcuno non viene in mente di scavare con la paletta.
A lasciarle in piazza esposte al pubblico ludibrio o al sano contradittorio secondo me si consumano più in fretta.