son cose che non ti aspetti

Ieri sera, quando siamo tornati dalla montagna, mi sono resa conto di una cosa strana. La casa non aveva per niente l’odore di casa nostra, ma nemmeno l’odore che hanno le case degli altri. Sapeva, ecco, di vuoto: sembrava di entrare in una casa fantasma. Possibile che siano passati solo cinque giorni e non ci sia più traccia di noi? ho pensato.
In realtà tracce di noi ce n’erano eccome: se non altro, il disordine che avevamo lasciato partendo era intatto. Però mi dispiaceva, questo limbo olfattivo. Allora oggi che siamo tornati tutti qui, animali di varie specie, a riempire lo spazio del nostro profumo, ho messo su due pentole per farla tornare quella di sempre, la casa.
E adesso Riccardo che suona il violoncello sta facendo il resto. Bello.

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delirio dolomitico serale

Esco in pigiama e pantofole, ma imbacuccata con sciarpa berretto e maglione di pile, perché sto bollendo. C’è un momento della sera in cui tutto il sole preso sul viso e tutto il freddo accumulato durante il giorno si fondono in un unico calore.
Allora vado fuori, a prendere aria. Due minuti. Però quei due minuti bastano per sciogliere calore e pensieri. Davanti la scenografia più spettacolare del mondo, alle spalle il buio più buio che puoi pensare, con un silenzio che in certe ore è quasi innaturale: alzo gli occhi e il cielo non è il cielo ma un lenzuolo nero punteggiato di un numero impossibile di stelle. E come faccio a non pensare che qui la pace sembra una cosa vera, a non chiedermi per quale ragione io, noi, abbiamo il privilegio di conoscerla questa pace, per qualche giorno in modo così intenso, così tangibile, così nonsocomedirlo.
E vai a capire perché non può essere sempre così. E vai a capire perché non ovunque.

a volte succede qualcosa di dolce e fatale*

Era il giorno del suo compleanno e G. aspettava, in bilico tra speranza e disillusione, cercando nell’autoironia, di cui era fortunatamente ben dotato, un appiglio per non darla vinta alla tristezza.

Secondo i suoi amici, G. non aveva ragioni apparenti per considerarsi un uomo infelice ma, a ben vedere, per anni aveva patito una vita senza amore.
Con sua moglie aveva sempre diviso con entusiasmo il letto e non molto di più, fino al giorno in cui all’amore si era arreso, ma con la donna sbagliata: quella che in pochi mesi gli era entrata nel cuore senza permesso, approfittando del suo bisogno di spendersi, finalmente, anima e corpo, in una storia.
Nell’attimo in cui l’aveva riconosciuta, aveva avvertito il desiderio e l’urgenza di appartenerle e da quel momento aveva preso a sognare di lei, consumando a fatica i giorni e dilatando le notti nella lunga, lentissima attesa dei loro incontri.
Lei, non lo sappiamo cosa provasse: quei sogni forse non li conosceva, come non sapeva del tormento di lui, infedele ogni notte nel proprio letto coniugale. Ignorava perfino l’inquietudine incontenibile di mani, di pelle, di sesso che lui sperimentava ogni volta che lei si allontanava, distogliendo lo sguardo e la mente da loro due. Perché lei sì: si allontanava, incostante.

Il giorno del suo compleanno G. sperava in un cataclisma che rovesciasse il mondo e invece gli arrivò in regalo un pacco. Dentro il pacco, avvolta da strati di plastica a bolle, c’era la sua vita: per tirarla fuori lui non ebbe da fare altro che prenderla in mano.

* Daniele Silvestri: L’autostrada

 

rivelazioni

Confesso che non ho mai avuto una grande affinità con il Santo patrono dei cioccolatini, quindi sabato ho pensato bene di invitare a cena otto persone (al netto della mia famiglia) per le quali ho allegramente spignattato per gran parte della giornata.

Ho evitato accuratamente di costruire cuori di biscotto e cupidi di cioccolato e invece, tra un pelamento di patate e una grattugiata di formaggio, tra una spennellata d’olio e un rosolamento di cipolla, di tanto in tanto ho buttato un occhio al computer con cui ho giocato un pochino, nelle pause. Il computer ne porta ancora le tracce: entrato in contatto con la pirofila del dolce durante il transito di quest’ultima dal tavolo al forno, ha acquisito un tocco di classe con un baffo appiccicosetto di crumble di pere al cioccolato. Buonissimo.

chiaraTutto questo per spiegare come ho scoperto una verità scomoda ma, ahimè, ineluttabile: nonostante i miei sforzi, fatti specchiandomi sulla porta del forno; sebbene sia stata del tutto obiettiva nel dichiarare un mento abbastanza pronunciato e un naso decisamente importante; benché abbia avuto anche l’onestà di aggiungere due zampette di gallina ai lati degli occhi, il mio avatar è venuto decisamente più carino di me.

una ragazza troppo seria

Leggo su una rivista che la media degli amanti avuti da ogni donna è 13. Tredici.

Ora, a parte il fatto che vorrei sapere come li fanno, ‘sti sondaggi, ché se lo chiedono a una di vent’anni è una cosa, se lo domandano a una di sessanta è un’altra…

A parte questo, dicevo, che poi per me è del tutto irrilevante, perchè che me l’avessero chiesto a venti o a trenta o a quaranta la riposta sarebbe stata sempre la stessa: ma secondo voi mi devo preoccupare, di abbassare così tanto la media?

un post che sembrava triste e invece no

Crepacuore è una parola antica. Chi si sognerebbe di usarla, oggi? Io.

Bisognerebbe avere sempre in mente con chiarezza il momento del più grande dolore della vita, come quello della più grande gioia. Non sono punti fermi, ma servono a prendere le misure, a stabilire il peso delle cose che ci capitano, a dare una collocazione alle emozioni. Anche a sapere, in ogni istante, che se sono capitati giorni in cui sei stato più felice, è anche vero che  ce ne sono stati altri in cui ti sei sentito incredibilmente peggio.

Non si muore di crepacuore. Lo diceva sempre mia nonna e io ci credo. Lo diceva con un tono che mi faceva pensare che volesse dire purtroppo, come se lei lo avesse conosciuto, quel dolore lì, che avrebbe dovuto spezzarle il cuore e invece faceva solo male; come se avesse desiderato morirne per non sentirlo più. A me, bambina, pareva così.
Ci ho ripensato, un 9 febbraio di tanti anni dopo, il giorno in cui quel dolore l’ho sentito anch’io e ho scoperto che era vero: che crepe nel cuore non ne faceva, ché il muscolo ha bisogno di ben altri traumi per strapparsi; che quella sofferenza bisognava tenersela e superarla e masticarla fino a digerirla tutta.

Però, ecco, a differenza  di mia nonna io posso dire, oggi, con convinzione, con sollievo: per fortuna.

because Jellicles can and Jellicles do

un post in gemellaggio

Come io abbia fatto, a vivere trent’anni senza un gatto, non me lo spiego.

Gianfilippo è un gatto da streghe: occhi gialli e magnetici e pelo lustro che ruba la luce e la trasforma in cento sfumature di nero.
Quando la cicogna l’ha depositato nel nostro giardino, talmente piccolo da passare tra le maglie della recinzione, era un gomitolo di pelo lanoso con gli occhi azzurro-neonato e il miagolio forsennato della fame. Non lo riconosceresti, oggi, nel superbo felino che gira per casa.
Qualche volta, la notte, dorme fuori. Dormire forse non è la parola esatta: quando torna, la mattina presto, dalle sue scorribande notturne, non ha l’aria di aver dormito un granché. Fa colazione e poi si acciambella in una stanza in penombra, a smaltire i bagordi.
Quello che adoro del mio gatto è il profumo: torbato, lievemente affumicato, pulito; affondo il naso nel suo pelo ogni volta che posso per godermelo tutto perché è un odore che fa casa, camino, tepore.

Ma il gatto non è domestico: finge di esserlo per farti piacere, ma poi in tutti i modi ci tiene a ribadire la sua appartenenza alla natura. Ti lascia l’illusione di dipendere da te ma in fondo si sa, che non sarà mai tuo.
Ti guarda con la consapevole superiorità di una pantera. Sceglie i suoi spazi a seconda dell’umore, e non si cura troppo degli altri abitanti della casa.
Mangia quando meglio crede.
Uccide con la naturalezza di una fiera.
No, il gatto non è domestico, ma quando decide di lasciarsi andare e si accomoda sulle tue gambe per farsi coccolare ti senti a casa come non mai. E secondo me si sente a casa anche lui.