per tutto il resto c’è il Toradol

L’ospedale è quel posto in cui il dolore, proprio e altrui, riempie il tempo e i silenzi. I silenzi in realtà non sono tantissimi, il tempo invece sì: quando sei malato o reduce da un intervento non hai molto da fare oltre ad aspettare, dormire e fidarti di chi ti cura. Io un po’ del mio tempo l’ho passato a riflettere.

Il dolore secondo alcuni non serve assolutamente a nulla e anzi va eliminato appena arriva o meglio: ancora prima. Per altri invece è una specie di prova di fede o di resistenza o di qualcos’altro e va sopportato in silenzo, o in preghiera, come fosse una benedizione o una medaglia al valore. Io per la verità, fino a ieri, non avrei saputo bene dove collocarmi perché se credo che il dolore non ti santifichi in alcun modo, credo anche che imparare a sopportarlo entro un limite ragionevole sia salutare, se non direttamente per il corpo, almeno per la mente. Lo dico da fifona.

In genere sono una che sopporta malissimo i suoi malanni, però almeno in questa breve parentesi chirurgica ho imparato molto su di me.
Lo ammetto, non ho sofferto un granché: l’anestesia è una delle grandi invenzioni dell’umanità, gli antidolorifici funzionano e le tecniche chirurgiche moderne rendono il tutto il meno pesante possibile. Ciò non toglie che di tanto in tanto nell’ultima settimana qualche dolore si sia fatto sentire.
Quando capita, di solito, le infermiere ti chiedono quanto male hai da zero a dieci e tu ti trovi a tirare fuori il metro. Io ho un metro doppio – come quello delle sarte, che da una parte è giallo e dall’altra è azzurro – da una parte ho il metro del dolore inutile (livello massimo, l’emicrania special edition: per fortuna è rara), dall’altro quello del dolore con uno scopo (livello massimo, il parto: nel mio caso, due volte nella vita). Il livello massimo è uguale ma la percezione, e il ricordo, diversissimi.

A un certo punto mi sono trovata a pensare: “Ma non vorrai mica davvero lamentarti per questo? Una cosa che sta al livello quattro, massimo quattro e mezzo del metro lato giallo? Ricordati dei dolori veri!”
Però questo dialogo di buonsenso tra me e me non funzionava, e allora ho capito che esiste un altro metro ancora: quello del dolore inutile E incomprensibile, che non sai se sia un buono o un cattivo segno, che non sei sicuro che si fermi o che aumenti, che magari non capisci perché ti viene, se non ti hanno spiegato cosa ti è successo e cosa devi aspettarti. Questo dolore qui è il meno sopportabile di tutti e certe volte vorresti essere drogato pesantemente per un mal di pancia con cui normalmente vai a lavorare senza fare storie; poi magari basta una parola che te lo spieghi, da parte del medico o dell’infermiera, e lui torna ad essere quello che è: un male passeggero che puoi permetterti di ascoltare per un po’ prima di decidere se sei in grado di gestirlo o no. Se non sei in grado di gestirlo devi fare in modo che non ti fagociti, e il ricorso alla droga pesante torna una soluzione del tutto ragionevole.

Il dolore inutile infatti, nel momento in cui ce l’hai, è la cosa peggiore che esista, perché ti ruba i pensieri, ti isola dal resto del mondo, ti impedisce di credere che ci sia qualcosa all’infuori di lui. Quando passa, però, lascia una scia di cose anche positive.
A me, per esempio, l’improvvisa consapevolezza del dolore degli altri. La gioia del pensiero di nuovo fluido. La bellezza della pace, mai abbastanza apprezzata quando si sta bene.
In questo senso, credo che un certo controllo sul nostro dolore, ogni tanto, farebbe comodo impararlo, con la certezza che non ci regalerà la vita eterna ma magari un po’ di forza, di fiducia in noi stessi, di empatia e di gratitudine sì.

fenomenologia dello scambio di casa/4: imprevisti

Quando si va in vacanza bisogna sempre scegliersi bene la compagnia. Quando scambi casa tua con quella di un altro, la compagnia la devi scegliere meglio.

Per esempio, dalla mia esperienza posso dire che vale sempre la pena portarsi appresso un ingegnere, o un falegname, o un meccanico. Insomma, un uomo che abbia dimestichezza con il bricolage (mio marito mi perdonerà se non lo annovero nella categoria), perché potrebbero sempre verificarsi degli inconvenienti tipo un buco nel materasso gonfiabile su cui bisogna dormire (Santiago de Compostela) oppure un crollo della struttura del letto Ikea (Boenningheim). Se al buco del materasso si può ovviare con del mastice e un pezzetto di gomma come quello con cui tutti noi bambini degli anni 70 aggiustavamo la bici, per il crollo del letto ci vuole una certa perizia tecnica e dell’abilità manuale consolidata negli anni.

In ogni caso, nel dubbio, se dormite a casa d’altri sdraiatevi con prudenza. Noi, ci portiamo via Luigi.

 

a fin di bene (il mio)

Oggi ho fatto una cosa assurda che va contro i principi che mi sono più cari ma lo giuro, Vostro Onore, è stato a fin di bene: me le concede le attenuanti, vero?

Prima avevo fatto la torta per il compleanno di Lorenzo (auguri Lolli!) – una bella, e spero buona, torta di cioccolato e lamponi – e poi al supermercato mi son vista questa scena (immaginavo, certo, ma io immagino fin troppo bene) di un manipolo di sedicenni nella mia cucina che per guarnire la torta montavano la panna e mi inzaccheravano il muro fino al soffitto.

Insomma, ho comprato la panna spray, ma giuro che non accadrà mai più

comunicazione, questa sconosciuta

La comunicazione tra umani secondo me è un mistero.

Si pensa che sia facile, almeno quando si parla la stessa lingua. Ma la stessa lingua è solo apparentemente la stessa. Il più delle volte hai a che fare con gente che omette quello che vuole dire davvero, oppure lo nasconde in un accesso di logorrea. Io non so se preferisco farmi largo tra valanghe di parole che celano qualche informazione indispensabile, oppure, al contrario, disvelare un senso, che dev’esserci ma non si vede, in qualche sparuta frase essenziale. In entrambe le situazioni, mi trovo in difficoltà: ho sempre il dubbio di fraintendere un significato che non è solo nascosto ma davvero non esiste; ho paura di inventare intenzioni che non sono state mai pensate.

Io, per prima, sono certa di non essere capace di farmi capire a parole. A seconda dei casi, parlo troppo poco oppure troppo. Più temo di non essere chiara, più cerco di spiegarmi, più sfianco il mio interlocutore. Più credo di essermi aperta, con poche limpide parole, più risulto ermetica.
La cosa mi risulta tanto più ardua con le persone che mi stanno vicinissime, e quanto più è alto l’investimento emotivo in una relazione, tanto più divento insicura nei modi. In particolare con i miei figli, credo che le parole siano quasi sempre inutili, e nella maggior parte dei casi fuorvianti. Sbaglio quasi sempre il tono, e quando credo di averlo azzeccato sono loro che lo fraintendono.

Invece tutti gli altri sistemi di comunicazione, che non prevedono l’uso di un linguaggio verbale, funzionano a meraviglia. Una teglia di biscotti,  un abbraccio o una grattatina di schiena sul divano, stranamente, non vengono fraintesi mai.

Forse devo trarre delle conclusioni (no, Matteo, non che devo fare il corso con te. Lo sai che non posso)

incauta

Sono stata incauta. La devo smettere di parlare dei fatti miei sull’internet perché poi capitano delle cose spiacevoli.
Lo dicono tutti: non raccontare mai quando sei a casa da sola perché potrebbero arrivare dei malintenzionati. Non rivelare particolari su dove vivi, sui tuoi figli, sui tuoi orari. Il web è una tela di ragno velenosissimo, se non stai attento.

Qualche settimana fa ho scritto che dovevo tenere i miei uomini lontani dal tagliaerba per evitare che mi rasassero le piantine nuove e credo che loro l’abbiano letto perché infatti sono stati molto distanti.

Oggi il più anziano ha detto:”Bisognerebbe proprio tagliare l’erba: è altissima” allora ho chiesto al piccolo (ma aitante):”Ti va di aiutarmi a tagliare l’erba?” Lui ha alzato un sopracciglio e il lato sinistro del labbro in una smorfia poco promettente.
(Il medio, va da sé, non si è accorto di nulla: studiava)

E insomma, visto l’entusiasmo ho tagliato l’erba da sola.

sacrifici materni

Ero lì e giuro, non volevo. Però mio figlio, poveretto, era in camera che soffriva con la matematica e ho io avuto un afflato di amore materno e gli ho detto: “Amore lo vuoi un pancake per merenda, magari con la crema cioccolatosa sopra?” E lui, con l’aria di uno che intravede un barlume di speranza, proprio: “Magari!” ha detto.
Quindi ho preso uova latte farina eccetera e ho fatto questi pancake un po’ a caso com’è il mio solito, visto che non ho la ricetta. Nella mia testa galleggiava ancora l’afflato d’amore materno per cui dal mio impasto casuale è uscita una pila di pancake che sarebbe bastata (ma anche avanzata) per i miei figli: il matematico senza speranza e l’altro, che per convenzione chiameremo lo storico in erba.

Infatti lo storico in erba non si è fatto pregare due volte ha salutato la merenda improvvisata con aria entusiasta, dopo aver fatto una rampa di scale a tempo di record.

È bello per una madre vedere i propri figli riconoscenti ma è fantastico condividere i momenti di armonia familiare, non si devono deludere i pargoli che si aspettano complicità e vicinanza:  è solo per quello, lo giuro, che ho accettato di mangiare due pancake.

La crema al cioccolato ci stava benissimo.

fossero calzini darei la colpa alla lavatrice

Ho perso i guanti.
Quando io dico che ho perso una cosa intendo che l’ho messa via, in un posto sicuro, così sicuro che poi non la trovo per anni e anni. Mi è già successo mille volte: con un orologio, il certificato elettorale, diverse carte importantissime e in quanto importantissime messe ancora più al sicuro del solito etc.
Ogni volta, nel vano tentativo di imparare dai miei errori, cerco di concentrarmi e ricordare il tipo di ragionamento che può avermi spinta a scegliere un nascondiglio invece di un altro: so che una logica c’è, solo che la ritrovo dopo un secolo, in genere dopo che ho abbandonato ogni speranza e solo grazie all’intervento del destino.

E insomma i guanti ho cominciato a cercarli all’inizio dell’inverno: ho messo a soqquadro la casa, rivoltato gli armadi (con l’occasione ho messo un po’ in ordine e ho buttato via della roba inutilizzata da alcuni lustri) ma niente: sono spariti.
L’inverno è stato più che mite e io ai guanti non ho più pensato fino a oggi, che devo preparare la borsa per andare in montagna. Ho trovato le calze grosse, le bandane da mare, i pantaloni da sci, i costumi da bagno, l’astuccio del cucito da viaggio, gli antibiotici di emergenza, doposci di varie taglie e fogge, palette e secchielli ma guanti nemmeno un paio.

Secondo me non è vero che ogni cosa ha un posto, ne ha almeno mille: se ne avesse uno ci sarebbe un cassetto a forma di mano fatto apposta per i guanti, invece io un cassetto a forma di mano non l’ho mai visto. Se invece c’è, lo voglio.

8 marzo festa della mutanda

Oggi è l’8 marzo e io festeggio la mia prima settimana di sciopero della lavatrice.

Confesso che è uno sciopero difficilissimo perché si scontra con la mia naturale tendenza al chioccismo, che è quella cosa che ti porta a trattare i tuoi figli come se fossero sempre i tuoi pulcini.

L’idea che la dispensa sia poco fornita, il bucato da stirare, che manchi il pane (orrore!) o che i pulcini tornino da scuola affamati e non ci sia il pranzo pronto nel giro di dieci minuti mi fa soffrire. È più forte di me e non posso farci niente. Questa volta ho deciso, però, di soffrire in silenzio e di pretendere da loro quello che è giusto che loro pretendano da se stessi, e cioè un minimo di autonomia.

I miei figli hanno un cesto della biancheria che straborda costantemente. Alle mie richieste di svuotarlo di tanto in tanto, e di trasferire i panni da lavare in lavanderia hanno risposto, dopo reiterati solleciti, con una sostanziale inerzia.
Fino alla settimana scorsa, superando il senso di frustrazione, mi sono sempre risolta a pensarci da me, a svuotare il cesto secondo un mio criterio, bianchi o colorati a seconda delle giornate, in modo che ci fossero sempre un certo numero di mutande pulite e un paio di jeans a disposizione.
Finché un giorno ho capito che sbagliavo: la femminista che è in me ha avuto un moto di ribellione, non al fatto di dover svolgere un lavoro che dovrebbe toccare ai miei figli, ma all’idea che due uomini educati da me diano per scontato che le incombenze domestiche siano esclusivamente di mia competenza. È giunto finalmente il momento di dare agli uomini la possibilità di essere nostri pari, e la consapevolezza che possono essere completi, indipendenti, liberi.

In realtà nella mia famiglia i maschi, che sono la maggioranza, hanno dei compiti che svolgono abbastanza frequentemente: apparecchiare e sparecchiare la tavola, svuotare la lavastoviglie (un lavoro che non piace a nessuno), occuparsi del conferimento dell’umido e del vetro nei cassonetti appositi. Queste mansioni però spesso vengono svolte dai due giovani come se fossero un favore, una gentilezza, un regalo. Qualche volta bisogna domandare, pungolare, incalzare per ottenere un servizio che dovrebbe essere svolto spontaneamente e per puro senso del dovere e della collaborazione. E quello del bucato è un compito che proprio non ne vogliono sapere di considerare come proprio.
Insomma, al momento la loro autosufficienza è incompleta e la mia battaglia per la parità dei sessi, per quanto dura, deve andare avanti.

Fatto sta che ho redatto delle brevi istruzioni sui programmi della lavatrice: bianchi, colorati e lana. Mi sono imposta di mantenere la calma anche quando la mattina alle 7:27 i ragazzi ciondolano senza calzini o vagano alla ricerca di una felpa.  Non che non abbia la tentazione di andare a controllare lo stato del loro cesto (del resto la loro ultima lavatrice risale a una settimana fa quindi posso immaginare la quantità di roba accumulata) o di buttare con nonchalance quattro cose loro nella lavatrice nostra ma so che devo resistere per il loro bene:  i maschi della mia famiglia hanno il diritto di diventare persone indipendenti, e non sarà la mia natura di chioccia a impedirglielo.

Mi consolo pensando che nessuno è mai morto per una mutanda riciclata dal giorno prima. Almeno, non credo.

di troppa vita

Un giorno o l’altro, io lo so, morirò di troppa vita.
Una vita per la verità invisibile ai più: un fermento interiore, un movimento incessante di stimoli emotivi e mentali che a vedermi da fuori non sospettereste. Eppure.

È la ragione per cui la sera mi addormento di schianto, sfinita, anche se magari ho passato la giornata sul divano muovendo solo le dita, e qualche volta nemmeno quelle.
È il motivo per cui di notte sogno avventure e storie, tante, e gli occhi mi si muovono per seguire cose che esistono solo nella mia testa, ma nella mia testa sono tangibili e vere.

Un giorno donerò il mio corpo alla scienza (da viva) e scopriremo che ho l’elettroencefalogramma di un bradipo, ma iperattivo.