sacrifici materni

Ero lì e giuro, non volevo. Però mio figlio, poveretto, era in camera che soffriva con la matematica e ho io avuto un afflato di amore materno e gli ho detto: “Amore lo vuoi un pancake per merenda, magari con la crema cioccolatosa sopra?” E lui, con l’aria di uno che intravede un barlume di speranza, proprio: “Magari!” ha detto.
Quindi ho preso uova latte farina eccetera e ho fatto questi pancake un po’ a caso com’è il mio solito, visto che non ho la ricetta. Nella mia testa galleggiava ancora l’afflato d’amore materno per cui dal mio impasto casuale è uscita una pila di pancake che sarebbe bastata (ma anche avanzata) per i miei figli: il matematico senza speranza e l’altro, che per convenzione chiameremo lo storico in erba.

Infatti lo storico in erba non si è fatto pregare due volte ha salutato la merenda improvvisata con aria entusiasta, dopo aver fatto una rampa di scale a tempo di record.

È bello per una madre vedere i propri figli riconoscenti ma è fantastico condividere i momenti di armonia familiare, non si devono deludere i pargoli che si aspettano complicità e vicinanza:  è solo per quello, lo giuro, che ho accettato di mangiare due pancake.

La crema al cioccolato ci stava benissimo.

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Chiara e il dramma della pipì

Sono abbastanza famosa tra i miei amici e parenti perché sono una di quei rarissimi esemplari di femmina che quando viaggiano riescono a resistere un numero indefinito di ore senza bisogno di fermarsi in autogrill, in una piazzola di sosta, in un bar malfamatissimo, allo scopo di fare la pipì. Sono resistentissima, da sempre e quasi sempre, con pochissime eccezioni: quando bevo molto caffè o molta acqua, una cosa per me quasi impossibile perché bere non rientra (purtroppo) quasi mai nelle mie priorità, e il caffè neanche mi piace.

Ieri però ero in montagna, e in montagna, si sa, c’è questa esperienza quasi mistica della colazione che è parte integrante della vacanza. Io con la colazione non mi risparmio: dolce, salato, marmellate, pani coi semi e senza semi, uova, speck, succhi e caffè, litri di caffè che non ti accorgi di bere presa come sei a ingollare quel ben di dio.

Prima di partire per la passeggiata in mezzo al bosco, certo, una piccola pipì preventiva va fatta sempre: e infatti io non ho tralasciato questo piccolo atto di elementare previdenza, prima di affrontare  le due ore di cammino che ci sarebbero volute per raggiungere un rifugio.

Dopo mezz’ora però il caffè ha cominciato  a fare effetto e io mi son trovata in breve tempo nella situazione tragica della Minzione Non Rimandabile.

Ora dovete sapere che io sono abbastanza pudica, non mi smutando volentieri in pubblico (a meno che non sia una spiaggia naturista) e anche in condizioni estreme cerco sempre un luogo appartato e lontano da sguardi indiscreti per le (rare) necessità della mia vescica. Ieri la situazione non lasciava la possibilità di raggiungere luoghi appartati se non sprofondando per un metro nella neve fresca: anche volendo, poi sarebbe stato impossibile abbassare i pantaloni.

Mio marito, impietosito, si è messo a cercare il luogo adatto: una curva del sentiero, un tratto costeggiato da alberi frondosi che riparassero la vista, abbastanza lontano dal tornante precedente ma sufficientemente vicino al successivo, in modo da essere avvisati in tempo di eventuali gitanti in arrivo. Non so come, in un tempo record sono riuscita a farmi strada tra calzamaglia e pantaloni tecnici con doppia abbottonatura, ad accucciarmi con le chiappe praticamente nella neve e a rivestirmi giusto un minuto prima che arrivassero uno sciatore bello spedito in discesa e uno degli ennesimi gruppi di ciaspolatori in salita. Ma io ormai ero salva e il mio buchetto pisciarolo nella neve a bordo pista era già stato occultato con la maestria degna di un gatto nella sabbiera.

Da questa terribile esperienza, che voglio condividere perché chiunque potrebbe un giorno o l’altro esserne vittima, ho capito una cosa: adesso mi compro il pisciacoso.

fossero calzini darei la colpa alla lavatrice

Ho perso i guanti.
Quando io dico che ho perso una cosa intendo che l’ho messa via, in un posto sicuro, così sicuro che poi non la trovo per anni e anni. Mi è già successo mille volte: con un orologio, il certificato elettorale, diverse carte importantissime e in quanto importantissime messe ancora più al sicuro del solito etc.
Ogni volta, nel vano tentativo di imparare dai miei errori, cerco di concentrarmi e ricordare il tipo di ragionamento che può avermi spinta a scegliere un nascondiglio invece di un altro: so che una logica c’è, solo che la ritrovo dopo un secolo, in genere dopo che ho abbandonato ogni speranza e solo grazie all’intervento del destino.

E insomma i guanti ho cominciato a cercarli all’inizio dell’inverno: ho messo a soqquadro la casa, rivoltato gli armadi (con l’occasione ho messo un po’ in ordine e ho buttato via della roba inutilizzata da alcuni lustri) ma niente: sono spariti.
L’inverno è stato più che mite e io ai guanti non ho più pensato fino a oggi, che devo preparare la borsa per andare in montagna. Ho trovato le calze grosse, le bandane da mare, i pantaloni da sci, i costumi da bagno, l’astuccio del cucito da viaggio, gli antibiotici di emergenza, doposci di varie taglie e fogge, palette e secchielli ma guanti nemmeno un paio.

Secondo me non è vero che ogni cosa ha un posto, ne ha almeno mille: se ne avesse uno ci sarebbe un cassetto a forma di mano fatto apposta per i guanti, invece io un cassetto a forma di mano non l’ho mai visto. Se invece c’è, lo voglio.

8 marzo festa della mutanda

Oggi è l’8 marzo e io festeggio la mia prima settimana di sciopero della lavatrice.

Confesso che è uno sciopero difficilissimo perché si scontra con la mia naturale tendenza al chioccismo, che è quella cosa che ti porta a trattare i tuoi figli come se fossero sempre i tuoi pulcini.

L’idea che la dispensa sia poco fornita, il bucato da stirare, che manchi il pane (orrore!) o che i pulcini tornino da scuola affamati e non ci sia il pranzo pronto nel giro di dieci minuti mi fa soffrire. È più forte di me e non posso farci niente. Questa volta ho deciso, però, di soffrire in silenzio e di pretendere da loro quello che è giusto che loro pretendano da se stessi, e cioè un minimo di autonomia.

I miei figli hanno un cesto della biancheria che straborda costantemente. Alle mie richieste di svuotarlo di tanto in tanto, e di trasferire i panni da lavare in lavanderia hanno risposto, dopo reiterati solleciti, con una sostanziale inerzia.
Fino alla settimana scorsa, superando il senso di frustrazione, mi sono sempre risolta a pensarci da me, a svuotare il cesto secondo un mio criterio, bianchi o colorati a seconda delle giornate, in modo che ci fossero sempre un certo numero di mutande pulite e un paio di jeans a disposizione.
Finché un giorno ho capito che sbagliavo: la femminista che è in me ha avuto un moto di ribellione, non al fatto di dover svolgere un lavoro che dovrebbe toccare ai miei figli, ma all’idea che due uomini educati da me diano per scontato che le incombenze domestiche siano esclusivamente di mia competenza. È giunto finalmente il momento di dare agli uomini la possibilità di essere nostri pari, e la consapevolezza che possono essere completi, indipendenti, liberi.

In realtà nella mia famiglia i maschi, che sono la maggioranza, hanno dei compiti che svolgono abbastanza frequentemente: apparecchiare e sparecchiare la tavola, svuotare la lavastoviglie (un lavoro che non piace a nessuno), occuparsi del conferimento dell’umido e del vetro nei cassonetti appositi. Queste mansioni però spesso vengono svolte dai due giovani come se fossero un favore, una gentilezza, un regalo. Qualche volta bisogna domandare, pungolare, incalzare per ottenere un servizio che dovrebbe essere svolto spontaneamente e per puro senso del dovere e della collaborazione. E quello del bucato è un compito che proprio non ne vogliono sapere di considerare come proprio.
Insomma, al momento la loro autosufficienza è incompleta e la mia battaglia per la parità dei sessi, per quanto dura, deve andare avanti.

Fatto sta che ho redatto delle brevi istruzioni sui programmi della lavatrice: bianchi, colorati e lana. Mi sono imposta di mantenere la calma anche quando la mattina alle 7:27 i ragazzi ciondolano senza calzini o vagano alla ricerca di una felpa.  Non che non abbia la tentazione di andare a controllare lo stato del loro cesto (del resto la loro ultima lavatrice risale a una settimana fa quindi posso immaginare la quantità di roba accumulata) o di buttare con nonchalance quattro cose loro nella lavatrice nostra ma so che devo resistere per il loro bene:  i maschi della mia famiglia hanno il diritto di diventare persone indipendenti, e non sarà la mia natura di chioccia a impedirglielo.

Mi consolo pensando che nessuno è mai morto per una mutanda riciclata dal giorno prima. Almeno, non credo.

di troppa vita

Un giorno o l’altro, io lo so, morirò di troppa vita.
Una vita per la verità invisibile ai più: un fermento interiore, un movimento incessante di stimoli emotivi e mentali che a vedermi da fuori non sospettereste. Eppure.

È la ragione per cui la sera mi addormento di schianto, sfinita, anche se magari ho passato la giornata sul divano muovendo solo le dita, e qualche volta nemmeno quelle.
È il motivo per cui di notte sogno avventure e storie, tante, e gli occhi mi si muovono per seguire cose che esistono solo nella mia testa, ma nella mia testa sono tangibili e vere.

Un giorno donerò il mio corpo alla scienza (da viva) e scopriremo che ho l’elettroencefalogramma di un bradipo, ma iperattivo.