alla fine gli occhi vedono quello che vogliono

Sono stata a vedere la mostra di Hopper, a Palazzo Reale, a Milano, sabato.

Una cosa che mi piace molto è andare al cinema, cominciare un libro, entrare in un museo, senza avere l’idea precisa di quello a cui mi sto avvicinando. Questa volta è stato così: sapevo poco o niente del pittore e avevo in mente qualche dipinto famoso, niente di più.
E’ evidente che i quadri visti in foto non assomigliano a quelli studiati da vicino. Le dimensioni stesse cambiano tutto. La consistenza della pennellata, da una distanza ravvicinata, prende spessore e vitalità. Il colore è finalmente autentico; l’intenzione, palese.
Quindi dovrebbe essere facile scorgere quello che vedono tutti, in questo caso: la luce protagonista, la scelta dei toni, lo studio dei soggetti, i silenzi e i dettagli.

Io mi ritrovo invece, già dalla prima stanza, quella degli autoritratti, a tratti ipnotizzata dai bianchi e dai neri delle incisioni e dei disegni, numerosi: a matita nera, carboncino, grafite; e dai grigi dei dipinti: grigi che vicino ai bianchi paiono neri, grigi che vicino ai neri paiono bianchi. Grigi quasi rosa, quasi azzurri, quasi gialli.

Io sono sicura che quando ripenserò a questo pittore me lo ricorderò come il pittore dei grigi, mi sa che son l’unica al mondo.

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nel dubbio

Metti che non sai se è una giornata in cui mi piacciono le chiacchiere o i silenzi; metti che non capisci se cerco lo svago o la concentrazione.
Metti che l’umore, chissà se è buono o rovescio, magari altalenante, come capita a volte, spesso, sempre no.
Metti che ti chiedi se è un momento da baci, da sesso, da lasciami stare; metti che non sai se aspettarti che stia sveglia o che mi addormenti da un momento all’altro.
Metti che forse ho voglia di compagnia, forse che stiamo soli, non si capisce.
Metti che non lo sai, che da fuori non si vede, che non mi esprimo, che magari non lo so nemmeno io,

 

 

tu, nel dubbio, toccami.

plebea inside

La ragione, non l’unica ma la principale, per cui da grande non avrei mai potuto fare la principessa è la mia capacità pressoché nulla di dare ordini a chicchessia.
Questa mia evidente peculiarità si manifesta in maniera prepotente e definitiva quando mi trovo alle prese con la signora delle pulizie, una santa donna che proprio oggi, dopo un anno di lontananza forzata, è tornata a visitare la mia casa per la gioia mia e di tutta la mia famiglia, che negli ultimi dodici mesi si era arrangiata, tra un bonfonchio dissimulato e una malcelata insofferenza, nelle poche ma indispensabili incombenze domestiche di routine.

Io, dicevo, le abitudini all’altezzoso e distaccato atteggiamento di superiorità nei confronti dei subalterni proprio non son mai riuscita non dico ad acquisirle, ma neanche ad avvicinarmi all’idea; e poco importa che subalterni di fatto lo siano, se non altro per una questione di dipendenza economica.
Io ho il savoir faire di una sguattera, in queste occasioni qua. E invece di chiedere delle prestazioni specifiche (la pulizia dei vetri, il riordino di uno sgabuzzino, il ramazzamento delle foglie morte davanti al cancello), cosa che magari ci si aspetta da me, mi limito a consegnare con aria vergognosa detersivi e spugne, nella speranza che non mi si chieda “Da dove comincio?”

Poi, travolta dal senso di colpa al pensiero che qualcuno debba occuparsi della pulizia degli ambienti che noi abbiamo sporcato, comincio a darmi da fare come una forsennata nel tentativo di rendere il compito meno gravoso alla collaboratrice domestica.

Stamattina, il primo giorno dopo un anno in cui finalmente ho riavuto la signora delle pulizie, confesso che ho sgobbato come una dannata, non sopportando l’idea che qualcuno facesse il lavoro sporco al posto mio.

Poi ho pagato, come si conviene.

e poi scopri che il gatto ti ha mangiato una brioche

Suona la sveglia e tu un altro minuto, magari due. L’ultimo, poi ti alzi. Mi lavo dopo, intanto vai, chiama tuo figlio, prepara la colazione, un occhio aperto e l’altro chiuso, hai fatto tardi ieri sera. Il cielo non c’è, piove, l’aria ha un colore umido; freddo no, umido. Esci, ti bagni un poco perché l’ombrello l’hai dimenticato in macchina. Non c’è traffico il sabato mattina chi vuoi che esca a quest’ora del sabato; la scuola il sabato è una sofferenza ma bisogna.
Non c’è traffico a quest’ora il sabato, siamo in anticipo, ci fermiamo in pasticceria?  Il profumo dello zucchero e del caffè cerca di svegliarti ma tu no, resisti. Due minuti e sei davanti a scuola, ci vediamo dopo, un bacio sulle labbra e sei già di ritorno. Cinque minuti, per strada non c’è nessuno. Non sono neanche le otto, ti spogli, torni a letto, riprendi un sogno interrotto.

via

Certe volte mi perdo i pensieri. La memoria mi tradisce, vorrei poterli tenere in tasca e ritrovarli lì, ma no, impossibile: i pensieri sgusciano fuori dalle tasche come pesciolini, non c’è modo di trattenerli se non mettendoli in parole. Ma le parole certe volte sono gabbie, vasche d’acquario, trappole vischiose. Allora meglio lasciare che sfumino, i pensieri, che da liberi, magari, prima o poi tornano.

attività che fanno rivivere l’adolescente che è in noi (un titolo fuorviante)

Una cosa che mi è sempre piaciuta, lo so che pare impossibile ma è così, è fare la spesa. Quando ero molto giovane e non avevo famiglia – una famiglia mia, intendo – mi davo appuntamento il sabato mattina, di ritorno dalla mia settimana di studio a Firenze, per la spesa grossa con mia madre. Che a vent’anni, ventidue, una passi il sabato mattina a far la spesa con la mamma, lo so, è bizzarro, ma per me quell’appuntamento lì aveva all’incirca la stessa importanza del momento in cui scendevo dal treno e trovavo ad aspettarmi il moroso. Uguale. Il moroso aveva solo una precedenza temporale.
Andavamo al supermercato a sbizzarrirci col carrello, pensando alle cose che avevamo voglia di preparare; io mi facevo coprire di attenzioni gastronomiche, lei sembrava contenta di questa attività domestica condivisa.

Anche oggi che la spesa la faccio per dovere, il più delle volte da sola, in qualche occasione accompagnata da uno dei miei figli, più raramente da entrambi, è un impegno che per me non ha smesso di avere il suo fascino.
Per precauzione scelgo, in genere, un supermercato di dimensioni umane, avendo io già da tempo sviluppato una discreta avversione per gli ipermercati, specie se situati all’interno di quei diabolici luoghi destinati alla follia dell’acquisto di massa che sono i centri commerciali. Il mio supermercato di fiducia è la Coop (la Coop sei tu, direbbero a questo punto i miei figli), che ha il vantaggio di essere ubicata, rispetto a casa mia, a una distanza a prova di surgelato.
Alla Coop, quella dove vado io, secondo me fanno un test agli aspiranti dipendenti, prima di assumerli: li prendono solo se sono sorridenti e gentili, e a me vien voglia di essere sorridente e gentile e questo si ripercuote positivamente sulla mia spesa. Solo a una cassiera si son scordati di fare il test prima dell’assunzione, il che mi porta ad accettare lunghe code alla cassa pur di non capitare con lei: se la conosci la eviti. Ho anche, da tempo, il sospetto che sia uno stratagemma messo in atto dall’astuta cassiera per lavorare di meno.

Il problema, alla Coop, ma anche negli altri supermercati, è che se ho fame, ispirazione e non sono malata o a dieta mi viene voglia di comprare un sacco di cose, scelgo i prodotti che conosco e che mi ispirano, mi faccio venire in mente ricette o le invento lì per lì per giustificare l’acquisto di un ingrediente inconsueto. Mi diverto, insomma.
Ma in giorni come questi, mezzi malati e a dieta e un po’ giù di corda, a me l’unica cosa che viene in mente, intanto che mi preparo per la spedizione al supermercato, è che vorrei fare la crostata di pere ma che forse non dovrei. Mi manca lo spirito giusto, ecco, oggi.

cose belle che uno vorrebbe ricordarsi per sempre

Gli infilo il naso tra il collo e il pigiama, è ancora tutto caldo di sonno e fatica ad aprire gli occhi. Ne approfitto, lo respiro. So che non gli darebbe fastidio, ci è abituato, ma finché è ancora addormentato mi faccio meno scrupoli e lo sveglio piano, con l’aria dal naso che gli solletica la pelle. E’ ora di svegliarsi, gli dico, ancora con la testa sul suo petto. Non mi va di alzarmi da lì. A lui non va di muoversi, ormai si è accorto che lo annuso e forse gli piace.

Ha un profumo che riconoscerei tra mille, tra un milione, tra tutti. Mi ricordo una volta. Vorrei metterlo da parte, questo profumo di te, gli ho detto, per sentirlo quando non ci sei. Lui, bimbo di 5 o 6 anni, lo mettiamo in una boccetta, mi ha risposto, basta che lo respiri col naso e poi lo soffi nella bottiglia. Non so perché quella volta non abbiamo provato.

cose di letto

Io, una cosa che so fare bene, delle pochissime cose che so fare bene, è dormire.
So dormire ovunque e in qualunque momento. Una volta, me lo ricordo, ho dormito sui sassi, e non come si dice di solito, “potrei dormire anche sui sassi”: io ho dormito letteralmente sulla pietra, in una notte di stelle cadenti che non me la scorderò mai più perché di così belle e così tante, stelle cadenti, nella mia vita, non mi è più successo di vederne.

Adesso forse sui sassi non mi riuscirebbe più, di dormirci. Sarà l’età.
Però l’altra mia caratteristica, quella di dormire in qualunque momento, è ancora una prerogativa di cui sono molto orgogliosa, perché dormire, contrariamente a quello che si dice, non è affatto una perdita di tempo.
Soprattutto, secondo me, dipende da come lo riempi, quel tempo lì, e io lo so riempire bene. Faccio sogni che poi cerco di capire da dove vengano: quasi mai ci riesco. Son sogni strani, veloci, pieni di gente e di parole. A me quei sogni lì piacciono, mi sembra che facciano parte della mia vita, e che quindi quelle ore, passate a sognarli, siano tra le più proficue della mia giornata.
Mi capita, anche, per via di questa mia innata predilezione per il sonno, di usare il letto come medicina, e io che ho questi appuntamenti frequenti con l’emicrania piombo spesso in una sorta di catalessi in cui mi illudo di star bene: in quei casi lì, svegliarsi è una delusione.

Oggi pomeriggio, in uno di quei momenti in cui la testa mi rimbombava e gli occhi credevano di vedere cose che non c’erano, mi sono addormentata, ma addormentata così forte che quando mi sono svegliata ho fatto un salto, mentre mi rendevo conto che avrei rischiato di dimenticare a scuola uno dei miei figli.
Forse sarebbe meglio che imparassi a dormire un po’ più piano, il pomeriggio.