Quando sapevo scrivere

Oggi, per una ragione banale, mi sono trovata a rileggere un post (anzi due) scritto da me, qualche anno fa. Quando sapevo scrivere.

Come sia possibile che uno disimpari a scrivere io non me lo spiego. Voglio dire, non ho un tumore al cervello (almeno, non credo). Non ho avuto traumi che mi impediscano di farlo, e scrivere a me è sempre piaciuto un sacco. Sono stata una discreta grafomane negli anni dell’adolescenza e un po’ anche dopo, e ho tempestato stalkerato di lettere d’amore e di amicizia più di una persona (che probabilmente non disprezzerà il mio blocco attuale).
Gli “anni del blog” (sapete tutti quello di cui parlo, vero?) sono stati tra i più vivaci della mia vita per quanto riguarda le relazioni, e questo solo grazie alla scrittura, che ho vissuto sempre come la modalità di comunicazione che più si confà al mio modo di essere. Un modo non particolarmente estroverso, lo ammetto. Le parole io le trovo sempre con calma (qualche volta con grave ritardo), e la comunicazione orale non ha pazienza, vuole reazioni rapide, brillanti, sciolte. Io non le ho mai. Una volta incontravo risposte maturate nel silenzio di una pagina bianca (o a righe, o a quadri); addirittura nel ticchettio zoppicante della tastiera del computer. Mi piaceva, tanto. A volte forse ero brava. A rileggerle adesso mi pare che le abbia scritte un altro.

Da quando ho le mani piene – di attrezzi, di lavoro, di materia che mi appartiene – la testa è completamente vuota di parole da dire e del modo di dirle: il pensiero passa per le mani e diventa subito concreta espressione di un’idea. È così lontano dalla consistenza astratta della scrittura, questo modo di esprimere, eppure al tempo stesso timidamente simile alla poesia, che racconta senza spiegare e accenna senza rivelare. Più affine, forse, alla me di oggi, che accetta che non tutto sia palesato.

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