nanananananananaaaaaa

Ieri ero lì tra la cucina e il soggiorno che facevo cose, Lorenzo era seduto tranquillo a fare i compiti, immerso in un quasi silenzio. A un certo punto sento che canticchia, scrive e canticchia, sovrappensiero, anzi concentrato: non sulla canzone, sui compiti.
Mi sembra di conoscerla la canzone, ma magari mi sbaglio. Senza dare nell’occhio mi avvicino un po’, faccio finta di avere delle cose da fare lì intorno e sì, la canzone è quella, lo sento che dice anche le poche parole che conosce, il resto rimane un nananananaaaa riconoscibilissimo.
Va avanti un po’ così, molto convinto.

La canzone è questa, del 1965.

altre vite/1

Non ero un cactus, no, son sicura, ché al cactus gli basta l’acqua del deserto, che è pochissima, quasi niente: a me no.
Non ero neanche una rosa, che se le tagli i rami lei sta bene, anzi meglio: io se mi tagli mi fai malissimo e mi passa la voglia di crescere per te.
Ero una pianta piccola che cresceva poco e forse faceva dei fiori; e che conveniva tenere un bicchierino vicino al vaso per ricordarsi di darle da bere di tanto in tanto, se no moriva.

elucubrazioni solitarie di una casalinga durante la cottura di uno strudel e in seguito all’acquisto di un gel per capelli extraforte

Mi sembra che nella vita, a pensarci bene, capiti un sacco di volte di arrivare impreparati.
I lutti ti colgono di sorpresa sempre, per esempio, e quelli più gravi – un genitore, un figlio, un compagno di scuola – ancora più degli altri: è un po’ come se la vita ti tendesse ogni tanto dei trabocchetti per vedere se ce la fai, se diventi grande, se diventi forte.
Poi ci sono anche un sacco di occasioni in cui i trabocchetti son piccoli e li vedi in anticipo e però arrivi impreparato lo stesso ad appuntamenti con la tua storia che ti aspettano e che vorresti posticipare o annullare del tutto e però non puoi.

E non ti sembra nemmeno che ti facciano poi crescere un granché, ‘sti momenti qua: solo un po’ patire.

perle di saggezza, acquisita con l’esperienza sul campo, che dispenso a gratis

Una cosa che ho scoperto oggi è che se vai a uno di questi mercatini che vanno di moda ultimamente, in cui vendono solo cioccolato che costa all’incirca come i lingotti d’oro oppure il tartufo d’Alba, a seconda della tipologia di prodotto: se guardi con una certa intensità almeno una ventina di bancarelle di varia provenienza per farti un’idea precisa di cosa propongono – devi resistere per le prime 19 senza comprare niente, il che non è difficilissimo se hai l’accortezza di lasciare a casa il bancomat e la carta di credito e già che ci sei anche il libretto degli assegni – scoprirai che a un certo punto sopraggiunge come un senso di sazietà, per cui poi se anche ti trovi davanti a una stecca di cioccolato con le nocciole che un tuo amico o parente poco accorto ha comprato svenandosi prima della diciannovesima bancarella,  ti sembrerà di averne già mangiato mezzo chilo e la dieta sarà salva.

Anche il portafogli.

un post che non prende in considerazione gli autobus nell’ora di punta bensì la fruizione privata dell’ascella e la letteratura nelle relazioni amorose

Oggi volevo scrivere un post su quella cosa assurda che sono i deodoranti. I deodoranti per le ascelle, dico: un altro post lo potrei dedicare tranquillamente alla cosa assurda che sono i deodoranti per gli ambienti; magari un’altra volta.

I deodoranti moderni ti promettono dalle pubblicità effetti allucinanti tipo le ascelle perfettamente deodorate ma anche asciutte per 48 ore. Due giorni. Due giorni senza sudare nemmeno una goccia. Bah. A parte il fatto che la puzza di deodorante/odorante è tremenda: io su di me non la sopporto e sugli altri mi dà fastidio. Non conta nemmeno tanto la marca perché hanno tutti in comune  quella caratteristica nota di deodorantezza, inequivocabile, che copre anche solo quel poco di odore di te residuo oppure a quello si mescola, ancora peggio, acquisendo note che fanno storcere le narici. Un po’ meglio i deodoranti/non odoranti: però questa cosa dell’ascella asciutta lo vogliamo capire che non va bene?

Pensando a questa cosa del post che volevo scrivere, e del fatto che l’ascella asciutta è un controsenso, ovviamente mi è venuto in mente che l’odore del sudore appena appena sudato è la cosa più sensuale del mondo, dovremmo accorgercene: il proprio e anche quello degli altri (le persone che ci piacciono, intendo). Anzi il sudore appena sudato è un mezzo infallibile per capire se una persona ci piace veramente o no: se ci piace la tentazione è quella di affondare il naso nell’ascella appena sudata, che quindi se è contraffatta dal deodorante /odorante potrebbe darci dei segnali equivoci.

Poi pensando a questo post che volevo scrivere, e all’ascella, mi è venuta una rimembranza. Quando avevo 15 anni e leggevo Opinioni di un clown, che era un libro che aveva delle immagini che per me quindicenne erano molto evocative, per esempio c’era questo fatto che lui ricordava la volta in cui aveva scaldato le mani gelate di lei nel cavo delle ascelle, (tra l’altro a quindici anni dovevo avere l’ormone imbizzarrito e anche una certa predisposizione alla malinconia amorosa, quindi il libro capisco che mi prendesse parecchio) pensavo che la mano dentro all’ascella di lui era una cosa di una romantichezza erotica pazzesca proprio perché la mano oltre al calore avrebbe assorbito anche l’odore (una cosa bellissima, infatti io da quella volta appena ho potuto ho cominciato a infilare le mani nelle ascelle e non ho più smesso).

Poi però con la rimembranza mi son ricordata che a quell’epoca avevo un morosetto che quando gli ho raccontato Opinioni di un clown si è infastidito, eravamo per strada, io parlavo e lui sbuffava (e sono certa di non aver affrontato, in quella occasione, il discorso dell’ascella. Temo fosse proprio per il fatto di parlare di un libro): mi sa che è stato quello il momento in cui ho capito che non eravamo fatti l’uno per l’altra, infatti dopo un po’ ci siamo lasciati senza nemmeno aver infilato le mani da nessuna parte.

come rendere un nativo digitale un uomo vero (potete provare anche voi)

Sono due giorni che penso a mia nonna perché volevo scrivere un post per un blog che cerca storie di cucina, e mia nonna è stata la prima persona che mi è venuta in mente per una storia di ricordi che parlano di cucina.

Poi da quando ho cominciato  a pensarci non ho smesso più e tutte le cose che succedono adesso (e magari anche fino a domani) in qualche modo mi viene da legarle a qualche ricordo di mia nonna.

Oggi che mio figlio era a casa malato, e anch’io non è che mi senta benissimo, per la verità, ci siamo messi in soggiorno a fare attività leggere per persone malate: a un certo punto ho realizzato che c’era una cosa che mi serviva tantissimo, un piacere che dovevo chiedere a mio figlio (che in quel momento era sfaccendato) e che si sarebbe rivelato di grandissima utilità per me ma anche per lui: una specie di lezione di vita che io, a mia volta, me lo ricordo perfettamente, avevo imparato da mia nonna.

“Metti le mani così” gli ho detto, mostrandogli come. Lui ha allargato le braccia e ha alzato gli avambracci pependicolarmente al pavimento per lasciarmi infilare la matassa di lana di pecora biologica che nelle mie intenzioni doveva diventare un gomitolo e poi una specie di maglia.

Poi siamo stati un po’ a chiacchierare mentre io facevo il gomitolo con la lana e lui si dondolava assecondando il movimento di srotolamento del filo. Non so se avete presente.
Mentre lo facevo pensavo che quel gesto lì ogni uomo completo dovrebbe conoscerlo, infatti io due uomini su tre, in casa mia, li ho addestrati.
Lo deve conoscere perché è una specie di legame con il passato: io sono certa che mio padre e mio nonno e il mio bisnonno quel gesto lì, una volta almeno ma più probabilmente mille, forse brontolando, da piccolo o da grande, lo deve aver imparato ed è bellissimo, io credo, che certe cose rimangano, anche se diventano rare e non più quotidiane, perché mio figlio è un uomo del ventunesimo secolo e non del diciannovesimo come mio nonno o del ventesimo come mio padre, e di fare i gomitoli non gli capiterà spessissimo.

E insomma oggi ho sentito di aver fatto una cosa utile per l’umanità: tramandare un gesto quasi perduto.

84/64: che la forza sia con me

E insomma mi sentivo un pochetto giù, non so come dire: sgonfia, fiacca, senza energia; mi son fatta un caffè mezzo caffè anche se a me il caffè non piace ma lo prendo come una medicina, questo poi non aveva il latte perché mi ero scordata di comprarlo e quindi era anche più medicina del solito.
Poi visto che c’ero mi son provata la pressione, la mia massima era leggermente più bassa della minima dello Splendido (quando si dice che in una coppia ci si compensa) e a quel punto mi sentivo abbastanza in diritto di mettermi a letto a pisolare anche se erano le 14,40. Invece proprio perché erano le 14,40 sono andata a prendere Lorenzo che usciva da scuola e mentre lo aspettavo, in macchina, mi sono addormentata. Lo giuro.

“Come una barbona”, ha commentato lo Splendido