cose incredibili che capitano se vai in centro di sabato pomeriggio

L’altro giorno ho visto la Barbie. Era lei, sono sicura. Non me ne sono accorta subito, era davanti a me alla cassa in libreria, io avevo comprato Il sergente nella neve, lei sinceramente non lo so: se mi fossi accorta prima che era la Barbie avrei dato una sbirciata, cazzo adesso per tutta la vita mi chiederò che libri legge la Barbie. Mentre pagava si è girata giusto un po’ e l’ho riconosciuta, allora l’ho guardata meglio, aveva quel colorito perfettamente uniforme da Barbie e le ciglia nerissime e voluminosissime da Barbie, ma la cosa più incredibile erano i capelli: biondissimi e lunghissimi e di quel lucido che solo la plastica. Esattamente gli stessi capelli che pettinavo da bambina, che a toccarli facevan gli sgrisoli e dopo un po’, quando la Barbie ormai non era più nuova, diventavano di paglia. Lei, la Barbie, in libreria era nuova nuova coi capelli lustri.
Poi ho notato gli stivali, che senza stivali non puoi farti vedere in giro, la borsa Louis Vuitton quasi certamente falsa e le unghie ad artiglio fucsia e gialle.
Ecco, ai miei tempi la Barbie non le aveva, le unghie così.

ipnosi

Oggi ho conosciuto un tipo con una bella faccia, una faccia pulita; e con l’espressione così limpida e lo sguardo così trasparente che dietro ci indovini la pazienza. Uno che se non avessi avuto un po’ di pudore gli avrei chiesto se potevo sedermi  in bottega da lui a domandargli cose, a spiare i riccioli di legno sotto il tavolo mentre lavorava e a osservargli le mani. Ché affascinata com’ero dalla faccia, una bella faccia, luminosa e serena, le mani proprio mi son scordata di guardarle.

vere divagazioni (scrivo, non muoio, ma non sono io)

Io non lo so davvero, come faccia: prende in mano uno strumento ed è come se l’avesse sempre conosciuto. Oggi ha chiesto:” Posso suonare la chitarra?” “Sì”, ho risposto io. Non si sapeva nemmeno come accordarla, una chitarra, mai stata capace di suonare niente, io; abbiamo dovuto chiedere a google: accordare chitarra. Cose che se non ci pensi non te le puoi nemmeno immaginare, ma c’è un sito per accordare la chitarra: ti fa sentire la nota e tu la copi e la incolli sulla tua corda. Praticamente così: altro che diapason. Io ho pensato che avrebbe preso la chitarra per far finta, invece è lì che suona e suona davvero, cosa non si sa. Musica che non viene dalla memoria ma dalla pancia, la sua. Allora mi è venuto in mente che ogni tanto lo rimprovero, gli dico ma com’è che non cogli il gusto della scrittura, non ti vien voglia di cercare le parole, di inventare la tua lingua? E poi invece capisco, che le sue parole non son fatte di alfabeto, e che la sua lingua è suono. Io e lui non siamo uguali, mi dico. Invece siamo uguali, eccome, solo che ognuno ha il suo modo di perdersi nelle cose. 

Ecco che ha smesso con la chitarra, chissà se si è stancato di una cosa che non sa fare bene come vorrebbe, se gli è venuta voglia di pianoforte o di violoncello, che quelli li sa suonare meglio. Mi viene in mente quando, piccolino, inventava canzoni sul rumore della lavapiatti, in cucina; o quando è arrivato tutto contento a farci sentire che aveva imparato a suonare il pettine. Cosa suoni? Il pettine. Non si è mai sentito. Eppure, lui, è capace. Con la naturalezza di quello che ha capito il segreto del cosmo, e cioè che qualunque cosa è musica.

write or die, provato con angoscia

a gambe levate

Ci sono certi che per via del fatto che sono bravi a scrivere, a inventare bene le storie, o a raccontare bene se stessi, ti immagini che siano anche bravi a vivere.

Invece magari, di vivere, quelli, non son proprio capaci; e spendersi per dei rapporti veri, a quelli, fa un po’ paura: ché dentro la letteratura sembra tutto più semplice, e se una cosa non va come vorresti basta cambiare la storia e far succedere quello che desideri. Nella vita non è mica così, e tocca prendere quello che càpita. Tocca rischiare, qualche volta.

Allora c’è da sperare di non essere così bravi, a scrivere, ma di riuscire a vivere come si deve, anche a costo di rimetterci, ogni tanto, un pezzettino di cuore. Ché vedere uno che scappa a gambe levate fa riflettere.

 

Silvia, secondo me, non lo sa

Silvia è una persona che per raccontarla servirebbero delle parole inventate, o dei disegni, o delle risate, perché lei non ha misura, e ciò che non ha misura andrebbe descritto con una lingua senza limiti: una lingua che io non ho e non conosco.

Parla molto, Silvia, come se avesse paura del silenzio. Parla a voce alta e con una sorta di spudorata franchezza che potresti scambiare per mancanza di riserbo o per eccessiva disinvoltura, e invece cela una riservatezza tutta sua, un pudore che a me pare tenero perché è tutto il contrario del mio. Sembra che non abbia paura di niente ma poi certe volte la guardi negli occhi e la vedi indifesa.

Silvia riesce ad essere allegra e triste allo stesso tempo. Io quand’è così vorrei essere molto più grande, e vorrei che lei fosse piccola, per stringerla come si fa con i bambini che hanno troppe emozioni insieme. Credo sia per via di quelle tante emozioni insieme, che lei a quarant’anni ne dimostra la metà.

Secondo me Silvia non lo sa, che appena la conosci non te la scordi più: sarà per il sorriso, sarà per gli occhi.
Di che colore sono i suoi occhi non l’ho ancora del tutto capito, anche se li ho visti tante volte. Credo sia il colore di un tipo di mare; mare di scogli e di acqua fonda in cui hai paura di buttarti, all’inizio: io non sono una che si butta facilmente, però in quel mare lì mi son tuffata.

 

gemelli ascendente granseola

 

 

Mettiti lì, fermo, che ti voglio fare il ritratto. Fermo, ho detto. Ma tu fermo non lo sei mai, anche se cerchi di stare immobile hai gli occhi che cambiano, la faccia che non trattiene le espressioni, il naso che se dici una bugia si vede subito. Come si fa a farti il ritratto? Poi, i pittori veri, quelli che hanno uno spirito di osservazione, non hanno mica bisogno di avere il modello davanti, lo dipingono a memoria, e ritraggono la sua personalità più dai dettagli che dalle somiglianze. Vero. Io infatti non sono pittrice, non saprei disegnare un cane o un bambino.

Vorrei essere pittrice e farti un ritratto in cui tutti capiscano come sei. In cui ci sia quello che sembri e quello che non mostri, ma che io vedo. Tutto e il contrario di tutto, come sei tu. Come quelle figurine che piacciono ai bambini, che quando le muovi cambiano immagine.
È impossibile, farti un ritratto, a te: che sei pieno di bianchi e di neri e anche di grigi e di blu, che bisogna stare attentissimi per non sbagliarsi, sui tuoi colori. Forse per farti un ritratto bisognerebbe fartene due: uno per ogni gemello. Quello destro e quello mancino; quello rilassato e quello ansioso; quello insicuro e quello estroverso; quello amorevole e quello tagliente.

Oppure se fossi pittrice ti farei un ritratto mentre dormi, perché ti ho guardato tante volte mentre dormivi: a me piace guardarti. E nel ritratto tutto quello che sei lo metterei nei tuoi sogni, da immaginare attraverso le tue palpebre chiuse. Ecco: quello saresti proprio tu.

 

 

in fila per sei col resto di due

Matteo raccoglie parole: le cerca rotonde e panciute, per farle rimbalzare sulla punta della lingua come sassolini.
Sono sassi che rotolano tra i denti come caramelle cantando il suono profondo e accogliente di una bella voce.

Matteo sa parlare di cose tristi con l’aria serena di chi ha esorcizzato molte paure; come quella della morte: ché lui, morto, lo è stato. Per 8 minuti, dice.

Matteo ride spesso, e con tutta la faccia. Non abbozza sorrisi, non si limita ad accenni della mimica. Quando ti saluta mette in moto il viso, spalanca la bocca, si copre di piccole rughe che spuntano dal nulla come raggi dietro agli occhiali.
A me, quando penso alla forma dell’entusiasmo, viene in mente la sua faccia.

Matteo, anche se accumula un anno ogni anno, in fondo è uguale a quando ne aveva diciassette: se lo incontrassi oggi gli chiederei il suo segreto. E poi gli tirerei le orecchie, quarantaquattro volte.

 

 

 

 

je préfère le moulin rouge

Allora io come blogger sono pivella e mi manca proprio quell’impostazione mentale per cui se vuoi che ti leggano devi andare incontro al tuo potenziale pubblico. E quindi io scrivo, scrivo senza pensare per chi e per come, però poi devo ammettere che mi piacerebbe avere idea dell’idea che uno, leggendomi, si fa di me.
Questo per dire che quando qualcuno mi ha fatto notare che dal mio blog sembro la mamma del mulino bianco non è che me la sono presa, ma ci ho pensato su.

La mamma del mulino bianco a me non è che sia mai piaciuta.
Lei si sveglia la mattina presto e, contrariamente alle mamme normali che sfoggiano uno stampo da cuscino sulla faccia, due occhi da panda comatoso e una verve da bradipo, lei tutta pimpante dopo un minuto è già in cucina e ha preparato la colazione per tutta la famiglia. O è già miracolosamente vestita e truccata oppure, apparentemente acqua e sapone ma pettinatissima, con il rossetto e uno strato invisibile di terra abbronzante, è scesa in pigiama come le mamme vere, ma con che pigiama, porca miseria! Non quella roba informe e slandronata che hanno in dotazione le persone normali, no: il pigiamino setoso, rosa cipria, appena stirato (!) che si conviene a una donna perfetta come lei. Basterebbe già questo a farmela stare sulle palle per l’eternità.

La tavola è imbandita come per un pranzo reale: succhi, tè, cestini di vimini con quattro tipi di biscotti e tre merende diverse, le fette biscottate e le marmellate nelle ciotoline. A casa mia le merendine si scartano direttamente dalla confezione e i biscotti escono dal sacchetto dei biscotti, per non dire della marmellata che è già tanto che la tiri fuori dal frigo, altro che ciotoline di porcellana.

Poi lei sorride, a colazione. Sorride al papà del mulino, ai bambini del mulino, ai passerotti che vengono a smangiucchiarsi le briciole di merendina sul davanzale della finestra del mulino.
Ora, io ve lo dico: alle sette, appena sveglia, trangugiando il caffè, con i bambini che la cartella non l’hanno ancora fatta, la colazione ci mettono un quarto di secolo a finirla e io che con i miei 90/50 di pressione faccio fatica a stare in piedi non riesco a sorridere a chicchessia e i passerotti li farei arrosto.

Quindi, ricapitolando, io la mattina faccio schifo che bisogna amarmi veramente molto per guardarmi in faccia; il pigiama è un’accozzaglia di tute vecchie e magliette da battaglia; i capelli li ho alla moda di Medusa; cerco di sorridere interiormente alla giornata ma dal mio viso ancora non trapelano emozioni positive; aggiungo che qualche volta sono talmente snaturata che mi dimentico di comprare il latte e propino ai miei bambini qualunque roba potabile in sostituzione e maschero il senso di colpa arrabattando scuse sull’utilità dello spirito di adattamento.

Vi sembra che io assomigli alla mamma del mulino, fin qui? Non tanto, eh?

Vi invito, adesso, a pensare alla mamma del mulino nelle attività della sua giornata. Intanto non lo vedi perché lei mai ti mostrerebbe la sua biancheria intima, ma è ovvio che è coordinatissima e sobria, né essenziale né frufru. Men che meno provocante. Io la mutanda e il reggiseno in coordinato non riesco nemmeno se ci provo, c’è sempre qualche impedimento tipo che mi sono messa quella mutanda lì che avrebbe il suo reggiseno uguale ma poi mi accorgo che siccome voglio metterci sopra una maglietta così o colà per qualche ragione non va bene e allora amen, ché di cambiare mutanda non se ne parla; ma il più delle volte è che o la mutanda o il reggiseno sono nel cesto della roba da lavare o, nella migliore delle ipotesi, stesi ma umidi.

La mamma del mulino si veste prevalentemente in beige e panna; io no.

La macchina della mamma del mulino sono indecisa se sia un suv nero o una classe A. Probabilmente un suv con la scusa del cane. Il suv nero è molto utile per andare a prendere i bambini in una zona con poco parcheggio, infatti è per quello che i suv son sempre parcheggiati in posti assai improbabili dove rompono tantissimo le palle. Comunque, quale che sia la macchina della mamma del mulino, è sempre pulita sia dentro che fuori, non come la mia che ogni tanto bisogna disinfettarla con degli agenti chimici che possiedono solo i servizi segreti.

La mamma del mulino passa molto tempo con i suoi figli, come me. Solo che lei non si arrabbia mai, non litiga con il grande perché le assomiglia troppo o col piccolo perché fa il furbo. È molto paziente, lei.

E poi il punto di forza della mamma del mulino: il mulino, appunto.
Il mulino è sempre in ordine e pulito. Non ci sono cose da stirare in giro, i libri abbandonati su tutti i ripiani orizzontali disponibili, la scopa appoggiata dove non dovrebbe, il cesto in lavanderia che straborda, le formiche in cucina, le pentole che aspettano di essere lavate. Il mulino è sempre perfetto, come lei.

Volete vedere casa mia? Ecco, appunto.

Quindi spiegatemi: cosa vi fa pensare, del mio blog, che io possa assomigliare alla mamma del mulino?

PS: non lo volevo dire ma è più forte di me. La mamma del mulino dacché si è riprodotta secondo me fa pochissimo sesso ricreativo

 

 

 

… e che Giulio Carlo non mi fulmini

Le canne non me le facevo nemmeno da piccola, in quell’età disgraziata in cui se non ti droghi almeno un po’, non piangi qualche ora tutti i giorni per un amore infelice e non litighi di continuo con un genitore qualunque vuol dire che hai dei problemi seri.
Posso dire a mia discolpa che comunque ho pianto tantissimo e litigato a sufficienza per ritenere di aver vissuto un’adolescenza normale.
La mia precisazione ha il solo scopo di tranquillizzare quanti saranno portati a pensare che questo post possa essere il frutto di un leggero condizionamento psicotropo.
Per noi, liceali negli anni ‘80, l’unico Giulio Carlo è lui: Argan. Quello dei libri verdi sui cui si studiava la Storia dell’Arte in bianco e nero. Già che ci sono, tranquillizzo anche lui, sperando che questo basti per mettermi al riparo dalla sua ira funesta: se Lei guarda bene, Giulio Carlo, io nei tag la parola l’ho messa tra parentesi, proprio perché la mia non è quella cosa lì che Lei cercava faticosamente di stipare nella nostra scipitissima zucca di studenti poco entusiasti (pietoso eufemismo). Solo che non sapendo come definirla, la parola l’ho presa in prestito, ma in minuscolo: vede? e con le parentesi. Così, giusto per capire di cosa parliamo, ma con la stessa differenza che intercorre tra scrittura e letteratura. Avrei potuto dire bricolage ma forse non si sarebbe capito.

La ragione per cui scrivo oggi è che mio marito, vedendo l’autoritratto, ha avuto un turbamento e mi ha chiesto se davvero io mi senta contorta come la linea in questione.
Quell’aggeggio, lì, nella foto, ha un titolo, “Confini”, che in effetti non è “Autoritratto“, e questo perché non ho capito subito che lo fosse, un ritratto. Adesso, però, ogni volta che lo guardo mi ci specchio e quindi lo è diventato. L’ho appeso alla parete e mi piace.

La carta è il mio mestiere e la conosco bene: siamo amiche. Capisco che soffre della sua condizione bidimensionale e allora ogni tanto le faccio riconquistare spessore: la lascio tornare materiale plastico perché la sua natura vera è quella, e io lo so. Mentre accarezzo la sua forma liquida sento che mi è grata e anch’io godo del contatto della pasta sulle mani.
Il filo ha una straordinaria e incontrastabile attrazione su di me. Compro gomitoli, rocchetti, matassine di qualunque colore e spessore e materiale. Metallo (spesso), lana e cotone, carta, spago, nylon. Il filo ha la forma del tempo, della strada, della melodia. Qui, del limite.
L’ago è quello che distingue la casualità dall‘intervento umano. E’ lavoro.
La tisana ha la funzione di un colore ad acqua perché volevo un effetto simile a quello che avrebbe sortito un acquerello, ma meno intenzionale (però l’ho scelta anche perché mi piace pasticciare). Il confine pare netto (linea) ma non lo è, ché se guardi bene il colore è sbavato: forse perché mi piacerebbe che le delimitazioni naturali si prendessero una rivincita sulla prepotenza della volontà umana.

Ho avuto sempre i miei piccoli problemi con i confini. Barriere mentali me ne costruisco troppe; le cucio come orli intorno alle mie paure.
Eppure dei confini geografici non ho mai saputo capire le logiche: dev’essere perché mi manca il senso dell’orientamento. Allo stesso modo, non colgo separazione tra le zone emotive che si vorrebbero distinguere in regioni diverse del cuore e invece fanno di me un unico, irrequieto paese.