blogger chi?

Il vero blogger aggiorna il blog anche in vacanza. Il vero blogger si dota di mezzi adeguati. Il vero blogger non sta per giorni a leggere libri di carta – di carta – sotto l’ombrellone. Il vero blogger una sbirciata giornaliera a FF non gliela toglie nessuno. Il vero blogger.

La Chiara invece da quando è in Puglia finora ha solo mangiato e letto e riso. Meglio così.

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le parole degli altri

Mi piacerebbe scrivere un post, un racconto o una storia autobiografica in cui mettere le parole che mi piacciono di più: microcosmo, maieutica, sublimare, noncuranza. Poi però quelle parole le avrei usate e dovrei separarmene e io, separarmene, non sono pronta.
Le parole, quasi sempre, mi pare di sprecarle. Ho paura che si consumino a forza di usarle, e di ritrovarle sfilacciate e inconsistenti, impigliate in periodi confusi e in frasi abbozzate senza garbo. Poi, mi resta il rimpianto del momento in cui potevo ancora cercare uno scorrere diverso, un suono più dolce, un senso meno ovvio.

Quando leggo le parole degli altri mi sembra di incontrare altri pesi e consistenze: leggere morbidezze avvolgenti o taglienti asperità disidratate. Nelle mie, al massimo, sensata gradevolezza.
Quando leggo le parole degli altri spesso ci trovo la forza dirompente della lingua. A volte, scopro il turbamento dato dalle scelte audaci. Nelle mie, caute comodità di lattice.

 Questa è la ragione per cui leggere dà più soddisfazione che scrivere

coup de foudre

Mentre me lo racconta, al fresco davanti a un caffè nel giardino di un bar, ha l’aria di non stare nella pelle. Lo ascolto e penso che lo sta raccontando a me, con cui non ha mai avuto una vera confidenza. Significa che non c’è nessun altro a cui dirlo; che tra tutti ha pensato che io avrei potuto capire. Una cosa così non si racconta a chi non può capire.

Mi dice che ha fatto un trattamento shiatsu ad una donna, una notte. Dice che non se la ricorda, che era buio, che non saprebbe nemmeno darle un’età. Dice che verso la fine le ha chiesto di fare un respiro, e che un respiro così lui non l’aveva mai sentito; mai, in tanti anni.

Poi si sono salutati, ché la mattina dopo lei aveva un treno da prendere; lui dopo tre ore di sonno è andato a cercarla alla stazione, senza trovarla: probabilmente se anche l’avesse vista non l’avrebbe riconosciuta. Al buio, non l’aveva vista bene.

Da allora è passato un mese. Un mese in cui si sono scambiati dediche e messaggi, forse qualche telefonata. Lui ha cercato di conoscerla attraverso una frase scritta a penna, guardando e riguardando la sua scrittura come se nascondesse la sua anima.
“Sei capace di interpretare la calligrafia?” gli ho chiesto
“E’ l’unica cosa che ho” mi ha risposto.

Io quell’aria da bambino in un uomo di una certa età non pensavo che l’avrei mai vista. Dice che adesso conosce il suo respiro, la sua scrittura e i suoi pensieri e che sabato la raggiunge nella città dove abita. Lei lo aspetta.

capirsi

Barbara, quando intuisce che sta per piovere, porta dentro i fiori.

Sta per succedere di nuovo, lo sento. E come al solito l’inquietudine sale; come al solito, l’impotenza mi opprime.
Non riesco a fare a meno di sentire che, se fossi un fiore, la pioggia me la vorrei prendere tutta; mi preparerei all’acquazzone con un misto di trepidazione e desiderio. Mi agiterei per il vento e fremerei per l’elettricità dell’aria, pensando alle prime gocce con tutta l’intensità dell’attesa.
Vorrei prendere il rischio di perdere i petali uno ad uno sotto la violenza del temporale, per il gusto di aver vissuto appieno la mia natura.
E allora al riparo, sotto la tettoia, chiamerei in aiuto il vento ad alta voce, perché portasse almeno un poco di quell’acqua fino a me.
Piangerei, credo, se fossi un fiore.

Immagino Barbara affaccendarsi in terrazza, con la fretta di chi sa che le prime gocce, pesanti, rumorose, solitarie, non tarderanno a scendere. Immobile, inerte, aspetto: io che so eppure non ho mai trovato le parole per spiegarle il mio tormento per l’incompresa ma palpabile disperazione dei suoi gerani rossi.

Anche oggi Barbara porta dentro i fiori, e io li sento lamentarsi, a mano a mano che le nubi si avvicinano.