che poi io volevo solo bere un caffè

Sono da tempo immemore allergica alla Nestlé, ormai ci ho fatto il callo e l’idea di comprare un prodotto di questa marca (come anche di una qualunque marca affiliata, o come si dice) non mi sfiora nemmeno. Mi è capitato in qualche occasione di bere il caffè di George Clooney quando me l’hanno offerto e confesso che l’ho trovato buono, anche se la cosa non ha scalfito la mia convinzione, tant’è che negli ultimi anni la mia famiglia ha stoicamente resistito all’acquisto della macchinetta diabolica con le monodosi multigusto, e del resto la vecchia caffettiera Bialetti funzionava (e funziona) ancora perfettamente.
Poi, un giorno, alla Coop, ecco l’offerta per la macchinetta diabolica con monodosi multigusto di marca Coop in offerta. Il cedimento è stato piuttosto repentino, infatti senza pensarci troppo ci siamo ritrovati con questo attrezzo – piccolo, discreto, funzionale – in cucina, con il suo corredo di capsule in vario assortimento di miscele e sapori.
Le capsule sono carine, colorate, invoglianti. Ogni miscela ha il nome di un pittore – bella idea, vero? Vuoi mettere con quegli insulsi neologismi pseudoevocativi (Volluto, Livanto, Fortissio) del caffè di George? – e però ci son dei problemi: con che criterio hanno accoppiato i colori delle capsule ai pittori? Perché Tiziano è turchese? Tintoretto verde? Giotto rosso? Capisci subito che non sono azzeccati, i colori. Peccato.
Poi uno si fa delle storie in testa, pensa che di sicuro il suo caffè preferito avrà di sicuro il nome di un pittore che gli piace tantissimo, io per esempio volevo Caravaggio – che per inciso è viola, da non credere – e invece alla fine mi bevo quasi sempre Guercino, che non è mai stato il mio pittore preferito e che comunque non può essere d’argento. Fortuna che Raffaello non è malaccio e l’oro alla fine quasi, quasi gli dona.

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del perché la modernità applicata al caffè non ha senso

Le capsule, le cialde, le macchine che lo fanno con la sola imposizione del pensiero diretto o laterale, le caffettiere programmabili, il caffè istantaneo, altro che sicuramente esiste ma che al momento non mi viene in mente: sono il nulla di fronte all’unica vera esperienza sinestetica caffettosa che tocca il suo apice nel momento in cui apri un nuovo pacchetto di polvere di caffè e il profumo te lo senti dentro la pelle, nei bulbi piliferi che si contraggono in un brivido, anche un po’ nel cuoio capelluto e nei polpastrelli.
Poi, il caffè, quando lo bevi, hai già goduto: quasi quasi si potrebbe anche farne a meno.

grès

Il caffè della mattina è l’unico che desidero davvero. Il caffè, a me, in realtà non piace, ma quello lì: morbido, con la giusta quantità di latte, caldo ma non bollente, addolcisce la prospettiva di un risveglio spesso prematuro.

Il caffè della mattina non va bevuto in una tazza qualunque  ma categoricamente in una tazza amata, riconoscibile, della giusta misura, che tenga il calore per il tempo che serve.
Le nostre tazze nuove le chiamiamo etrusche perché le abbiamo comprate a San Gimignano. Hanno la forma di mug ma piccoline, leggermente svasate. Sono magiche, l’ho appena scoperto.

Sono magiche perché bere il caffè della mattina in quelle tazze lì è un piacere indicibile. A guardarle sono bellissime, hanno il colore di una terra verdastra e a tratti rugginosa. Le tieni in mano e capisci l’arte di chi le ha create; il lavoro, la passione. Ruvide tra le mani, le accarezzi mentre ascolti il profumo del caffè, un momento prima di assaggiarlo, e il godimento scopri che è già iniziato per il fatto di toccare una materia che parla. Appoggi le labbra sul bordo, più liscio grazie a uno smalto poco scivoloso, la bocca assapora il caffè e la grana leggermente scabra della tazza; la lingua, curiosa, ne saggia la superficie, gradevole al contatto, tutt’altro che inerte, viva.

Non mi capacito che ne abbiamo comprate solo due.