restate vivi

Una cosa che non capisco è come mai, pur subendo una certa attrazione estetica verso i cimiteri inglesi, le necropoli etrusche, i riti funebri egizi, in realtà il culto dei morti inteso come periodica processione verso i luoghi di sepoltura dei propri cari io non lo sento.
Mio padre è morto da dodici anni e credo di aver visto la sua tomba solo il giorno del funerale.
Non sento la necessità di una vicinanza fisica con i resti (resti mi sa anche un po’ di residuo dopo la raccolta differenziata) dei miei parenti o amici. Non mi interessano i fiori, i lumini, le lapidi commemorative. Una volta che una persona a cui volevo bene non è più in vita quella comincia a esistere in un non luogo che poco ha a che vedere con il posto dove è sepolta.
È più forte di me: andare a trovare i morti, io non ci riesco; quindi, se volete che venga a trovarvi, per favore restate vivi.

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cose incredibili che capitano se vai in centro di sabato pomeriggio

L’altro giorno ho visto la Barbie. Era lei, sono sicura. Non me ne sono accorta subito, era davanti a me alla cassa in libreria, io avevo comprato Il sergente nella neve, lei sinceramente non lo so: se mi fossi accorta prima che era la Barbie avrei dato una sbirciata, cazzo adesso per tutta la vita mi chiederò che libri legge la Barbie. Mentre pagava si è girata giusto un po’ e l’ho riconosciuta, allora l’ho guardata meglio, aveva quel colorito perfettamente uniforme da Barbie e le ciglia nerissime e voluminosissime da Barbie, ma la cosa più incredibile erano i capelli: biondissimi e lunghissimi e di quel lucido che solo la plastica. Esattamente gli stessi capelli che pettinavo da bambina, che a toccarli facevan gli sgrisoli e dopo un po’, quando la Barbie ormai non era più nuova, diventavano di paglia. Lei, la Barbie, in libreria era nuova nuova coi capelli lustri.
Poi ho notato gli stivali, che senza stivali non puoi farti vedere in giro, la borsa Louis Vuitton quasi certamente falsa e le unghie ad artiglio fucsia e gialle.
Ecco, ai miei tempi la Barbie non le aveva, le unghie così.

non classificabile

Quando dicono che partorire è una fatica tremenda: non è vero. È fatica, ma una fatica solo più concentrata e dolorosa, di un dolore che poi lo sai che passa, e lo sai che serve.

Invece con i figli capitano delle fatiche terribili che sembrano anche inutili e sterili e incomprensibili, delle fatiche in cui è un dolore diverso che non dà tregua: il dolore dell’impotenza.

Poi penso anche che un figlio lo partorisci una volta sola e invece l’impotenza non lo so mica, quante volte tocca.

dovrei prendere in seria considerazione lo yoga

In questo periodo mi capita che sentire, sento (se no vorrebbe dire che sono morta); capire, capisco (se no vorrebbe dire che sono scema). Però mi piacerebbe riuscire anche ad accettare le cose che non posso cambiare, dopo che le ho sentite e capite e che ho deciso che comunque non mi piacciono.
Vorrei continuare a pensare che non mi piacciono facendomele pesare di meno.

Non so mica se rendo.

di come l’incauto zelo di una madre può portare il giovine a una spirale di tossicodipendenza

In giovane età, prima di sviluppare questa idiosincrasia per la chimica che mi fa guardare con sospetto qualunque prodotto esca da una casa farmaceutica, per farmi passare il mal di testa credo di essermi impasticcata con qualunque cosa, spesso sotto controllo medico ma qualche volta anche no, tipo quella volta in cui a mia madre è venuta la brillante idea di passarmi una delle sue compresse miracolose che si faceva spacciare direttamente dalla Germania (tra tossici usa).

Non ricordo se abbia funzionato per la cefalea, occupata com’ero a studiarne l’effetto allucinogeno: era un po’ come camminare a trenta centimetri da terra; neanche male come esperienza.
Mia madre ha sempre negato che il mio stato potesse dipendere dalle pasticche, che lei prendeva regolarmente senza problemi. Poi però mia cugina che è psichiatra e di roba psicotropa se ne intende abbastanza mi ha detto che quel farmaco lo facevano con la segale cornuta.

Poi si stupiscono che una diventa omeopatica.

il ruolo dell’amicizia nella legge di gravitazione universale delle particelle di grasso

Quando ti trovi la domenica mattina a far colazione con la tisana allo zenzero ti fai delle domande esistenziali. Per esempio ti domandi Ma perché?

Io, dopo un anno e mezzo di studi approfonditi sulla questione, un anno in cui ho raccolto dati con metodo scientifico, in cui non mi sono risparmiata investendo tempo ed energia nella sperimentazione diretta, in cui ho rischiato sulla mia pelle le conseguenze dell’esperienza empirica, ho finalmente trovato la risposta.
L’evidenza dimostra che indipendentemente dal numero degli individui coinvolti; dal sesso, dall’età, dalle convinzioni politiche o religiose degli stessi; dalla collocazione geografica (latitudine, longitudine, altezza sul livello del mare) del luogo deputato all’esperimento; dall’orario della prova con o senza ora legale: l’amicizia è una bolla di grasso.

Numerosi tentativi di smentire questo principio sono stati affrontati con coraggio dalla sottoscritta per pura ricerca di verità scientifica, in Italia ma anche all’estero, nelle più svariate condizioni ambientali di caldo e di freddo, di secco e di umido, con o senza la neve; prendendo in considerazione abitudini locali, tradizioni degli indigeni (toscani, marchigiani, piemontesi, sardi, lombardi, veneti, romagnoli, pugliesi e quant’altro: la varietà dei dati mi sembrava fondamentale per la ricerca), magrezza o sovrappeso dei commensali.
Alla fine ho dovuto arrendermi e formulare la mia legge universale per cui in qualunque momento luogo o condizione ci si trovi, quando si sta bene insieme si mangia. Troppo. Con eccessiva spensieratezza. Come se non ci fosse un domani (cit.)

La fetta di pancetta e il suo accessorio gnocco fritto che stazionano da quattordici ore sul fondo della mia cavità gastrica non hanno in alcun modo influenzato l’elaborazione della suddetta legge.

cose che sarebbe bello non cambiassero mai

Ieri dovevo andare al cinema e andarci un po’ in anticipo per fare la tessera, ché io ogni anno da diversi anni mi faccio la tessera di un cineforum in un cinema rigorosamente monosala della mia città, così poi mi sento abbastanza obbligata ad uscire anche in quelle sere che uno si ammazzerebbe pur di non metter piede fuori di casa. È una specie di perversione.

Solo che poi è andata a finire che quasi per caso sono uscita ma sono andata in un altro cinema e ho fatto una tessera ma un’altra tessera. Questo cinema che d’ora in poi sarà il mio cinema una volta alla settimana per tutto l’inverno è un cinema di quartiere. Quartiere non nel senso di pezzo di città grande: nel senso di satellite del centro di una città piccola. In una città piccola quando dici Quartiere intendi che non sei in centro, ché il centro è di per sé una specie di quartierone a parte, almeno per come la vedo io.

Questo cinema che frequenterò d’ora in poi ha un ingresso bellissimo nel suo essere un ingresso di cinema di quartiere da secoli uguale a se stesso. A sinistra c’è la ragazza che fa i biglietti – e ho già capito che lì funziona che sono tutti parenti e volontari, c’è scritto ovunque che questo cinema è gestito da volontari, anzi che se qualcuno vuole dare una mano in sala basta che lo dica – e a destra la signora che vende i popcorn, che noi nel mio cinema non ci facciamo mancare niente.
Siccome ero arrivata in anticipo per fare la tessera, la signora dei popcorn l’ho guardata per dieci minuti buoni, mentre confezionava i sacchettini con le liquerizie da cinema, quelle con l’interno zuccheroso e colorato, e le rotelle e le altre cose gommose che servono per godersi veramente un film.
Aveva un maglioncino lilla e un fare al riparo dal tempo.

datemi dei draghi per piacere

Io, per esempio, a me piace tantissimo cominciare un post con “Io, per esempio” anche se so che è del tutto sgrammaticato.
Ci pensavo oggi mentre mi dicevo che un’altra cosa che mi piacerebbe tantissimo è imparare a scrivere di niente, perchè ci son degli scrittori che adoro e che sanno scrivere benissimo di niente e a me piace da matti leggerli anche se qualche volta, a dover fare un riassunto, metti che tuo marito o tuo figlio te lo domandino: “Di cosa parla quel pezzo che hai letto?” è impossibile rispondere. Io invece a scrivere di niente non sono mai riuscita, è un’abilità che mi manca e non sono sicura che si possa migliorare con l’esercizio. Per esempio, la pasta fatta in casa, con l’esercizio si migliora. Anche l’origami. Invece scrivere di niente bisogna esserci portati, per me, altrimenti diventa un po’ come guardare la tivù senza audio: ci dev’essere dell’immaginazione per guardare la tivù senza audio, e infatti io non lo faccio mai.

Poi, mio figlio mi ha detto che la ragione per cui ho poca fantasia è che leggo troppi libri realistici. Mi ha detto che per esempio la devo smettere di leggere Paolo Nori che parla solo di cose che che possono succedere a tutti; dovrei leggere libri in cui si parla di avventure fantastiche e mondi inventati, come fa lui. In effetti ho dovuto ammettere che nei libri di Paolo Nori che ho letto finora non ho trovato nessun cavaliere o drago e nemmeno isole deserte o cannibali. Però poi ho realizzato che ultimamente ho letto anche libri che non sono affatto realistici e che raccontano storie a cui non si può credere assolutamente eppure la mia fantasia non è migliorata per niente. Non so cosa sbaglio.