dal sorriso allo strazio e anche viceversa

Ci son tutti i colori di occhi, anche quelli che non hai mai incrociato, dal verde chiarissimo al nero profondo.
Ci sono tutte le tinte di pelle che magari ti è capitato di incontrare, dal rosa pallido al marrone scuro, ma anche il rosso il verde e il blu di corpi dipinti per gioco o per preghiera.
Ci sono tutte le sfumature possibili di sguardi umani, dalla rassegnazione alla spensieratezza.
Ci sono tutti i riflessi dell’acqua, trasparente o lurida; e ogni possibile nuance di terra, pennellata di sabbia o roccia o vegetazione.
Ci sono le mille facce della guerra, che si fa di volta in volta crudeltà devastante oppure gioco; e gli infiniti toni della normalità che è divertimento e lavoro, fanciullezza e vecchiaia, e la chiamano “gioia” mentre invece è solo la vita.
C’è il silenzio e il chiasso: certi silenzi che gridano e certi rumori quieti che ti viene da chiederti cos’è, esattamente, il silenzio.
Ci sono le tante forme della preghiera, tutte diverse; e la bestemmia, sempre uguale a se stessa.
Ci sono mani piccole che giocano e mani troppo piccole che lavorano (o peggio), ma anche mani piccole dentro ad altre mani più grandi.

Poi ci sono i tuoi sguardi che cambiano, e gli occhi che si asciugano e si bagnano di continuo; certe immagini che bisogna sforzarsi per guardare e altre che bisogna costringersi a lasciare. Si fa fatica a parlare, dopo. Scriverne, è già più facile, ma di nuovo con le lacrime negli occhi, io, a ripensarci.

Steve Mc Curry in mostra a Milano (Guardate le foto)

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Giovanni

Si addormenta con la testa sul mio braccio e la pancia contro la mia pancia.
Restiamo, lui a sperimentare la fiducia, io a godermi l’abbandono. Conto respiri che cambiano con i sogni e accumulo il calore di un corpo che ha l’energia di un germoglio. Guardo ciglia chiarissime e annuso una pelle trasparente.
“Insuperabile”, penso.

my own delurking & detoxing day

Se sei un lurker è probabile che tu non sappia di esserlo. Cioè, che tu non conosca la parola. Se sei uno che viene qui di frequente e non si è mai palesato allora te lo dico io: sei un lurker, che non è affatto una parolaccia, è solo uno che viene, osserva, esce senza disturbare.

Oggi è un giorno in cui io ho deciso che mi prendo una pausa. Non accendo nemmeno il pc, oggi. Non vengo a leggere i commenti, non apro la posta, mi tengo lontanissima da FF, insomma, mi disintossico. Può essere anche che poi ci prenda gusto e questa dieta disintossicante la prolunghi per due giorni, ma oggi come oggi non ci giurerei. Proviamo intanto con uno.

Per prendere due piccioni con una fava, cioè per fare due esperimenti in uno, che poi per uno la riuscita dipende da me ma per l’altro no, mi piacerebbe che oggi, proprio mentre io me ne sto distante, distaccata, a fare le mie cose quelle della vita vera non virtuale, proprio in questo giorno anche tu che magari sei di quelli che entrano, guardano e filano via senza dire niente mi lasciassi una parola, anche solo la firma, anche solo un sorriso senza firma. Insomma qualcosa. Sarò gentile e non farò la sceneggiata strappalacrime per elemosinare un commento da parte tua, sappi solo che se dopodomani, quando torno, lo trovo, sarò molto più che contenta.

E adesso vado a leggere che il detox comincia adesso (ovviamente questo post si pubblica da solo tra qualche ora, lo dico per te che magari non sei pratico)

una storia abbastanza commovente senza Topolino

Non è possibile. Non è possibile che di tutti i momenti. Che di tutte le ore di tutti i giorni di tutti i mesi di quest’anno abbia scelto proprio questa, dopo – quanto sarà? – sei o sette mesi. Sei o sette? Sei, era luglio. No, era giugno, faceva un caldo boia ma c’erano le ragazze con lo zainetto, sul’autobus: mi ricordo che abbiamo detto cheppalle, andare a scuola con questo caldo. E adesso, dopo sette mesi, proprio oggi, non si può, non si può. E poi cosa facevo? Le dicevo, no, guarda, passa un’altra volta; così correvo il rischio di rivederla tra un anno, sapendo com’è fatta. No, questa adesso arriva e io sai che figura. Spalanco la finestra? Ci saranno dieci gradi sotto zero… beh, magari dieci minuti, giusto per. Intanto mi lavo i denti. Mia nonna mi ha detto che con la salvia… ma dove cazzo la trovo, la salvia, adesso? La salvia una domenica sera di gennaio, è piena la città, proprio. Vabbè, faccio col dentifricio. Magari due volte. Anche tre. E la lingua, la lingua poi pizzica ma nei film lo fanno sempre, di spazzolarsi la lingua. (Speriamo bene). Mi cambio anche la maglia, va’. (Speriamo bene). Cazzo, la finestra, qua se non la chiudo entrano i pinguini. Ok, calma, sangue freddo. Può anche essere che sia raffreddata, è pieno di influenza che gira. Magari è raffreddata: accendo il camino, le faccio un tè. Speriamo che sia raffreddata, magari non troppo. Giusto un po’. Cazzo, eccola, non c’è nessun altro che suona il campanello in questo modo, non è driiin ma è drin, cazzo che bello che è sto drin, era un pezzo che non lo sentivo. (Speriamo bene).

Ecco, lo sapevo. Apro, lei è già lì che sorride, fa un passo, si blocca. Cosa faccio, cosa faccio, cosa faccio? Dico ciao. “Ciao” Lei sorride ancora ma dice: “C’è odor di gas, senti che roba” (è raffreddata, se pensa che sia il gas). “Non è il gas, è la bagna cauda” devo avere l’aria di un cane bastonato, lo vedo dalla sua faccia: divertita. “Sono sette mesi e tre giorni che non ci vediamo e tu proprio oggi dovevi mangiare la bagna cauda?” fa lei, mentre fruga nella borsa e mi allunga una specie di caramella. Ne mangia una anche lei. Adesso sorride forte, me l’ero quasi scordato di quanto bella è quando sorride, mi guarda fisso negli occhi (neanche male questa caramella, sa un po’ di menta e un po’ di sapone tipo quella roba indiana che non mi ricordo mai il nome) e adesso mi guarda fisso le labbra, sai come quando hai voglia di baciare una, che non riesci a staccarle gli occhi dalla bocca. (Sento di avere una paralisi). “Sai, sono stata a pranzo da mia madre, mi ha fatto la pasta col pesto, ho dovuto mangiarla” dice lei, e adesso mi bacia (ha un bel coraggio questa donna) ed è vero che ha mangiato il pesto perché anche lei sa di menta e sapone e aglio. “Sembra che tu abbia masticato un topo morto ma disinfettato” mi dice ridendo. “Tu solo un topolino moribondo” le rispondo. E adesso basta, baciami e togliti il cappotto e stiamo zitti che sono sette mesi, cazzo.

 

con molti ringraziamenti allo zio bonino

poi, a Milano

Poi, a Milano, succedono cose. Per esempio in Piazza 24 Maggio c’è un albero imponente, che sembra lì per sbaglio, e che contro ogni logica si aggrappa con le radici a un fazzoletto di terra salvato dall’asfalto. L’ho visto passando in tram e ho subito fatto il tifo per lui.
E’ una strana città, Milano. Piccolissima, dicono certi.

sulla gratitudine

Difficile rimanere delusi quando chi vai ad incontrare possiede insieme il genio e la leggerezza, e sa accarezzare la musica come un amante la sua donna. La delusione è impossibile se costui canta come se la voce fosse piacere invece che sforzo, fatica, impegno; se tocca punti del cuore che non sapevi neanche di avere, come i muscoli in una ginnastica nuova.

Se poi, una volta che sei riuscita a superare la paralisi dovuta allo sconquasso tellurico del’emozione del concerto, ti fai avanti per salutare e lui ti dice: “vieni che ti abbraccio”, e con l’abbraccio ti regala una cascata di affetto e calore, allora capisci che non c’è speranza: ti tocca tornartene a casa con la rassegnazione che il debito di riconoscenza nei suoi confronti, già appesantito da innumerevoli ascolti casalinghi, dopo questa esperienza sarà incolmabile. A colmare non servono certo i quattro spiccioli spesi per qualche CD comprato agli amici e il biglietto del concerto (18 euro? Ma sei sicuro? Non ne vuoi almeno 25, 30?) e vorresti essere capace, anche tu, in un modo qualunque, di restituire. In cambio. Invece in cambio non c’è niente che puoi dare, ché tu non sei capace di arte, di tesori, di bellezza. Di gratitudine, sì, ancora una volta: solo di quella, sei capace.

(ne avevo già parlato qui, lo so, sono monotematica)

blog da passeggio

L’unica cosa che mi è abbastanza chiara è che davvero uno, quando parte, non sa dove arriverà. Spesso, e questo a me succede, non sa nemmeno esattamente dove vuole andare.
Io un anno fa non sapevo dove volevo andare e ho fatto dei passi un po’ a caso. Poi ho scelto sentieri, alcuni li ho anche lasciati per tracciati nuovi, altri sono abbastanza sicura che mi capiterà di abbandonarli per strade più invitanti. Metto in conto di inciampare, anche, prima o poi: è probabile che qualche passo falso mi sia anche già capitato ma credo di non essere mai caduta. Però può succedere, e se succede: pazienza, speriamo di non farci male.

Insomma, è un anno che cammino in questo posto e finora mi son divertita. Pensavo di incontrare solo qualcuno e invece ho incrociato tanti, compagni di viaggio o solo di passeggiate. Da queste parti il tempo è bello, il vento leggero, le gambe non sono ancora stanche: andiamo.

abbastanza inutile

Pensavo, stanotte, o forse sognavo, che a Vicenza il tram non c’è, non c’è da un sacco di tempo. Io, per dire, non l’ho mai visto. Eppure la gente, ma tutta, non solo alcuni, dice “tram” e intende “autobus”. Da sempre. Adesso secondo me stiamo imparando a dire “autobus” per intendere “autobus”, ma solo perché quelli che prendono l’autobus son gli stranieri, e gli stranieri secondo me parlano meglio di noi, certe volte.
Stanotte pensavo che un po’ mi dispiace, che tra un po’ tram vorrà dire tram e autobus autobus. Era una cosa che faceva tenerezza, il tram/autobus, per me.

un pensiero limpido che non so se riesco a esprimere

Io avrei cominciato  a metter via parole, a mano a mano che arrivavano, spontanee. Volevo conservarle in una scatolina, un salvadanaio, una borsina di tela, solo che poi mi son scordata di raccoglierle,  a mano a mano che arrivavano, e le ho lasciate ripartire senza rimpianto.
Son rimasta a corto di una lingua che descrive ma ci ho guadagnato di vivere giornate piene e gioiose, che a ricordarle le parole sono di troppo, a doverle raccontare sarebbero comunque poche.