scappano

Oggi mi piacerebbe scrivere ma ho mal di testa, mi danno fastidio gli occhi e quindi meglio di no. Peccato perché forse avevo qualcosa da dire e domani forse mi saranno scappate le parole.

Come al solito.

“fidati”

Riconosco in te la mia stessa fatica di dire e mi sforzo di non mostrartela, fingendo che siano indolori le parole.
Ti strappo dalla lingua pensieri che non vuoi ammettere o non sai riconoscere, o che vorresti in te eternamente muti.

Ricordo senza rimpiangere, e piango per te ogni lacrima che esce dai tuoi occhi.

Scusa.

l’umanità si divide/1

L’umanità si divide in quelli che hanno sempre paura di aver detto troppo e gli altri, che temono perennemente di non dire abbastanza.
Potremmo dire i sintetici e i prolissi, se non fosse che i termini non decifrano perfettamente la complessa psicologia umana.
In realtà i due atteggiamenti opposti denunciano in un caso la paura delle parole dette, come se pronunciarle (oppure scriverle) rendesse i pensieri trasparenti e definitivi e quindi mettesse chi li esprime in una condizione di estrema vulnerabilità; nell’altro la paura delle parole taciute, dell’incomprensione dietro l’angolo, dei sentimenti da intuire: è una fragilità diversa, che si nutre di dubbio e insicurezza.

Poi ci sono io, che ho difficoltà a capire di quale specie sono.

e nonostante tutto non conoscevo la differenza tra la battigia e il bagnasciuga

Non so se l’ho già scritto da qualche parte ma una delle cose della mia infanzia e giovinezza che ho sempre detestato durante i pranzi cene e merende in famiglia era che puntualmente capitava che qualcuno avesse un dubbio su una parola. Poteva essere che mio padre tirasse fuori un vocabolo arcaico oppure anche solo vagamente desueto e qualcun altro chiedesse spiegazioni, oppure che si usasse un termine improprio, o straniero, o dialettale; un neologismo, una parola dall’etimo incerto,  un termine tecnico di cui gli altri commensali non conoscessero il significato o dubitassero della correttezza: ogni volta ne usciva una discussione infinita, ognuno si premurava di dire la sua sperando che alla fine del confronto si potesse fare un referendum, una votazione, un’acclamazione che ponesse fine alla questione. Invece l’ultima parola spettava sempre a mio padre il quale, senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità di alzarsi dalla sedia, guardava una di noi e ordinava: “Prendi il vocabolario/dizionario bilingue/monolingue/etimologico/dei sinonimi e contrari; italiano/inglese/francese/veneto/spagnolo/tedesco”.

Il reparto vocabolari, abbastanza fornito, a casa dei miei è da sempre nella stessa libreria, in una specie di anti-anticamera a cui si accede salendo una rampetta di una decina di gradini, sufficienti a suscitare nell’adolescente medio un moto istantaneo di fastidio per l’incombenza più imposta che scelta. Un incubo quasi quotidiano.

Oggi a pranzo, a casa dei miei, a un certo punto (perché nelle famiglie le abitudini non cambiano nemmeno dopo decenni) parlavamo di libri elettronici e calligrafia e, non chiedetemi perché, qualcuno ha confessato di avere un dubbio sull’ortografia della parola grattugia. I veneti si sa che han problemi con le doppie.

Insomma, per farla breve, dopo che ognuno ha detto la sua, ho sentito la mia voce proporre:”Ma per essere sicuri cerchiamo nel vocabolario, dài!”
Mi sono alzata e ho fatto i dieci gradini che mi separavano dal reparto dizionari. Di mia spontanea volontà.

Sto inesorabilmente invecchiando.

abbastanza inutile

Pensavo, stanotte, o forse sognavo, che a Vicenza il tram non c’è, non c’è da un sacco di tempo. Io, per dire, non l’ho mai visto. Eppure la gente, ma tutta, non solo alcuni, dice “tram” e intende “autobus”. Da sempre. Adesso secondo me stiamo imparando a dire “autobus” per intendere “autobus”, ma solo perché quelli che prendono l’autobus son gli stranieri, e gli stranieri secondo me parlano meglio di noi, certe volte.
Stanotte pensavo che un po’ mi dispiace, che tra un po’ tram vorrà dire tram e autobus autobus. Era una cosa che faceva tenerezza, il tram/autobus, per me.

un pensiero limpido che non so se riesco a esprimere

Io avrei cominciato  a metter via parole, a mano a mano che arrivavano, spontanee. Volevo conservarle in una scatolina, un salvadanaio, una borsina di tela, solo che poi mi son scordata di raccoglierle,  a mano a mano che arrivavano, e le ho lasciate ripartire senza rimpianto.
Son rimasta a corto di una lingua che descrive ma ci ho guadagnato di vivere giornate piene e gioiose, che a ricordarle le parole sono di troppo, a doverle raccontare sarebbero comunque poche.

feeling good

Qualche giorno fa ho ricevuto da un amico una mail di 50 parole, compresi i saluti. Uno dice, in una mail di 50 parole non ci sarà scritto quasi niente; invece ci sono persone che sono abituate a comunicazioni scarne, e che in 50 parole ci fanno stare un sacco di cose, se vogliono.
C’era scritto, nella mail: “Con mia moglie ultimamente si sta un gran bene”. Io ho pensato che in questa frase ci fosse tutto un mondo, di sollievo, di rilassatezza, di confortevole appagamento; e che questo fosse tanto più apprezzabile in quanto scritto da uno che normalmente non si sbrodola in confidenze. Mi sono chiesta, chissà se gliel’ha detto, che si sta così bene, o se per scaramanzia o per paura con lei non ne parla. Ché io, per esempio, quell’errore lì lo faccio sempre, e quando penso che sto bene mi sembra che si debba capire da fuori, e invece no.

Poi ieri, che coincidenza, un altro uomo (il mio) mi ha detto all’incirca le stesse cose, e parlava di me. E ho riconosciuto il sollievo, la rilassatezza e l’appagamento e mi è sembrato bellissimo, sentirmelo dire. Io, poi, forse sono stata zitta perché mi son tuffata dentro a un bacio. Faccio sempre lo stesso errore, ma secondo me si capiva, che quella era la risposta.

Feeling good

all’istante

A me è successo più di una volta, e intendo fuori da qui, da questo mondo di felicemente disadattati, blogger e socialcazzari; mi è successo più di una volta di trovare persone a cui sentirmi legata all’istante.
Solo che in genere, fuori di qui, sono soprattutto i gesti, mai le parole, che rivelano un’affinità emotiva. Invece nel mondo dei felicemente disadattati le parole, e solo quelle, scorrono a fiumi: troppo spesso rapide, senza misura, poco pensate. Bisogna imparare a farsi strada, capire gli umori e le timidezze e distinguere: tra logorroici, poeti, esibizionisti, eremiti, finti tonti e tonti per davvero; lentamente affezionarsi alle persone  giuste. Ma senza gesti, senza sguardi, un legame di sole parole ti chiedi come sia veramente possibile.

E quando arrivano anche i gesti e gli sguardi realizzi che certe persone le cose importanti le conservano dentro agli occhi, per regalartele il giorno del primo abbraccio.

Kikka I love you*

Per sempre nel mio cuore )*

Te lo ricordi, quel giorno lì, quando i tuoi amici ti avevano preso per il culo e ti avevano detto, figurati, se una così viene a darla a te, mezzo sfigato come sei. Tu non avevi detto niente, loro avevano pensato che ci fossi rimasto male, e invece stavi solo cercando di nascondere l’eccitazione e la gioia dopo che lei ti aveva guardato negli occhi e tu avevi visto che non eri, davvero, il mezzo sfigato che tutti credevano. Dicessero quello che volevano, non ti toccava più.
Avevi lasciato gli amici ed eri andato da lei, e l’avevi baciata per tutto il pomeriggio mentre lei ti accarezzava la pelle sottile del polso dove si sentiva battere il cuore.
Era inevitabile, poi, che ti servisse uno spazio grande, per contenere quella gioia, e avevi scelto il muro più nuovo, più candido, più visibile. Avevi aspettato il buio e lasciato le parole in grande, che le vedesse lei e che le vedessero tutti, in paese. Che si sapesse che lei era tua e che sarebbe stato così per sempre. Per sempre.

Poi, un giorno, non era stato più per sempre e quelle parole avevano cominciato a pesare, e quella scritta era diventata troppo grande, troppo vistosa, troppo indelebile, e avevi cominciato a cambiare strada, per non passarci più davanti e per non doverci pensare, che lei non era più tua e  il ricordo di quei pomeriggi e di quei baci ti grattava il cuore come una raspa.

Allora ieri hai aspettato il buio, di nuovo, e quelle parole che erano tue le hai violentate, con rabbia e colore, per non vederle più. E invece, sotto, vedi: ci sono ancora.

* (io leggo le scritte sui muri)

attesa

Io quando sta per arrivare lo sento, eppure non capisco mai cosa sia. Un bisogno che si materializza o un pensiero che spasima per una forma. Una frase, un segno o una voglia nuova nelle mani. Adesso c’è e bisogna solo aspettare, per capire cosa vuole diventare.