un post che una volta dovevo scrivere per il many e poi invece no

Ho sempre pensato che dovremmo sentirci tutti non solo fortunati ma addirittura privilegiati solo perché viviamo qui, ora. Anche se era meglio prima, sarà meglio dopo o non sarà meglio mai perché il mondo alla fine è sempre lo stesso, di fatto stiamo da papi in confronto alla stragrandissima maggioranza della razza umana, noi che se ci ammaliamo abbiamo a disposizione un medico e un ospedale, che è molto più di quanto possano sperare otto persone su dieci, nel mondo; se perdiamo un parente è facile che sia un ultraottantenne e non un bambino sotto i cinque anni; se in casa non abbiamo niente da mangiare c’è sempre la pizzeria sotto casa, infatti per sperimentare il digiuno abbiamo dovuto farlo diventare una pratica salutista.

La fortuna però è una percezione, un atteggiamento mentale, è per questo che il più sfigato del mondo può, per predisposizione individuale, sentirsi una persona nata sotto una buona stella e prendere le cose della vita come delle sane opportunità; così come un altro dalla sorte sfacciata passerà magari la vita a lamentarsi delle avversità del destino. La sfiga, qui, sta nel carattere.

Io da parte mia non ho mai pensato che la vera fortuna sia quella di Gastone Paperone: vincere la lotteria, trovare una valigia piena di soldi, ricevere l’eredità di uno sconosciuto. Mi son sempre piaciute le piccole, sporadiche botte di culo di Paperino, e son sicura che Paperino in quelle rare occasioni di sorte propizia si senta il papero più fortunato del mondo.

Io se dovessi dire uno dei momenti in cui penso di essere baciata dalla fortuna è, per esempio, quando vado al supermercato pensando di avere… mettiamo ottanta euro nel portafogli e mi predispongo mentalmente a una spesa da massimo ottanta euro che non è una grossa spesa ma è una spesa che si fa in rilassatezza, senza pensarci troppo. Arrivo alla cassa e tirando fuori il portafogli mi accorgo che il biglietto da cinquanta che mi ricordavo di avere in realtà l’ho cambiato il giorno prima e quindi non ho affatto ottanta euro nel portafogli, infatti mi preparo già alla figura pietosa con la cassiera quando le dirò che non mi bastano i soldi e che deve togliere qualcosa dalla spesa. Invece lei mi dice che il totale sono cinquantadue euro e trenta e io arrivo giusto giusto a cinquantatre euro contando le monetine.

I settanta centesimi che mi avanzano li regalo al tipo di colore che chiede l’elemosina fuori dalla coop, mi sembra il minimo. Lo farebbe anche Paperino, son sicura.

fenomenologia dello scambio di casa/0: Parigi val bene una pulizia del water

Parigi ho capito che io mi ci sento a casa perché nella decina, forse più,  di vacanze che ci ho passato in vari momenti della mia vita, ho di fatto sempre abitato nella casa di qualcuno. A casa di Régine, a casa di Mona, a casa di Cécile, a casa di altri di cui non ricordo più il nome; questa volta qui a casa di Pascal, che a differenza di tutti gli altri era un perfetto sconosciuto ma da quando ho abitato a casa sua non lo è più.

Una cosa che mi piace di Parigi è che quando cambi quartiere è come se cambiassi città, e quindi abitare nel 19° (casa di Régine) è stato diversissimo che abitare nel 7° (casa di Mona) o nell’ 11° (casa di Cécile), per il fatto che la gente da un quartiere all’altro non si assomiglia, sembra proprio che si muova in modo tutto suo: abitare appena fuori dalla città, in una casa invece che in un appartamento, in un altro comune (casa di Pascal) è stato diverso in un altro modo ancora perché di gente ne incontri pochissima, in agosto, e ha tutta l’aria di essere in vacanza, si muove da vacanza.

Un’altra cosa che mi piace di Parigi è che a seconda delle persone con cui ci vai ti mostra una faccia diversa. Se vai dieci volte nello stesso posto con dieci persone vedrai dieci cose differenti, e ti verrà voglia di tornarci con l’undicesima.
Io, per conto mio, ci vorrei tornare con tutte le persone che amo, con alcune ci son già stata e probabilmente ci tornerò, con altre sono certa che non ci arriverò mai, ma se potessi lo farei, di corsa, con tutti.

A Parigi, se ci torni abbastanza spesso, l’ideale per me sarebbe una volta l’anno ma io una volta l’anno purtroppo non ce la faccio, ti accorgi che ci sono dei posti dove torni sempre e dei posti dove torni di rado. Per esempio a Montmartre erano trent’anni che non ci andavo e quest’anno che ci son tornata ho capito perché, e son sicura che almeno per i prossimi trenta sono a posto.

A Parigi vale la pena di capitarci in stagioni diverse perché così quando ci vai d’estate puoi permetterti di spendere una vacanza intera a zonzo per parchi e giardini che sono tutti fioriti e bellissimi e abbastanza invasi dai parigini in vacanza ma abbastanza poco dai turisti che devono vedere tutti i monumenti.

A Parigi può capitare che quando arrivi devi pulire il bagno però alla fine pensi che ne valeva comunque la pena.

appropriazioni indebite

Alle elementari una volta, per sbaglio, mi son tenuta un libro della biblioteca della scuola: provo ancora un vago senso di colpa, al ricordo. Non ho mai avuto il coraggio di restituirlo finché è passato troppo tempo per tornare indietro e quello che era un prestito si è trasformato in un furto.

Quest’anno mio figlio ha fatto la quinta elementare e qualche giorno dopo la fine della scuola ci siamo accorti di avere ancora a casa un libro che lui aveva preso in prestito e che io avrei dovuto aggiustare perché perdeva le pagine. Poiché è noto a tutti che il ciabattino (calzolaio/scarparo, non so come dite voi) gira con le scarpe rotte, è evidente che per analogia il figlio della restauratrice si tiene i libri scassati.
Infatti il libro in questione è ancora qui, in attesa di una sistematina, e chissà mai se (una volta, forse, magari, trovando il tempo e la voglia: rimesso in sesto) poi avremo la faccia tosta di bussare a scuola per restituirlo.

ho voglia di innamorarmi

Di cominciare ignara dalla uno e a pagina trenta essere un po’ invaghita, alla cento sentire già una sorta di affetto, verso la metà aver voglia di rallentare per non far finire tutto troppo in fretta e allo stesso tempo giocare con la tentazione di andare più veloce per arrivare subito in fondo. Alle ultime righe aver già nostalgia, e mitigare la malinconia dell’epilogo con l’allegria di un lieto fine, oppure abbandonarmi alla tristezza di una conclusione amara.

Non importa che sia il protagonista o un personaggio minore, alla fine lo voglio conoscere come fosse una persona vera, per quanto si riesca di rado a conoscere a fondo le persone vere.
Uomo, donna, non importa: basta che sia una figura piena e rotonda; simpatica oppure odiosa: la cosa fondamentale è che le creda, che i suoi pensieri ispirino dubbio o empatia, che non mi lasci indifferente.
Che l’adori o che mi faccia orrore, o tenerezza, o compassione; che mi somigli o che sia il mio opposto è indifferente: si può essere attratti dalle affinità come dalla totale assenza di tratti comuni.
Voglio entrare per il tempo di un libro nella vita di qualcuno che non sono io.

Poi, dopo un mese o un anno, quando la memoria avrà inghiottito le parole, ricordarmi solo di pochi dettagli, come succede con le persone che hai perso per strada. Però, quelli, non dimenticarli più.