incauta

Sono stata incauta. La devo smettere di parlare dei fatti miei sull’internet perché poi capitano delle cose spiacevoli.
Lo dicono tutti: non raccontare mai quando sei a casa da sola perché potrebbero arrivare dei malintenzionati. Non rivelare particolari su dove vivi, sui tuoi figli, sui tuoi orari. Il web è una tela di ragno velenosissimo, se non stai attento.

Qualche settimana fa ho scritto che dovevo tenere i miei uomini lontani dal tagliaerba per evitare che mi rasassero le piantine nuove e credo che loro l’abbiano letto perché infatti sono stati molto distanti.

Oggi il più anziano ha detto:”Bisognerebbe proprio tagliare l’erba: è altissima” allora ho chiesto al piccolo (ma aitante):”Ti va di aiutarmi a tagliare l’erba?” Lui ha alzato un sopracciglio e il lato sinistro del labbro in una smorfia poco promettente.
(Il medio, va da sé, non si è accorto di nulla: studiava)

E insomma, visto l’entusiasmo ho tagliato l’erba da sola.

8 marzo festa della mutanda

Oggi è l’8 marzo e io festeggio la mia prima settimana di sciopero della lavatrice.

Confesso che è uno sciopero difficilissimo perché si scontra con la mia naturale tendenza al chioccismo, che è quella cosa che ti porta a trattare i tuoi figli come se fossero sempre i tuoi pulcini.

L’idea che la dispensa sia poco fornita, il bucato da stirare, che manchi il pane (orrore!) o che i pulcini tornino da scuola affamati e non ci sia il pranzo pronto nel giro di dieci minuti mi fa soffrire. È più forte di me e non posso farci niente. Questa volta ho deciso, però, di soffrire in silenzio e di pretendere da loro quello che è giusto che loro pretendano da se stessi, e cioè un minimo di autonomia.

I miei figli hanno un cesto della biancheria che straborda costantemente. Alle mie richieste di svuotarlo di tanto in tanto, e di trasferire i panni da lavare in lavanderia hanno risposto, dopo reiterati solleciti, con una sostanziale inerzia.
Fino alla settimana scorsa, superando il senso di frustrazione, mi sono sempre risolta a pensarci da me, a svuotare il cesto secondo un mio criterio, bianchi o colorati a seconda delle giornate, in modo che ci fossero sempre un certo numero di mutande pulite e un paio di jeans a disposizione.
Finché un giorno ho capito che sbagliavo: la femminista che è in me ha avuto un moto di ribellione, non al fatto di dover svolgere un lavoro che dovrebbe toccare ai miei figli, ma all’idea che due uomini educati da me diano per scontato che le incombenze domestiche siano esclusivamente di mia competenza. È giunto finalmente il momento di dare agli uomini la possibilità di essere nostri pari, e la consapevolezza che possono essere completi, indipendenti, liberi.

In realtà nella mia famiglia i maschi, che sono la maggioranza, hanno dei compiti che svolgono abbastanza frequentemente: apparecchiare e sparecchiare la tavola, svuotare la lavastoviglie (un lavoro che non piace a nessuno), occuparsi del conferimento dell’umido e del vetro nei cassonetti appositi. Queste mansioni però spesso vengono svolte dai due giovani come se fossero un favore, una gentilezza, un regalo. Qualche volta bisogna domandare, pungolare, incalzare per ottenere un servizio che dovrebbe essere svolto spontaneamente e per puro senso del dovere e della collaborazione. E quello del bucato è un compito che proprio non ne vogliono sapere di considerare come proprio.
Insomma, al momento la loro autosufficienza è incompleta e la mia battaglia per la parità dei sessi, per quanto dura, deve andare avanti.

Fatto sta che ho redatto delle brevi istruzioni sui programmi della lavatrice: bianchi, colorati e lana. Mi sono imposta di mantenere la calma anche quando la mattina alle 7:27 i ragazzi ciondolano senza calzini o vagano alla ricerca di una felpa.  Non che non abbia la tentazione di andare a controllare lo stato del loro cesto (del resto la loro ultima lavatrice risale a una settimana fa quindi posso immaginare la quantità di roba accumulata) o di buttare con nonchalance quattro cose loro nella lavatrice nostra ma so che devo resistere per il loro bene:  i maschi della mia famiglia hanno il diritto di diventare persone indipendenti, e non sarà la mia natura di chioccia a impedirglielo.

Mi consolo pensando che nessuno è mai morto per una mutanda riciclata dal giorno prima. Almeno, non credo.

come rendere un nativo digitale un uomo vero (potete provare anche voi)

Sono due giorni che penso a mia nonna perché volevo scrivere un post per un blog che cerca storie di cucina, e mia nonna è stata la prima persona che mi è venuta in mente per una storia di ricordi che parlano di cucina.

Poi da quando ho cominciato  a pensarci non ho smesso più e tutte le cose che succedono adesso (e magari anche fino a domani) in qualche modo mi viene da legarle a qualche ricordo di mia nonna.

Oggi che mio figlio era a casa malato, e anch’io non è che mi senta benissimo, per la verità, ci siamo messi in soggiorno a fare attività leggere per persone malate: a un certo punto ho realizzato che c’era una cosa che mi serviva tantissimo, un piacere che dovevo chiedere a mio figlio (che in quel momento era sfaccendato) e che si sarebbe rivelato di grandissima utilità per me ma anche per lui: una specie di lezione di vita che io, a mia volta, me lo ricordo perfettamente, avevo imparato da mia nonna.

“Metti le mani così” gli ho detto, mostrandogli come. Lui ha allargato le braccia e ha alzato gli avambracci pependicolarmente al pavimento per lasciarmi infilare la matassa di lana di pecora biologica che nelle mie intenzioni doveva diventare un gomitolo e poi una specie di maglia.

Poi siamo stati un po’ a chiacchierare mentre io facevo il gomitolo con la lana e lui si dondolava assecondando il movimento di srotolamento del filo. Non so se avete presente.
Mentre lo facevo pensavo che quel gesto lì ogni uomo completo dovrebbe conoscerlo, infatti io due uomini su tre, in casa mia, li ho addestrati.
Lo deve conoscere perché è una specie di legame con il passato: io sono certa che mio padre e mio nonno e il mio bisnonno quel gesto lì, una volta almeno ma più probabilmente mille, forse brontolando, da piccolo o da grande, lo deve aver imparato ed è bellissimo, io credo, che certe cose rimangano, anche se diventano rare e non più quotidiane, perché mio figlio è un uomo del ventunesimo secolo e non del diciannovesimo come mio nonno o del ventesimo come mio padre, e di fare i gomitoli non gli capiterà spessissimo.

E insomma oggi ho sentito di aver fatto una cosa utile per l’umanità: tramandare un gesto quasi perduto.

ci si può astrarre da un bel culo, se serve

Vi assicuro, quella volta non fu per cattiveria: Eva si trovava per caso sotto il melo, e sfido chiunque a resistere a un pomo biologico senza baco (c’era il serpente, questo è vero, ma non si vedeva ancora). La mela voleva mangiarsela lei, ma poi pensò alla noia di trovarsi in compagnia di quel babbeo di Adamo che sarebbe rimasto, lui solo, ignaro delle cose del mondo e quindi un morso lo concesse anche al tapino. Perché Eva già intuiva che gli uomini se non ci fossero bisognerebbe inventarli; ma così come sono: con tutto il bene e con tutto il male.

Gli uomini, ho deciso, sono una fonte continua di stupore. Non ti stancheresti mai di studiarli. Prendo spunto da una delle illuminate esternazioni dello Splendido. Secondo me nessun maschio al mondo sarebbe disposto ad ammettere che sia possibile un vero rapporto di amicizia tra uomo e donna. Forse uno o due che lo pensano, sulla terra, li troviamo: ma sarebbero additati come bizzarre creature se lo estrinsecassero in pubblico e quindi probabilmente possiamo dire che nessun maschio si è mai azzardato ad ammetterlo. Fin qui, niente di strano. Gli uomini riescono a confinare le loro certezze antropologiche in compartimenti stagni e beati loro.

Il problema nasce quando tu con uno di questi maschi costruisci esattamente quello che si potrebbe catalogare come un puro, sano e immacolato rapporto di amicizia. E allora ti viene da chiedergli, a ‘sto maschio, ma voi uomini non dite sempre che non si può essere amici? Che c’è sempre sotto un interesse di altro genere? Che il sesso rimane l’unico vero motore del mondo? E qui che altro genere di interesse c’è? Io la so la risposta.

La risposta è ma io sono l’eccezione che conferma la regola. E loro lo pensano davvero.

Io ai maschi glielo vorrei dire. Che l’amicizia tra persone dello stesso sesso è una bella cosa: ti conforta, ti rassicura ma non ti fa capire il mondo. Che, posto che un amico sia uno con cui potresti tranquillamente dividere il letto senza che succeda niente di irreparabile, non significa che costui sia un essere ripugnante, che non ti piaccia per niente. No. Significa che le cose che ti interessano di lui sono altre, anche se è caruccio, ha un sorriso stupendo e magari anche un bel culo. Non importa. Ci si può astrarre da un bel culo, se serve.

È perfettamente inutile, caro il mio uomo, che tu mi venga a obiettare che invece le tue amiche sono tutte orrende, perché le conosco e lo so che non sono orrende per niente. Non occorre che mi spieghi, perché tu non sei l’eccezione che conferma la regola. So anche di cosa parli, con le tue amiche. So cosa ti confidano e so come ti sfoghi tu, con loro. Lo so perché è questo che fanno, gli amici maschi. Se non ti chiedo con chi hai parlato quando ti sentivi male è perché lo so, che non era un uomo. E hai fatto bene, perché in un amico maschio quel sostegno non l’avresti trovato.

Io, che le tue amiche mi stanno sulle palle, non lo dico. Non lo penso nemmeno. Perché a te le amiche ti hanno sempre fatto bene. Io, amica tua non voglio esserlo. Ché con gli amici potresti benissimo dividere il letto senza che succeda niente di irreparabile, e non mi sembra proprio questo il caso.