riciclaggio estremo ovvero: No, non sono superstiziosa

Stamattina sono stata alla sede dell’AIDO della mia città per consegnare un foglio. Non era l’iscrizione perché io sono iscritta all’AIDO già da un sacco di tempo, da quando ero minorenne, infatti ho dovuto portare la conferma di iscrizione così loro son sicuri che se muoio (“se” nel senso di “quando”) io ero d’accordo per il mio riciclaggio e non ci son storie.

In effetti mi sono iscritta che ero parecchio minorenne, avrò avuto 12 o 13 anni (ma la sparo a caso, in realtà non me lo ricordo per niente): so che ho la tessera numero 11628 e che oggi, in Veneto, siamo arrivati a 198287 iscritti, quindi ne è passato, di tempo.

Ho pensato che non mi fa nessun effetto prendere delle decisioni che riguardano la mia morte o anzi sì, mi fa l’effetto di sentirmi più serena.
Poi l’idea di essere riciclata non mi dispiace affatto: sono anche certa che uno o due organi in meno siano irrilevanti sia ai fini di una possibile reincarnazione (se puoi diventare quadrupede o insetto o serpente e nessuno ti conta il numero di zampe da una volta all’altra penso che anche un cuore o un fegato te li danno nuovi ogni volta) che della tanto promessa resurrezione dei morti (sarebbe gran sfiga se uno in vita avesse perso qualche pezzo per un incidente e gli toccasse rivivere mutilato per l’eternità. Nessun dio prometterebbe cose del genere).

Quindi, qualunque siano le vostre aspettative per l’aldilà, pensateci: non siate gelosi dei vostri pezzi, una volta che non vi servono più.

(campagna promozionale spontanea rivolta a grandi e piccini, atei e non, generosi un po’)

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rivoglio i momenti sospesi

Non siamo più capaci di aspettare, i tempi delle attese ci sembrano spreco di vita: e sì che poi di vita ne buttiamo tanta in altri modi…
Ordiniamo un libro e lo vogliamo a casa, domani: se tarda scalpitiamo.
Facciamo un biglietto (del treno, del cinema, del teatro) e ci serve subito, qui. Guai se qualcosa va storto, se la connessione non c’è, se il sito non funziona: il tempo di aspettare non esiste, non è contemplato, la normalità è arrivare all’ultimo minuto e pretendere l’immediatezza.

E non ci ricordiamo più che gioia dava sfiorare i desideri, coltivare le aspettative, vagheggiare, sognare, oggi che ci sembra troppo aspettare il tempo di scaricare un disco da iTunes (un supplizio, pare: diresti mai che parliamo di minuti?) e che controlliamo impazienti la risposta a una mail che dopo un’ora ancora non arriva. Eppure sembra ieri che registrare un disco o doppiare una cassetta durava il tempo dell’album, e anzi era il pretesto per ascoltarselo tutto, e goderselo nell’attesa.
E aspettare una risposta che non arrivava significava guardare ogni giorno all’ora del postino la cassetta delle lettere vuota, fino alla mattina in cui miracolosamente la cassetta ti regalava un piccolo tesoro; e qualche volta avere la fortuna di una congiuntura favorevole di scrittura, levate e distribuzioni che nel giro di un paio di giorni ti riportava una lettera nuova, in risposta alla tua, emozionante perché inattesa.

Dove sono finiti il respiro del tempo, la fatica della gestazione, la trepidazione e insieme la pazienza?
Si son lasciati dietro la stizza, la frenesia, la fretta e l’insofferenza.
Niente che possa farci godere dei momenti sospesi.

dell’impossibilità di dire

Mi capita sempre più spesso di non trovare il modo. Di avere chiare le emozioni ma di arrampicarmi per cercare di dirle, e non riuscire. Mi capita soprattutto quando i sentimenti nascono inaspettati e lasciano scie di nostalgia ancora prima che finiscano di accarezzarmi. Nostalgia preventiva, la chiamo io.

È possibile che qualcosa si opponga alla riuscita del racconto perché certe cose, a dirle, vuol dire che son finite, e la nostalgia preventiva chiede invece di prolungarne la durata, in quella paradossale condizione di limbo tra il prima e il dopo. Ché i momenti rilevanti stabiliscono sempre un confine tra prima e dopo, penso.

Vale per tutto: la primavera, l’innamoramento, l’adolescenza, le sorprese.

(Qualche giorno fa ho vissuto un momento di meraviglia, grazie a mio figlio. Non trovo le parole per raccontarlo. Io mi accontento di ricordarne la dolcezza: voi, fidatevi)