canzone d’amore e confidenza

Di te mi piace che sei meno fragile di quel che sembra, e però allo stesso tempo di più.
Amo la tua illusoria leggerezza; la trasparenza e il suo contrario, la luce attraverso: sorpresa di filigrana.
La lingua che parli: scrocchio e fruscio; la tua insospettabile asciutta elasticità; l’odore che con gli anni si fa più legnoso, la flessibilità che diventa più ostica, come succede ai vecchi.
E che come certi vecchi inossidabili spesso tu riesca a non dimostrare la tua età.

Mi piace che tu dia confidenza a pochi: un giorno carezza di barbe, un altro ferita di taglio, a chi non sa come toccarti.
E che tu ti faccia arrendevole e malleabile quando ti piace e diventi puro nervo e tenacia quando vuoi.
So bene che ridi degli ingenui che non sanno prenderti per il verso giusto, ma io so come sei, conosco il tuo respiro.

È  la tua forza e la tua debolezza.

non sono una maestra

Non mi conoscono. Mi presento, li guardo tutti negli occhi sorridendo, chiedo i loro nomi. Alcuni sono nomi stranissimi che non riesco a ripetere. Ridono, quando sbaglio a pronunciarli, mi correggono divertiti perché a loro non sembrano difficili: sono i nomi dei compagni di scuola.

Sul tavolo rettangolare ho disposto il materiale con cui lavorare, li guardo guardare incuriositi senza immaginare come funzioni: appena vedono l’acqua gli nasce una domanda negli occhi. Spiego che sì, bisogna mettere le mani in acqua, per questo lavoro, ma più tardi. L’acqua è tiepida apposta perché a loro non dia fastidio bagnarsi, qualcuno non resiste e tuffa due dita nella bacinella, io faccio finta di arrabbiarmi: non si mettono le mani in acqua senza il mio permesso.

Ormai è tutto pronto e la pasta di carta sciolta in acqua; mostro loro come si fa, e so che sembra una magia. E’ sempre così, quando da un minestrone semiliquido esce un foglietto rettangolare. Faccio finta di essere una strega, che quella sia la mia pozione magica, loro si divertono a fingere di crederci.

Quando è ora di provare, i più timidi cercano di mimetizzarsi; le bambine, intraprendenti, hanno già tirato su le maniche. Qualcuno si rifiuta di lavorare perché non vuole bagnarsi le mani; io non insisto ma incoraggio, sperando che alla fine venga voglia anche a loro.

Questi bambini sono un fantastico campione di umanità. Ci sono i paurosi, gli ambiziosi, i secchioni, gli insicuri. I chiacchieroni, i timidi, quelli che sembrano timidi ma poi diventano estroversi. Le perfezioniste, quelli che hanno fretta di finire, quelli che vogliono fare da soli e quelli che vorranno sempre un aiuto. Li riconosco subito, e mi chiedo se crescendo cambieranno indole e modi, influenzati dalle mille esperienze della vita, o se assomiglieranno sempre ai loro stessi bambini.

Si lavora chiacchierando; mi raccontano vita, morte e miracoli dei fratelli, dei genitori e dei nonni. Io gli parlo dei miei figli, bambini grandi. Mi chiamano Chiara perché, dicono, non sono una maestra. Per tutto il tempo mi chiedo chi è tra di noi quello che si diverte di più, con questo gioco. Non so perché ma ho sempre il sospetto di essere io.

E intanto un po’ li ascolto e un po’ penso che mi manca avere dei bambini ancora piccoli, che si stupiscono con le magie; che mi conviene approfittare di questi bambini qui, che si innamorano di me dopo cinque minuti; che mi dicono Ti voglio bene, Chiara; che vanno a casa felici perché gli ho fatto scoprire una cosa nuova, e raccontano che abbiamo usato il frullatore per fare il minestrone viola.

si fa quel che si può

 

Flora ha un ex buchetto sul braccio destro, in alto, nel posto dove si facevano (si fanno ancora?) le vaccinazioni. Fosse solo per il buchetto: il problema è l’ex. Due volte ex: la prima volta, rattoppato alla buona con un pezzo di cartaccia e chissà quale colla, che ha lasciato un alone di grigiume tutto intorno; la seconda, richiuso con amore e pezzette di carta giapponese. Da me.

La guardo, Flora, la pelle bianchissima ma non bianca, su quel braccio lì: un bianco grigio ma anche leggermente avorio, con l’alone intorno al buchetto che non c’è verso di toglierlo, per via di quel bianco non bianco: prova tu a togliere il grigio dal bianco, proprio nel punto più bianco ma non bianco del braccio. Non si leva: si alleggerisce appena, con una passata di pastello prima bianco poi avorio, poi nero, un po’ dentro un po’ fuori ad alleggerire contrasti.

A me spiace, per Flora, avvolta dal suo velo trasparente: che mi verrebbe da sollevarlo appena, quel velo, a coprire la vaccinazione. Ma non posso.

 

 

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le déjeuner du Génie (sembra uno scioglilingua e infatti lo è)

Mi è capitato, una volta, in un giorno speciale, di toccare un disegno di Michelangelo: uno schizzo di architettura a sanguigna su un foglio di carta quadrato.
È una di quelle cose che non succedono spesso, a meno che uno non lavori per una Biblioteca Nazionale, per una Soprintendenza, in un Gabinetto disegni e stampe di qualche museo stratosferico: anzi anche lavorandoci credo non capiti spesso nemmeno lì.
Ho pensato che ci fosse del miracoloso, nel fatto che io e Michelangelo una volta nella vita avessimo preso in mano lo stesso foglio.
Mi sono detta che se lui, in quel momento, quando aveva l’urgenza di quel disegno, avesse agguantato il primo foglio capitato sotto mano; se invece di quella bella carta pulita, di cotone resistente, avesse trovato sul tavolo la pagina sgualcita che avvolgeva il panino con la finocchiona che si era portato per pranzo e avesse abbozzato lì il suo disegno, tra una macchia di unto e una ditata (perché questo chiede, l’urgenza); oppure se avesse finito il disegno E POI gli fosse servito il foglio per avvolgere il panino (cose che capitano anche nelle migliori famiglie), ecco: in quel caso non mi sarebbe potuto succedere, di toccare la stessa carta di Michelangelo.

Non sto a dire che emozione sia stata, sfiorare quel foglio; vederlo da vicinissimo e senza vetri protettivi intorno; trovarsi a tu per tu con un pezzetto quadrato di Storia e di Arte e di Genio.

Però lui, sono quasi sicura che invece a me non abbia pensato, quel giorno: ha buttato giù lo schizzo, si è mangiato il panino e probabilmente si è sentito uno come tanti, in pausa pranzo.