ehilà!

Il primo vantaggio di avere dei figli grandi che ormai di tanto in tanto, almeno per alcune ore del giorno o della sera, lasciano il nido, è che finalmente in certi frangenti puoi fare un po’ di rumore.

Così poi capita che ti accorgi di aver lasciato tutte le finestre aperte.

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quasi tutte cose che so per sentito dire perché mi intendo pochissimo di amanti

Nel momento della passione, si sa, ognuno si comporta a modo suo e, purché si sia contenti entrambi, va tutto bene.

Ce n’è per tutti i gusti:  partner inutilmente chiacchieroni e altri esageratamente muti. Certi così rumorosi da farti vergognare con i vicini e altri silenziosi che ogni tanto devi controllare se stanno dormendo. I fantasticatori che si vivono tutto un loro film nella testa mentre gli stai facendo delle cose e quelli che guai a perdere la concentrazione un secondo da quello che si sta vivendo lì per lì. Quelli iperattivi e gli altri, che amano prendersi il gusto senza la fatica. Gli instancabili, i pigri, i promettitori, gli intransigenti, gli sperimentatori, gli abitudinari, gli schizzinosi, gli impavidi, i seriosi e quelli che giocano.

Le parole, uno in quei momenti chissà come le sceglie. Le sceglie o vengono un po’ come vogliono? A qualcuno piacciono le parole sconce, gli ordini perentori, la violenza verbale in sostituzione o in associazione a quella fisica. Altri amano le parole dolci, le frasi d’amore, la tenerezza al limite del mieloso.
Poi c’è mio marito, né zuccheroso né aggressivo, che sa scegliere sempre le attenzioni giuste al momento giusto, e adeguare le parole alla situazione. Voi neghereste qualcosa ad un amante che durante un amplesso vi sussurri, con spontanea dolcezza e tuttavia anche maschia convinzione, come si conviene ad un uomo deciso ma delicato: “Ti prego non dimagrire”?

condizione necessaria e sufficiente

Il sabato mattina è naturalmente il momento migliore di tutta la settimana e secondo me ognuno dovrebbe passarlo nel modo perfetto, perché da questo dipende il benessere non solo di tutto il fine settimana ma anche e soprattutto della settimana successiva.

Il sabato mattina ideale si svolge a letto, almeno fino all’ora più che decorosa delle 11, 11 e mezza, quindi alzandosi entro il limite psicologico delle 12 e cioè giusto in tempo per non essere aggrediti dai sensi di colpa.
Nel frattempo sarebbe bene usare al meglio la mattina con delle attività di svago e/o di relax: concedersi una bella colazione tra le lenzuola stando attenti a non sbriciolare la brioche sulle coperte, sorseggiare il caffè leggendo il giornale o un bel libro, chiacchierare, accarezzare il gatto, dedicarsi ad occupazioni ludico/ricreative di coppia prendendosi il tempo che serve.
Per far questo, è bene liberarsi della prole entro le 7 e mezza, 8 meno un quarto al massimo, allo scopo di poter sfogare la passione senza inibizioni sonore, una cosa che di norma è difficile in una casa abitata da altri: conviene pensarci bene al momento della scelta dell’orario scolastico che può prevedere il sabato a casa oppure no (io consiglio vivamente di no)

Poi resta il tempo per un sonnellino, altre chiacchiere, altri baci, una doccia, scrivere un post in accappatoio mentre tuo marito fischietta (fischietta!).

Niente di meno e niente di più di quel che serve.

toccata e fuga ovvero: apologia della sveltina

L’amore, certo, ha bisogno dei suoi tempi. Un’ora, un pomeriggio, per quelli che ce la fanno anche tutta la notte. Per i preliminari, i giochi, le pause, le carezze, il cibo, le parole, l’abbandono, il riposo, qualche volta la fortuna di ricominciare.

Sì.

Però vuoi mettere il gusto di esser pronti per uscire, lavati profumati e vestiti, magari anche come succede spesso appena un po’ in ritardo, aggiustarsi all’ultimo una calza, un calzino, un elastico di mutanda e cogliere nell’altro uno sguardo, l’urgenza del desiderio, e chiedersi se sia il caso e decidere che è il caso per il solo fatto che siamo qui adesso anche se abbiamo un minuto e mezzo prima che ci chiamino per sapere se arriviamo; e dover rispondere Sì, certo: arriviamo, tra un momento solo.

Oppure la bellezza di uscire dai sogni poco prima della sveglia con una mano che accarezza la pelle addormentata e sapere che manca quasi niente al risveglio di tutta la casa ma  aver voglia di lasciarsi andare lo stesso a quel contatto a metà tra il sonno e la veglia, per precipitarsi subito dopo alle incombenze della mattina: aprire le finestre, correre a fare il caffè, chiedendosi se è successo davvero.

Io, signori miei, la sveltina la assolvo.

(Dedicato agli amici di friendfeed)

 

bisogna farlo di pomeriggio

Il sesso, in effetti, è un po’ come la scrittura: ci sono giorni in cui ne hai voglia, giorni in cui non ne hai, giorni in cui ne avresti voglia se trovassi il momento, la concentrazione, la collocazione appropriata.

La donna, in quanto essere squisitamente in balia degli eventi naturali, delle fasi lunari, dei ritmi circadiani, la sera è portata ad accasciarsi in uno stato prossimo all’atarassia o al catatonismo, da cui è arduo distoglierla; l’uomo, non si sa come, è sveglio come un grillo e non si capacita dello scarso o nullo interesse che la sua donna dimostra di fronte alle sue avances amorose.
Questo perché il momento, la concentrazione, la collocazione ideali (per il sesso, non per la scrittura) secondo me si trovano di pomeriggio.

 Mi direte che è un po’ poco per risolvere i problemi del mondo. Dipende dai punti di vista: se partiamo dal presupposto che tutti gli uomini si lamentano, si son lamentati o si lamenteranno, presto o tardi, per la scarsa disponibilità erotica delle loro consorti, compagne o fidanzate di lungo corso, allora la soluzione di questo dramma dell’incomunicabilità potrebbe rivelarsi rivoluzionaria.

 Mi direte che si fa presto a dire pomeriggio, ma le persone normali di pomeriggio lavorano. Lo so: se non si ha la fortuna di orari flessibili e segretarie collaborative è necessario approfittare del fine settimana; nel qual caso il pomeriggio può anche acquistare una durata più che dignitosa, contrariamente al resto della settimana.

 Mi direte che ci sono degli impedimenti sotto forma di figli che di pomeriggio hanno la pessima abitudine di girare per casa. A questo proposito ho deciso che la playstation, il computer, la televisione, i cugini e, in misura minore ma comunque significativa, i compiti per le vacanze sono stati inventati allo scopo di distrarre la prole per il tempo necessario affinché i genitori abbiano la possibilità, previo barricamento in camera da letto, di svolgere i loro amorosi impegni.

 

P1020699Io ve lo dico: funziona molto meglio, di pomeriggio.

 Soprattutto se si dispone di un cartellino sulla porta come il mio (fatto da Lorenzo per la festa della mamma, ma perfetto per l’occasione)

 

di necessità e di smania

La scrittura,  trovo che sia un po’ come il sesso: la ragione principale per farlo è il piacere personale prima ancora che quello altrui (lo so, sono egoista) e invece capita anche, qualche volta, per abitudine o per senso del dovere.

Io da qualche giorno non ho più il mio netbook, che era il mio cordone ombelicale con la rete.
In casa per la verità ci sono due computer: un notebook figo, che però è dello Splendido, e una ciofeca che va a manovella, che è dei bambini. Io li posso usare, quando mi serve, ma non è come avere il Piccoletto di fianco, acceso giorno e notte (si fa per dire: io di notte dormo), solo mio, con le mie password memorizzate ché tanto nessuno oltre a me lo usa, con il plin plon della posta in arrivo.

Lo Splendido mi ha detto dài che ne prendiamo un altro; io sto temporeggiando e lo so che sembra incomprensibile, ma è per via del desiderio.

Io, quando non avevo il Piccoletto giravo con un taccuino in borsa, e guai a dimenticarlo a casa. Magari non avevo accesso a un pc per ore o per giorni e la scrittura era necessaria e improcrastinabile. Nel taccuino ci finiva un po’ di tutto: frasi finite, parole solitarie, pezzi interi con un capo e una coda, che restavano in attesa prima di finire in un post, in una mail o in una lettera d’amore.

Questa abitudine bella l’ho persa, con la comodità di una tastiera sempra a portata di mano. E sarà per via del fatto che sono una tipa all’antica, ma quel desiderio lì, impellente, di scrittura, lo voglio di nuovo. Voglio la penna che scorre sulla carta: una penna così e una carta colà, non penna e carta tout court. Voglio guardare i segni, voglio che la scrittura sia bella da vedere prima che da leggere, perché se è brutta da vedere sarà brutta anche da leggere; voglio il peso del quadernino nella borsa a ricordarmi che quello che incontro lo posso immortalare con l’inchiostro, liquido e tiepido che pare sangue tra le dita.

Io il desiderio spesso me lo perdo per strada, per pigrizia o per abitudine, e lo devo cercare nelle tasche nascoste, come quando scopri che fai l’amore ancora prima di sentirne il bisogno vero e vuoi tornare a ricordarti la necessità e la smania.

bisogna educarli da piccoli

E poi ci fu, quindici anni orsono, la prima notte di nozze. Ne vogliamo parlare?

La prima notte di nozze, una volta, secondo me aveva il suo bel perché: dopo che avevi passato mesi o anche anni a guardarti da lontano e a sfiorarti le mani di nascosto, nei giorni in cui i genitori si scordavano di sguinzagliarti dietro orde di fratelli più piccoli, ti trovavi finalmente a casa tua e fuori tutti; tu e lui e insomma, improvvisamente soli, capisco che non si potesse attendere un minuto di più.

 Noi dopo quella giornata lì, quando ci siamo trovati da soli, è stato per scoprire che avevamo una tenda al posto del letto, e io non so se fosse perché ero stanca morta, ma pur di non fare la fatica di smontare la tenda e rimettere il materasso giuro che se la temperatura non avesse sfiorato i 2000° ci avrei dormito dentro. Insomma dopo tutta la giornata di emozioni e amici e mal di stomaco (ché io ero agitata forte, l’ho già detto) e smonta la tenda, finalmente avevamo un letto e credo che dopo un microsecondo il mio novello sposo abbia capito che dormivo. Va detto che la mia intenzione era appunto quella di mettere la testa sul cuscino e svenire tra le braccia di Morfeo. Anche perché, diciamocelo, nei nove anni precedenti noi non è che ci fossimo sfiorati le mani di nascosto e quindi onestamente la mia priorità in quel momento era il sonno.

 Epperò gli uomini voi li conoscete. Nel cuore della notte sento quello che dorme impunemente nel mio letto che mi importuna ripetutamente fino a svegliarmi. È la nostra prima notte di nozze, dice, non vorrai mica dormire tutto il tempo?

Beh, quella notte credo di avergli fatto il più grande cazziatone della mia vita.

V.M. 16 anni (agli altri può far solo bene)

(post orgasmic chill heat)*

Stanno da minuti silenziosi intrappolati in un intreccio di gambe e di mani da cui non accennano a sciogliersi, venendo a galla lentamente, entrambi, dal sonno imprevisto e leggero che li ha sorpresi dopo un momento di estasi più carnale che mistica.

“Sei bella da guardare e da toccare”.
Lei tace, perché bella non si è mai sentita, mai una volta in tutta la vita. Eppure crede a quello che lui dice; sarà per l’espressione dei suoi occhi, sarà per il mezzo sorriso che le rivolge mentre parla.
“Sei bella da guardare e da toccare”. Non dice anche: “Sei bella da farci l’amore”, ma si capisce che l‘ha pensato, prima; prima del sonno. E che lo pensa anche adesso.

Lei non considera nemmeno la possibilità di svincolarsi dalla stretta in cui si immagina eternamente pietrificata nell’eruzione di tanto amore: le piace affondare e respirare nell’umidità tiepida di quell’abbraccio.
E poi non c’è fretta: il pomeriggio per fortuna non è ancora finito.

 

*se non si fosse capito: questo è un riferimento musicale

una ragazza troppo seria

Leggo su una rivista che la media degli amanti avuti da ogni donna è 13. Tredici.

Ora, a parte il fatto che vorrei sapere come li fanno, ‘sti sondaggi, ché se lo chiedono a una di vent’anni è una cosa, se lo domandano a una di sessanta è un’altra…

A parte questo, dicevo, che poi per me è del tutto irrilevante, perchè che me l’avessero chiesto a venti o a trenta o a quaranta la riposta sarebbe stata sempre la stessa: ma secondo voi mi devo preoccupare, di abbassare così tanto la media?