mezzo. E mezzo no

Oggi ho visto un tizio, mezzo tossico mezzo punkabbestia, i capelli mezzi rasati e mezzi rasta: brutto, sporco e dallo sguardo malato.

Mentre camminava, con un gesto meccanico, ha buttato una carta nel cestino: ho notato il gesto ancora prima di accorgermi del cestino.

Quello che ho pensato è che per quanto scegli, o ti capiti, di  vivere come un  mezzo disgraziato, nei gesti sovrappensiero esce l’educazione che hai ricevuto.

di strette

Gli abbracci parlano. Ci sono abbracci che sono come un arrivederci malinconico o anche magari un addio e altri che sembrano un Ciao, finalmente!
Certi sono una presa forte, altri una stretta timida, altri ancora un festoso stropicciamento.

Io da parte mia amo farmi abbracciare più che abbracciare e forse è una forma di egoismo oppure è il fatto che raramente trovo qualcuno di piccolo quanto me e quindi mi risulta più facile starci dentro, alla stretta.
Le donne si serrano tra di loro in modo rapido ma caloroso, gli uomini tra uomini non lo so (i maschi si abbracciano sempre troppo poco e con troppo pudore).

L’abbraccio delle persone speciali è come un incastro di lego in cui i pezzi trovano il loro giusto posto; l’abbraccio con quelle indispensabili, però, è l’incastro che con due tasselli hai già costruito la casa.

Io ieri ho provato il festoso stropicciamento con uno che credo mi abbia scompigliato perfino i capelli: un po’ come entrare per un momento dentro un allegro frullatore.

persone, per strada/1

Curvo, molto curvo, cammina piano: nella destra un bastone, da sostegno più che da passeggio.
Nella sinistra la mano di un uomo più giovane, che paziente asseconda la lentezza dei passi.

Non è così che immagino la mia vecchiaia – non così curva, almeno – ma chi può mai saperlo…
E invece magari è così che devo sperarla, una mano nella mano a renderla più lieve.

è una pura coincidenza che Sergio mi abbia detto che mancava il profumo

Mi accorgo di continuo di come le persone lascino da sempre nella mia vita delle scie indelebili. Le ritrovo nei gesti, nei sapori, nelle cose che abbiamo visto o fatto insieme; nello scaturire emotivo del ricordo molto più che nella memoria cosciente, che ho poco sviluppata. Ci sono eventi, banalissimi o eccezionali, che non possono non rievocare persone, in una magia che ritorna al di là della mia volontà o del pensiero conscio.

Quindi per sempre: Heidi, la puzza della palestra e le pizzette tonde del bar, i fiori di mughetto, gli gnocchi di semolino nella teglia rossa e l’odore, mai più sentito, della crema per lavare il viso di mia nonna, i pantaloni con le tasche, dipingere gli infissi, Don’t let it bring you down, la bici bucata e il profumo del dixan, i fiori di vetro, lo yogurt mangiato col cucchiaino, le more, l’autobus numero 16, i diari con i lucchetti e le penne stilo di plastica, i biscotti fatti in casa e le arance, le seggiovie, l’agenda e la penna bic insieme, gli spicchi di luna al tramonto, le stelle cadenti, raccogliere pinoli in campeggio, le rose in giardino, le buste per la posta aerea (leggerissime e con le righe rosse e blu), Always in the back of my mind, le albicocche nei picnic (e potrei andare avanti per sempre con la lista senza esaurirla) resteranno legami della mia memoria con le persone, anche se alcune sono persone che non ci sono più o che comunque non rivedrò mai.

In questi giorni ogni volta che entro dal cancello di mia madre, per esempio, mi viene in mente che anche se un giorno io e Sergio litighiamo, metti che non ci parliamo più per tutta la vita, sono sicura che in questa stagione, e in primavera, arrivando vicino a questa pianta che ci ha fatti incontrare ancora prima di conoscerci, che è sempre stata una delle mie piante preferite e che però prima non associavo a nessuno, è a lui che penserò, sempre.

talentuosa

Tra le cose che uno sa fare bene ce ne sono alcune di importanti e altre di ridicole.
Per esempio io sarei bravina nella pratica in disuso del punto croce, e questa non è un’attività fondamentale, ragione per cui la considero in disuso.
Tra le cose importanti che so fare bene me ne viene in mente, per la verità, solo una; ed è una specialità che non ho mai sentito nessuno che la menzionasse, penso di esser la prima, anche se non posso escludere che di norma non venga menzionata perché molti la considerano un’abilità secondaria, al contrario di me.

Tergiverso perché ho un po’ di pudore nel raccontarla, la mia abilità fondamentale, ché mi immagino che mi si venga a dire che è una scemenza, che son capaci tutti, di far quella cosa là: non è difficile. Non sarà difficile farla, ma farla bene è un altro discorso.

Io, ecco, lo dico: son bravissima a farmi toccare.

Dal mio innamorato: son bravissima; e son fortunata, ché lui ha due mani che sanno fare un sacco di cose, massaggiano i piedi, accarezzano, grattano la schiena e scompigliano i capelli come nessuno al mondo, io credo. Io do il mio contributo con la mia predisposizione all’abbandono, unica nel suo genere.
Dai miei figli: son bravissima. Loro hanno imparato in tenera età l’arte del raggomitolamento operoso, quello stato apparentemente inerte tra l’abbraccio e l’avvinghio che però ha un che di attivo che si rivela con un movimento di piede, di mano, di testa al momento opportuno. Io nel raggomitolamento mi ci trovo particolarmente bene, lo assecondo alla perfezione.
Dagli amici: son bravissima. Io in un abbraccio di amico mi tuffo proprio con entusiasmo, e non è mica da tutti, secondo me, bisogna esserci portati. E bisogna anche saper accorciare le distanze quando sai che l’amico ha della voglia ma anche del timore a toccarti, è qui che si vede la bravura, ché poi son capaci tutti di dire Son capaci tutti.
Invece no: di volta in volta farsi toccare una mano o la spalla o abbracciare in una morsa d’acciaio, si deve capire quando si può e quando non si deve. Pretendere: mai; chiedere: in silenzio; proporre: basta aprire le braccia.
Io, son bravissima.

Poi, non si sa come, è successo che altri ne hanno scritto. Domi, lo Splendido, Mitia, Laura,per il momento

contro l’uso del decespugliatore per le mimose

Io credo che non abbiamo bisogno, di farci regalare un ramo di mimosa moribondo; ché le mimose son delle bellissime piante, ma a me fa una tristezza, ma una tristezza, pensare alla devastazione degli alberi di mimosa, che mi dico che davvero, se proprio si deve , che sia una pianta intera, con le sue radici e tutto. Ma poi anche quello, col clima che c’è qui, una pianta di mimosa farebbe una brutta fine. E allora neanche di questo , c’è bisogno.

Poi, pensavo, è molto bello che un uomo ci faccia gli auguri, che ci faccia sapere quanto è bello averci intorno (a me fa piacere, e per inciso ho apprezzato tantissimo che ieri, che non era nemmeno l’otto marzo ma il sette e quindi in linea teorica non ci sarebbe stato bisogno, ho apprezzato tantissimo che mio marito senza dir niente e senza aspettarsi di essere ringraziato ha pulito per bene tutta la cucina che onestamente era in uno stato pietoso; lo trovo un perfetto segno di parificazione e quindi a me personalmente fa più piacere anche di una mimosa in vaso con le radici, anche se è venuto così, il sette, mi piace uguale, anzi forse anche un pelo di più, vista la spontaneità del gesto), è molto bello dicevo che gli uomini l’otto marzo pensino alle loro figlie, madri, mogli, amanti e intimamente – penso che succeda, per quello in genere si inventano le ricorrenze – le guardino per un giorno con altri occhi. Però quello che mi piace, a voi non so: a me piace guardarle io con altri occhi tutte queste donne, e magari anche me stessa.

Allora ieri che stavo lavorando da sola pensavo tra me e me che l’ultimo anno mi ha portato in regalo delle amiche. Io forse non ci pensavo più che la vita potesse riservare dei regali così, come delle amiche nuove. Che forse ne ho avute poche, nella mia vita, di amiche. E queste amiche oggi le penso e le guardo, e son così varie e variopinte nel loro modo di vedere la vita e l’amore e il sesso e la famiglia, che prese tutte insieme sono una bella fotografia della donna di oggi. Che ricopre ruoli vecchi e nuovi, e statici e in movimento, e vuole dei figli ma anche no, e cerca un uomo ma sta anche bene da sola, e lavora perché deve ma anche perché vuole, e le piace cucinare oppure le fa schifo ma a mangiare in compagnia raramente dice di no, e certe volte è infedele e qualche volta è tradita e ogni volta comunque, lei,  si chiede perché; una donna che insomma sarebbe difficile da descrivere con un solo accento, e infatti le mie amiche parlano una lingua di tante cadenze e aprono e chiudono le vocali in tutti i modi possibili, e sorridono e consolano ognuna a modo suo.

A loro, per gli abbracci e le parole, ogni giorno, e anche oggi, grazie

ipnosi

Oggi ho conosciuto un tipo con una bella faccia, una faccia pulita; e con l’espressione così limpida e lo sguardo così trasparente che dietro ci indovini la pazienza. Uno che se non avessi avuto un po’ di pudore gli avrei chiesto se potevo sedermi  in bottega da lui a domandargli cose, a spiare i riccioli di legno sotto il tavolo mentre lavorava e a osservargli le mani. Ché affascinata com’ero dalla faccia, una bella faccia, luminosa e serena, le mani proprio mi son scordata di guardarle.

un pensiero limpido che non so se riesco a esprimere

Io avrei cominciato  a metter via parole, a mano a mano che arrivavano, spontanee. Volevo conservarle in una scatolina, un salvadanaio, una borsina di tela, solo che poi mi son scordata di raccoglierle,  a mano a mano che arrivavano, e le ho lasciate ripartire senza rimpianto.
Son rimasta a corto di una lingua che descrive ma ci ho guadagnato di vivere giornate piene e gioiose, che a ricordarle le parole sono di troppo, a doverle raccontare sarebbero comunque poche.

onirico andante

Ho fatto un sogno dentro a un sogno; e nel sogno sognato c’erano persone e libri, e allegria.
Nel sogno non sognato persone e niente libri, ma vacanze.

Il sogno sognato era più bello del sogno non sognato, come se il sogno sognato fosse una categoria di sogno superiore, una categoria di sogno che non contempla emozioni meno che perfette.
Poi mi germogliavano le mani, ma quando mi sono svegliata ho scoperto che quella era una cosa vera.

all’istante

A me è successo più di una volta, e intendo fuori da qui, da questo mondo di felicemente disadattati, blogger e socialcazzari; mi è successo più di una volta di trovare persone a cui sentirmi legata all’istante.
Solo che in genere, fuori di qui, sono soprattutto i gesti, mai le parole, che rivelano un’affinità emotiva. Invece nel mondo dei felicemente disadattati le parole, e solo quelle, scorrono a fiumi: troppo spesso rapide, senza misura, poco pensate. Bisogna imparare a farsi strada, capire gli umori e le timidezze e distinguere: tra logorroici, poeti, esibizionisti, eremiti, finti tonti e tonti per davvero; lentamente affezionarsi alle persone  giuste. Ma senza gesti, senza sguardi, un legame di sole parole ti chiedi come sia veramente possibile.

E quando arrivano anche i gesti e gli sguardi realizzi che certe persone le cose importanti le conservano dentro agli occhi, per regalartele il giorno del primo abbraccio.