a mani nude

Ci sono certi che a quarant’anni hanno ancora mani da ragazzini. Io, no: le mie sono, da una vita, mani sciupate, mani da vecchia, mani grinzose. Sono al tempo stesso la parte di me che meno mi assomiglia e quella a cui somiglio di più.
Le mie mani sono piccole, come me, e credo che avrebbero potuto essere graziose se la vita e i guai non le avessero trasformate nelle zampette di gallina che sono oggi.
Ci sono stati momenti in cui me ne sono vergognata a morte e le ho nascoste, malate, dentro guanti di filo; protette dagli sguardi con la scusa di proteggerle dal mondo. Ci sono stati giorni – tanti – di tagli e crepe e fuoco e squame e bolle; pelle di serpente e abituarsi a quella pelle fino a credere che fosse la mia.

Oggi guardo le mie mani che non sono belle e però penso che non ho più da vergognarmi, che posso toccare bambini e lavare piatti e stringere altre mani senza sentirmi male, senza sentirmi ripugnante, senza vedermi orribile.
E le mani allora mi paiono perfette, adesso, anche se non lo sono: se la pelle è rugosa, le dita non si abbronzano più e se tradiscono, loro sì, la mia età. Ma non ho più la pelle di serpente e adesso lo so, che non era la mia: e accarezzo i miei figli e lavo le pentole e stringo dita che amo senza piangere e mi sembra bellissimo.

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E’ un po’ di tempo che son senza musica. Sembra una cosa tristissima a dirsi, una cosa da malattia o da disperazione, essere senza musica; e invece sono normale, solo piena di altre cose: pensieri, persone, discorsi, profumi e nostalgie.
E in questo strano stato in cui non mi ricordo nemmeno dove sta il mio iPod, in cui sono settimane che non scelgo un disco, in cui anche in macchina va sempre e solo la radio, poi arrivano dei momenti di beatitudine per un pezzo che sento per caso; oppure, come oggi, mi sveglio con una canzone nella testa, e allora mi sembra bellissima, la musica ritrovata.

mezza

E poi, credo che fosse in Rue des Francs Bourgeois, o Rue des Rosiers, o forse Rue Vieille du Temple, sabato pomeriggio; mi son trovata a piangere, al telefono, in mezzo alla strada; il che può sembrare strano, piangere in mezzo alla strada in un quartiere pieno di gente il sabato pomeriggio, invece non è strano per niente, e comunque nessuno si accorge di te, se piangi in mezzo alla strada, di questi tempi. E io mi dicevo che era assurdo e che avrei dovuto essere felice come una pasqua, visto che potevo usare il mio tempo come volevo nel posto del mondo che mi piace di più, e invece piangevo perché il fatto è che io, lì, da sola, mi son sentita mezza.

Vicenza – Paris Bercy andata e ritorno

Si affrettano, aspettano, leggono. Si guardano intorno, fissano il vuoto, osservano gli altri oppure, solo, la punta delle proprie scarpe. Si baciano, piangono, si salutano: lo sguardo assonnato, o triste, o allegro, dipende. Con la valigia, o senza; o uno zaino, o un borsone, o un marsupio piccolissimo, oppure niente. Persi in chiacchiere o silenziosi; in fila, in gruppo, a coppie, o soli.

Mi sembra che ci sia tutto il mondo, in una stazione. E in mezzo al mondo, io.

sulla mia pelle

Sulla mia pelle, se uno si prendesse la briga di cercarle, ci sono tutte le costellazioni dell’universo conosciuto. Su un braccio una galassia intera, lentigginosa di latte e caffè. E pianeti e nebulose e novae e supernovae. Sotto un piede, un pezzetto di meteorite, tutto mio.

Se la si vuol vedere sotto un’altra prospettiva, se la mia pelle è il mare: tutti gli arcipelaghi, gli atolli e le isole vulcaniche, che oggi non ci sono ma domani magari sì. E piccoli scogli e isole continentali.

Per qualcun altro, la carta geografica di un continente sconosciuto, o la mappa di un tesoro che non c’è. Ogni punto una metropoli, una città, un paese; ogni macchia un lago o una pianura.

Comunque la si guardi – di cielo, di mare o di terra – è facile, io lo so, di trovarci un giorno un buco nero, un triangolo delle Bermude o uno strapiombo letale.

Domani mi faccio la mappa dei nei.

 

 

sui tuoi nei

senza titolo, che non serve

Ti accorgi, qualche volta, di come sia facile la gioia.

Stamattina presto camminando con il mio cane ho visto una pianta nel giardino di un vicino. Un alberello con le foglie verdi e lustre che era una bellezza. Mi è venuto il pensiero che son fortunata che certe cose esistono e io le posso vedere.

dieci per cento

Qualcuno, forse anche più di uno, l’altro giorno mi ha dato questo premio. Io lo prendo e lo metto qua. Più che altro perché le 10 cose scritte qua e là dagli altri mi eran piaciute e le volevo anche io, le mie 10 cose. Poi mi sono accorta che questo è il centesimo post, e non per imitare lo Splendido, ma più che altro perché l’abbiamo aperto insieme, il blog, e visto che non ci si assomiglia in nulla, almeno nella frequenza con cui si scrive si capisce che forse c’è dell’affinità.
Il post si intitola dieci per cento però la sincerità è cento per cento come da contratto

honest_award

  1. Vivo con un perenne senso di inadeguatezza ma penso, senza modestia, di essere una buon madre
  2. Una volta credevo che avere chiaro il concetto di bene e di male fosse sufficiente per poter dare un giudizio. Ora ho cambiato idea.
  3. La solitudine mi fa paura però poi la cerco. O è il contrario?
  4. Sono un’amante incostante (Intendo in senso coniugale, non extra-coniugale)
  5. Al cinema piango. Spesso. Poi mi vergogno da morire, quando è ora di uscire
  6. Il mio difetto peggiore è la pigrizia e non ne vado fiera
  7. Vestita, non mi piaccio per niente
  8. Ho dei problemi seri con la comunicazione orale ma credo di essere leggermente migliorata negli ultimi anni 
  9. Le bugie, non sono brava a dirle. Peccato: qualche volta farebbe comodo
  10. Ho un rapporto conflittuale con i soldi. Non so guadagnarli, non so spenderli, mi mettono ansia. Mi troverei più a mio agio con la nobile arte del baratto (cit.)

Io, poi, il premio lo vorrei dare; non per darlo per forza, ma perché ci son certi che sarei tanto curiosa di sapere 10 cose che scelgono per descriversi. E sarebbero

Trabucco (che lo schifa di sicuro, il premio, ma non è mica colpa mia)
Francesco (che mi dispiace ma me lo schiferà anche lui se non altro perché gli rovinerebbe la meraviglia di posto magico che ha, però potrebbe sempre scrivermele in privato, ‘ste 10 cose)
il Merciaio (che non so)
Savohead (che forse lo schifa pure lui)
Lhaudian (insomma qua me lo schifano tutti)

e poi basta perché gli altri a cui l’avrei dato, il premio, l’hanno avuto da destra e da manca e quindi va bene così

resoconto di una vacanza

Ascolto donne, felicemente sovrappeso sotto un’ombrellone, scambiarsi chiacchiere che odorano di menta e basilico e fare programmi per Natale e Capodanno. Un altro giorno, al mare, una ragazza dorme con la testa appoggiata a una piccola pila di libri; un signore, invece, pisola beato sulla sdraio, un volumetto in lettura abbandonato sul petto: forse gli ha regalato un tatuaggio rettangolare.

Sto con persone a cui sorridere, amici nuovi e anche no. Bello non sentirsi in dovere di partecipare alle conversazioni, e immergersi senza sensi di colpa in parole di carta; non essere indispensabile e però nemmeno superflua.

Poi ci son posti che vien voglia di visitare andando dove ti portano gli occhi, senza mappa, senza programmi; sperando, quasi, di sbagliare strada e avere così l’opportunità di uno scorcio inatteso. Il mare di tutti i colori; le città di pietra chiara; una campagna aspra ma generosa.

Acqua salata, e poi dolce; e calda e fredda; e la doccia all’aperto che la sera ti rende tutto il calore del sole. E mandorle bagnate, a togliere il salato dalle labbra, il pomeriggio. E chilometri di strada a riempirsi il cuore di ulivi, sotto il sole, guidati da un navigatore che predilige strade secondarie; e chilometri di strada a riempirsi gli occhi di buio, in compagnia di una mezza luna su quegli ulivi, indovinando sagome incollate sopra un telo di notte. E poi ancora ulivi e oleandri e limoni e tamerici ed eucalipi e mandorli, che viene voglia di stare zitti.