un’idea geniale che tutti mi copierete

Non so se avete presente quel meccanismo per cui uno si convince che se succede una data cosa del tutto casuale è segno del destino che un’altra cosa molto agognata accadrà certamente a breve.
Tipo: se adesso la prima macchina che esce dal garage condominiale ha la targa dispari il compito di latino andrà benissimo.
Oppure: se la nonna ha fatto le cotolette per pranzo mi arriva di sicuro in regalo quello che ho chiesto a Babbo Natale.
O ancora: se nella vetrina del negozio all’angolo oggi compare una borsa marrone mia suocera si offrirà spontaneamente di tenermi i bambini una settimana al mare.

Io questa cosa non la faccio mai perché non ci ho mai creduto ma oggi mi è venuta in mente una maniera intelligentissima di sfruttare questa magia che pare molti usino abitualmente e quindi siccome la maggioranza vince io mi adeguo.

Il segreto che vi propongo è questo: inventarsi un sistema per cui la massima sfiga si possa tramutare nella più fantastica delle fortune e assecondare gli eventi in modo tale da rendere un accadimento del tutto casuale più probabile, ecco.
Per esempio: se parcheggio senza pagare sulle strisce blu davanti alla caserma dei vigili e mi becco la multa è segno inequivocabile che Egli mi pensa tantissimo, anzi che sta soffrendo le pene dell’inferno lontano da me.
Oppure: se scrivo su facebook che sono uscita a cena per il mio compleanno e però per sbaglio ho lasciato le chiavi sulla toppa e poi i ladri mi svaligiano la casa senza colpo ferire, posso star certa che potrò pulire per bene le mensole finalmente sgombre dell’ inutile paccottiglia d’epoca a cui mio marito teneva tantissimo.
O anche: se scivolo inavvertitamente sulle scale esterne ricoperte di ghiaccio perché sbadatamente ho dimenticato di mettere il sale significa che devo aspettarmi finalmente le montagne di dimostrazioni d’affetto che aspettavo da tanto da parte dei miei amici (unicamente, però, temo, negli orari di visita del reparto di ortopedia)

Insomma io penso che un sistema per andare incontro alla fortuna, se uno vuole, lo trova.

un post di piangere

Ho scoperto che la cosa più destabilizzante di tutte, quella per cui mi verrebbe la tentazione di fermarmi e chiedere, abbracciare, consolare è vedere qualcuno che piange per strada.

Di solito è una donna, perlopiù giovane, che cammina in fretta e guarda davanti a sé senza vedere, un po’ per le lacrime un po’ per l’attenzione che è rivolta altrove: a un patimento senza pudore qual è quello che ti  lascia mettere a nudo emozioni così intime cancellando per un momento il resto del mondo. Dura pochissimo quella sofferenza lì, perché di solito lascia il posto a un dolore più composto, a un ravvedimento, alla vergogna di aver esibito, palesato, manifestato la faccia del dolore, sulla faccia.

So di averlo provato e lo riconosco, quel pianto privo di difese.

prove tecniche di democrazia/2

Lorenzo da ieri e per le due prossime settimane è capoclasse.
Lo scopro in macchina, con tre ragazzi che chiacchierano e mi raccontano la loro mattina di scuola e il concerto del pomeriggio: le cose che si scoprono dei propri figli scarrozzando i loro amici sono incredibili e io ne approfitto, quando posso. Mentre guido loro parlano senza accorgersi di me, ho notato che funziona così: se li lascio fare per qualche minuto poi posso permettermi di intervenire con qualche domanda senza che si sentano interrogati o spiati.
È così che scopro come funziona la cosa dei capoclasse: ogni due settimane ci sono le elezioni. I candidati vengono votati per alzata di mano e i due che hanno raccolto i consensi maggiori vanno al ballottaggio. Poi il neoeletto nomina il suo vice.

La grande novità è che per la prima volta è stato eletto un maschio: in classe le femmine sono in numero maggiore e si sa che le femmine votano le femmine, il che è un’ingiustizia clamorosa. Ci vorrebbe un’alternanza, dicono (non usano questo termine ma il senso è quello), mi aspetto che tirino fuori da un momento all’altro la questione delle quote azzurre.
È chiaro che prendono molto seriamente queste elezioni. Criticano una bambina che si candida ogni volta senza essere mai eletta e anzi insiste ad autovotarsi quando ormai è ovvio che così facendo disperde il suo voto. Questa cosa della dispersione del voto torna anche quando mi raccontano che per eleggere il maschio hanno dovuto fare delle consultazioni preventive e votare compatti.
La soddisfazione dei tre per questa conquista è evidente dall’entusiasmo con cui la raccontano: ci tengono a specificare che queste sono elezioni democratiche, lasciando intendere che se le femmine avessero vinto per l’ennesima volta loro avrebbero dovuto accettare la sconfitta invece questa volta ce l’hanno fatta perché avevano un candidato forte.

Chiedo a mio figlio come abbia scelto il suo vice. Mi aspetto che abbia preferito un amico, invece mi spiega che ha nominato vice la sua sfidante al ballottaggio.
“Perché se è andata al ballottaggio vuol dire che aveva il sostegno del popolo”, mi dice.

Le prime prove di democrazia qui

le cose che so fare. Esercizio di stile copiato dalla Mich

So fare male tantissime cose e poche altre perfettamente.
So fare lo strudel: ho imparato da poco ma mi viene da dio e non perdo occasione per esercitarmi perché lo strudel non fa troppo male alla dieta e fa benissimo all’anima.
So cucire i libri: su corde, su fettuccia, su nervi in pelle allumata e su linguette fesse. Anche su altre cose, volendo: un giorno vorrei provare coi fili del bucato.
So pensare: passo molto tempo da sola e la solitudine, per il pensiero, aiuta. Raccontare il pensiero, a voce quasi mai; a scriverlo mi viene più facile anche se non sempre bene come vorrei.
Ho un’abilità particolare nel perdere il mio tempo senza annoiarmi mai.
So toccare. Me l’ha detto Zu e io sono d’accordo anche se lui si riferiva agli oggetti, io agli umani. Mio marito però è (molto) più bravo di me.
Ho un’abilità del tutto involontaria che porta le persone a raccontarmi le cose senza che io formuli alcuna domanda, e questa è una cosa che non mi dispiace perché non so fare la ficcanaso ma mi piacciono le confidenze.
Sono brava a mettere insieme nella mia testa sapori differenti ma non ho la costanza di applicarmici abbastanza da farne un’arte. Può capitare comunque che ne escano accostamenti gradevoli.
Sono capace di ricordarmi il profumo di certe persone (poche) e di riconoscere quello di molte altre. È una dote quasi inutile ma ci sono affezionata.
So farmi molto piccola, ancora più di quel che sono, ma non ho mai imparato a rendermi del tutto invisibile, cosa che invece ho spesso desiderato.
Credo di saper mettere la gente a proprio agio a casa mia e anche se questo non è del tutto merito mio lo scrivo lo stesso, perché non esserne capace è sempre stata una delle mie più grandi paure.

(L’esercizio originario qui)

dell’arte di farsi desiderare

Io, l’ho sempre detto, a farmi desiderare non sono bravissima infatti mi sto ancora chiedendo come ho fatto a sposarmi, considerato che sono talmente incapace di farmi bramare da aver messo in atto con colui che all’epoca mi piaceva l’assedio più idiota nella storia del corteggiamento.
Però ho chiarissimo il concetto che concedersi con parsimonia premia.

Per esempio la mia gatta Mafalda è una che lo sa benissimo e ci riesce perfettamente, ché per mille volte fa la scontrosa ma poi il giorno in cui si accoccola sulle mie gambe a far le fusa diventa una specie di festa al punto che mi metto a far le fusa anch’io. Tipo adesso.

Ho moltissimo da imparare

di necessità virtù (questo non è un blog di cucina e infatti si vede)

Ieri sera, era quasi ora di cena, con le amichette del friendfeed stavamo dicendo che avevamo tantissima voglia di un samosa o di un uramaki: son cose di cui noi che abbiamo queste perversioni culinarie etniche in comune discettiamo sovente.
Io però non dispongo di gastronomie indiane nei paraggi e mi sto adeguando al periodo di ristrettezze economiche escludendo la possibilità di entrare in un ristorante giapponese per puro capriccio (= in mancanza di occasione specifica di festeggiamento che meriti lo strappo alla regola); inoltre ero sprovvista della materia prima e del tempo necessari per autoconfezionarmi i samosa (il sushi non sono proprio capace) e, dettaglio non trascurabile, avevo già in programma una dietetica quanto triste minestrina di verdure vicine alla data di trasformazione spontanea in rifiuto umido, nella fattispecie cipolla e carote intristite ma, ancora per poco, commestibili. Me ne stavo appunto lamentando quando (colpo di genio) la Batchiara mi ha detto: “Mettici il curry”.
Ho avuto una specie di allucinazione olfattivo/gustativa subitanea, un preludio di godimento, anche il ricordo di un pugnetto di riso basmati che giaceva in una ciotola, avanzato dalla cena di ieri: pronto, lui, a diventare improvvisato cibo per il cane.

Insomma la mia minestrina dietetica è diventata come per incanto una vellutata di carote al curry addensata con il (profumatissimo ancorché poco invadente) riso basmati e servito con dei crostini di pane strofinati di aglio (poco il giusto). Peccato che nella mia cucina mancasse del tutto quel tocco di verde (prezzemolo? coriandolo?) che l’avrebbe resa perfetta.

Son soddisfazioni. (Grazie Bat)

[Soffriggi una cipolla insieme al curry per un minuto, aggiungi carote tagliate a rondelle e brodo, insieme a un pugnetto di riso basmati crudo o due pugnetti di riso basmati già cotto. Fai cuocere finché la carota e il riso risultano completamente cotti. Frulla tutto. Servi con pane grigliato strofinato di aglio e tagliato a dadini e una spruzzata di prezzemolo (anche se questo non l’ho provato ma per me, nella mia testa, ci sta benissimo)]

la sindrome della moeca

Le persone dotate di autostima sufficiente o addirittura sovrabbondante raramente capiscono il senso di inadeguatezza. Sono portate a criticare con durezza atteggiamenti e sentimenti che denuncino insicurezza, timore di essere giudicati, bisogno di conferme e al tempo stesso insoddisfazione cronica di se stessi. Faticano a comprendere come si possa credere così poco nelle proprie doti da non provare nemmeno a formulare intimamente l’ambizione a un riconoscimento.
Spesso pensano che si tratti di pigrizia, non conoscendo – non avendoli forse mai provati –  l’effetto paralizzante del sentimento di totale incapacità né la paura di vedersi da un momento all’altro additare come mistificatori quando si prova a ingannare se stessi fingendosi persone che possono dimostrare qualcosa.

Spiegare a una persona razionale e mediamente ambiziosa cosa sia l’inadeguatezza è difficilissimo perché l’inadeguatezza nasce con te e se non ce l’hai la puoi solo intuire vagamente in qualcuno che conosci molto bene ma non potrai mai, forse, capirla.

La persona razionale e ambiziosa non è immune da paura e timidezza, al contrario. Però conosce anche la determinazione e la considerazione di sé, sa costruirsi una corazza di disinvoltura per mascherare i momenti di dubbio e trova forza e gratificazione nell’altrui approvazione.
L’insicuro non sa trovare soddisfazione mai, accumula apprezzamenti con la convinzione colpevole di non meritarli e la corazza, lui, non ce l’ha.
Come un granchietto molle pronto ad essere sgranocchiato tutto intero dal primo che passa.