cose di mia nonna 2

Il pomeriggio la nonna ci faceva il tè con i grissini, io il tè con i grissini la considero proprio una delle invenzioni di mia nonna perché tutti gli altri con il tè prendevano i biscotti. Invece i grissini erano perfetti, spezzettati con arte a segmenti tutti uguali nella tazza, e mangiati in fretta prima che il liquido li facesse diventare molli. I grissini molli sono una sciagura per qualunque bambino, mentre i grissini croccanti sono patrimonio dell’umanità, e mia nonna, che se ne intendeva, i grissini li proponeva anche come accompagnamento al suo meraviglioso passato di verdura, tiepido, d’estate.

Io i grissini li compro raramente ma quasi quasi adesso ne impasto un mezzo chilo, per il tè di domani.

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cose di mia nonna

Quando ero piccola passavo un sacco di tempo da mia nonna. Una cosa che mi ricordo è che quando mia nonna finiva il latte metteva un pezzetto di burro nel caffè. “È uguale” diceva. Invece non era uguale per niente: nel caffè caldo il burro faceva quei bolli galleggianti orribili come succede con il brodo quando non lo sgrassi per bene e io pensavo che per nessuna ragione al mondo avrei bevuto il caffè con i bolli di burro.
Lo penso anche oggi, ogni volta che mi viene in mente, quando finisco il latte.

pioggia

Quand’ero piccola, in campeggio, i giorni di pioggia li capivi appena sveglia, dal profumo, ancora prima di aprire gli occhi. Era odore bagnato di aghi di pino e terra fresca, che insieme al profumo del mare faceva girare la testa e riempire la pancia di novità.

Poi toccava una mattina di giochi di carte, compiti, letture, sognando la spiaggia. E piedi sporchi di aghi di pino e sabbia umida, dentro gli zoccoli di legno: l’alluce che scivolava su e giù a godere del contatto con il legno liscio, una cosa tutta diversa dalla sensazione polverosa e asciutta che davano di solito  le uniche calzature contemplate in quel contesto.

Passata la pioggia, era bello camminare sulla sabbia compatta e fredda e respirare quel che restava del brutto tempo, prima che il sole ne cancellasse le tracce.

Carnevali

Per un periodo, da adolescente, gli ultimi di Carnevale sono stati giorni di gioco autentico e travestimento collettivo.
Un anno siamo stati cielo di notte (mia sorella), cielo di giorno (io) e arcobaleno (mia cugina) avvolte in chilometri di tulle multicolore.
Un altro la banda del Mago di Oz al completo (io, l’uomo di latta: conservo ancora l’oliatore, rosso, comprato per l’occasione).
Nell’86, periodo di tormento e solitudine, ricordo una me stessa musona seduta sui gradini della scuola col costume di Carnevale meno riconoscibile della storia (e sotto, sotto compiaciuta di esserlo, irriconoscibile) emula, fresca di concerto, di Jim Kerr (purtroppo mancano le prove fotografiche ma ero bellissima, ancorché tutt’altro che carnascialesca nell’umore).

Prove fotografiche esistono invece per quello che è stato, io credo, l’ultimo vero Carnevale della mia gioventù, una Pippi appena imbronciata e leggermente scosciata ma tutt’altro che maliziosa che posto qui prima che il tempo si mangi quel che resta di una consunta polaroid d’antan.

 

mi ricordo/la vergogna

Mi ricordo che all’asilo una mattina, in cortile, ho preso per mano la maestra, poi ho alzato gli occhi e ho visto che non era la mia maestra ma un’altra e mi sono vergognata.

Mi ricordo che alle elementari facevamo le classi aperte e la Lorena, che non era la mia maestra, mi ha sgridato perché ho disegnato un autoritratto con le mani rovesce.

Mi ricordo che alle elementari facevamo le classi aperte e una volta mi son seduta per terra perché non volevo ballare ma poi mi sono vergognata ancora più che col ballo perché i bambini mi hanno visto le mutande.

Mi ricordo che una volta ho avuto paura di aver cambiato faccia, poi invece avevo ancora la mia, addosso.

Mi ricordo che un giorno mia nonna ha raccontato a qualcuno una cosa su di me, eravamo in camera sua e io avrei voluto sprofondare.

Mi ricordo che un altro giorno mia nonna ha raccontato un’altra cosa su di me, eravamo in bagno e sono arrossita.

Mi ricordo che una volta mi sono martellata un dito e ho fatto finta di niente nonostante il dolore perché mi sentivo scema.

Mi ricordo che in mille occasioni ho avuto pudore dei miei pensieri.

Mi ricordo che in qualche occasione ho avuto poco pudore delle mie parole.

 

 

 

je me souviens

Mi ricordo da sempre tutto intorno odore di sigaretta; in giornate fortunate, profumo di pipa.

Mi ricordo il gesto del pollice che batteva regolare sul volante dell’auto: diceva che l’aveva ereditato da suo padre.

Mi ricordo che con la voce sapeva affascinare le persone, e ne andava fiero. Non ho preso da lui.

Mi ricordo che voleva farmi dipingere gli infissi di rosso amaranto. Per puro spirito di contraddizione li ho voluti verde rosmarino.

Mi ricordo centomila libri per imparare il Tedesco, e dischi e cassette, a inseguire un miraggio.

Mi ricordo che il Garamond, ci piaceva a tutti e due.

Mi ricordo che non si sporcava mai le mani col cibo: ho scoperto l’arte tanto raffinata quanto inutile di mangiare la pera con forchetta e coltello.

Mi ricordo che non l’ho mai visto senza barba, se non in fotografia. La barba prima era rossa, poi bianca.

Mi ricordo che una volta che è venuto in macchina con me ha continuato a rimproverarmi che stavo in mezzo alla strada.

Mi ricordo che non gli piaceva che parlassimo di soldi, e io ancora adesso non so come si fa.

Mi ricordo certi regali che faceva solo a me: le penne stilografiche.

Mi ricordo che, il nostro ultimo abbraccio, se avessi immaginato che sarebbe stato l’ultimo avrei stretto più forte.